Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


sabato 4 giugno 2016

Il fallimento dell’agricoltura innaturale



di Minelli Matteo
Un giorno ci siamo convinti di riuscire a produrre cibo meglio di come aveva sempre fatto la natura. Così nasce l’agricoltura, una storia che finirà male se non la cambiamo in fretta. 
C’è un filo, per nulla sottile, che lega indissolubilmente l’agricoltura delle origini, quella delle fatiche inaudite e degli strumenti inadeguati, all’agricoltura contemporanea, in cui mezzi pesanti e fitofarmaci la fanno da padrone. Ovviamente non si può e non si deve mettere sullo stesso piano l’agricoltura contadina dei nostri bisnonni, caratterizzata da una profonda conoscenza dell’ambiente e da un rapporto simbiotico con la terra, e l’agricoltura della rivoluzione verde, in cui chimica e meccanica hanno reso totalmente asettico il matrimonio tra l’uomo e la terra. D’altro canto sarebbe un atto di cecità non comprendere che anche tra due modi così distanti di vivere una storia millenaria non vi sia un legame molto profondo e tristemente duro da spezzare. Circa diecimila anni prima di Cristo, giorno più giorno meno, ci siamo convinti che avremmo potuto far nascere, crescere e morire numerosi tipi di vegetali meglio di come la natura aveva fatto per centinaia di milioni di anni. E da allora, vuoi per ignoranza, vuoi per necessità, vuoi per interesse non abbiamo mai smesso di pensarla in questo modo.
Per circa duecentomila anni gli uomini sono vissuti raccogliendo i frutti che l’ambiente autonomamente decideva di offrirgli. Uno stile di vita che studi antropologici, archeologici e paleontologici hanno dimostrato essere assai più soddisfacente, da molti punti di vista, di quello che i contadini hanno potuto vantare per molti millenni in vaste parti del globo. Qualcuno ha perfino voluto vedere nel racconto biblico della cacciata dell’uomo dall’Eden una chiara allusione del passaggio dell’umanità da una felice condizione di raccoglitori ad una sventurata di agricoltori. Quel “tu, uomo lavorerai con dolore” pronunciato da un Dio iracondo, sicuramente lascia intendere che il futuro di Adamo non sarebbe stato roseo come il periodo passato nel Paradiso Terrestre, in cui la sua unica fatica era quella di cogliere qua e là i frutti delle piante che l’Onnipotente gli aveva gentilmente concesso. E in fondo se deve esserci stato un peccato originale è proprio quello dell’essersi voluti sostituire a Dio nella grande opera di pianificazione del mondo vegetale.
È un uomo nuovo quello che brandisce la zappa. Un uomo che non vuole più spostarsi, un uomo che pensa di poter far crescere in maniera indefinita la sua discendenza, un uomo che crede di poter modificare i paesaggi e decretare quali piante siano utili o dannose, accettabili o insopportabili, da conservare o da distruggere. Un uomo che si è convinto di poter produrre in un determinato appezzamento più cibo di quello che effettivamente può offrire.
Da allora fino ai giorni nostri l’uomo, in nome dell’agricoltura, ha decretato inesorabilmente quali fossero le piante dannose e quelle utili, le piante da salvare e quelle da sacrificare. Ha disboscato le foreste perché gli serviva più spazio per le culture commestibili. Ha ucciso gli uccelli perché mangiavano i suoi semi. Ha sterminato gli insetti perché attaccavano le sue coltivazioni. Ha selezionato le piante di cui si nutriva perché non le considerava abbastanza produttive. Ha arato, ha sarchiato e ha zappato convinto di creare un ambiente adatto alle sue coltivazioni, mentre cercava di impedire le che altre specie vegetali vi attecchissero. Ha lasciato il suolo senza vita, come solo nelle aree desertiche accade, credendo di poter arginare il ritorno della natura negli spazi che gli aveva sottratto.
Ha fatto tutto questo fin dagli esordi della rivoluzione agricola, riscontrando impoverimento dei terreni, andamento decrescente delle rese agricole, indebolimento delle piante coltivate, erosione dei suoli. Per cercare di sopperire a questo disastro ha introdotto nel corso tempo l’agricoltura taglia e brucia, quella itinerante, l’avvicendamento e la rotazione delle culture, la fertilizzazione animale, il maggese. Fino ad arrivare alla metà del secolo scorso quando attraverso la chimica e la meccanica l’uomo ha riaffermato, nella maniera più drammatica possibile, il suo ruolo di pianificatore del mondo vegetale. I nuovi mostri legati all’agricoltura dei giorni nostri si chiamano inquinamento delle falde acquifere, dei fiumi e dei laghi, scomparsa della biodiversità, desertificazione, drastica riduzione delle risorse idriche, contaminazione dei cibi, malattie professionali per gli addetti al settore e purtroppo molto altro.
La verità è che questa agricoltura invece di nutrire l’umanità ha da sempre contribuito ad affamarla. Oggi siamo quasi sette miliardi e mezzo su questa terra e purtroppo continueremo ad aumentare. Mentre la popolazione aumenta cresce la pressione sugli agricoltori affinché con sempre meno superficie e addetti facciano impennare ancora le produzioni. La combinazioni di questi due fattori finirà per acuire ancora di più tutte le conseguenze nefaste che questo modello agricolo si porta appresso.
Qual’è allora l’alternativa praticabile a questo sistema? Ovviamente, anche se lo volessimo, siamo in troppi per tornare a raccogliere il cibo che la natura ci offre liberamente. Tuttavia possiamo iniziare a praticare un nuovo tipo di agricoltura in cui invece di essere protagonisti siamo spettatori, invece di fare impariamo a guardare, invece di togliere cominciamo a mettere. Un’agricoltura che si porta appresso i semi di un cambiamento più grande di lei. Perché se è vero che ogni sistema economico e politico ha alla base un certo modello agricolo, allora un’agricoltura naturale sarà il fondamento di un’altra società.

23 commenti:

  1. Mi dispiace trovo inutilmente regressivo questo pezzo ed anche un po' ingenuo nella "visione" del precedente paradiso perduto (mai esistito). La natura é dura e non perdona, l'agricoltura é stata un tentativo (tra gli altri) di emancipazione dai capricci della matrigna. Come l'allevamento. Gli eccessi sono parte della nostra attitudine a desiderare di più. I "danni" della rivoluzione verde hanno sfamato molti, e sfamandoli hanno loro permesso di riprodursi, una parte delle nuove bocche sono entrate nel partito dei sazi (in certe nazioni moltissime, in altre meno a dimostrazione che altre questioni hanno modulato l'effetto finale), altre in quello degli affamati. Forse qui ci sono portatori di certezze a proposito ma io non me la sento di dare un giudizio definitivo in un senso o nell'altro. Se saremo troppi consumeremo troppo e molti, prima o dopo, moriranno, questo lo sappiamo. Ma il cut-off del troppo non é così semplice da determinare nè da governare

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    1. Insomma dici che è meglio portarci dietro con noi la maggior biodiversità possibile, vuoi per consumo di nuovi suoli tagli e brucia da destinare all'agricoltura per pochi anni, stile amazzonia ed africa, e poi morire di brutto quasi tutti fra 20-30 anni, che iniziare a sfoltire ora ? Dopotutto nel nostro piccolo siamo anche riusciti a tassare i capannoni agricoli...

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    2. Io invece trovo che questo articolo centri appieno il problema, irrisolvibile, dell'umanità. Anzi credo che il problema si sia posto ancora prima con la scoperta delle tecniche per conservare il fuoco, o o forse ancora prima con l'inizio dell'uso degli utensili, insomma il problema è la tecnologia, che consente all'essere umano di modificare l'ambiente in cui vive, con le conseguenze estreme a cui siamo arrivati oggi. Il brutto è che non c'è soluzione.

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    3. codesto cut-off ho paura che arriverà senza pianificazione. Vedi Tunisia, Yemen, ecc. Innescherà rivolte (Tunisia, Egitto), guerre civili (Siria, Libia), guerre vere (Yemen), criminalità diffusa con centinaia, se non migliaia di omicidi all'anno (Venezuela, Messico) o stati autoritari con decine (Iran, Arabia Saudita) o centinaia (Cina) di esecuzioni capitali al giorno. Qui da me, prima c'era la pratica illegale del lavoro nero con macchinate di maglie da rifinire che giravano da una casa all'altra (come diceva Gava: "meglio il nero, che nulla"), ora c'è quella dello spaccio con sacchetti di bustine che girano da una casa all'altra(forse Gava oggi direbbe: "meglio lo spaccio, che nulla"). Sono sicuro che il nostro sarà un futuro venezuelano o messicano, di diffusa criminalità con decine, forse centinaia, di omicidi al giorno. Non appena cesserà l'abbondanza di energia fossile.

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    4. Il problema non è una tecnologia o l'altra ma l'avidità umana, la "voglia di sostituirsi a Dio" cioè il rifiutare i limiti.

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    5. "insomma il problema è la tecnologia"

      "Il problema non è una tecnologia o l'altra ma l'avidità umana"

      Insomma il problema e' l'uomo, che per definizione e' "innaturale". Da una parte c'e' l'uomo (tecnologico "per natura", un uomo che non usa strumenti non e' umano), dall'altra la Natura, con Dio che fa da arbitro.

      A discapito del titolo dell'articolo, non puo' esistere un'agricoltura "naturale" se l'uomo, tecnologico, viene supposto in quanto tale "innaturale".

      Ma forse ad essere "innaturale" non e' solo l'uomo, quanto la enorme societa' moderna in cui si associa cooperativamente/competitivamente: senza il suo essere sociale, l'uomo non avrebbe che un milionesimo della potenza che ha. E' per questo che abbiamo visceralmente paura del caos sociale, e siamo intuitivamente "fascisti", fino al punto da intitolare "l'unita'" i nostri giornali: perche' la potenza dell'uomo e' nel suo associarsi fino al sacrificio del singolo o del sottogruppo per la comunita', fino ai moderni superstati multinazionali (le ultime grandi guerre sono state di coalizioni di Stati, che hanno prevalso sui partiti ideologici supernazionali ma privi di Stato, e come sempre ha vinto il piu' coeso e organizzato su scala mondiale).

      Ma perche' l'uomo si associa istintivamente? Perche' chi non si associa viene presto vinto e cancellato da chi si associa, per la ragione detta sopra, la potenza del numero associato e organizzato. Anche oggi, anche adesso. Il problema ecologico di oggi nasce percio' dal fatto che viviamo in societa' enormi, dal fatto che la nostra mente tribale e' riuscita a sfruttare la sua caratteristica associativa-ricorsiva per far collaborare in spirito di competizione miliardi di individui specializzati, chi in permacoltura, chi in bombe nucleari. L'ha fatto estendendo tramite il formalismo burocratico e la struttura gerarchica, entrambi ricorsivi quindi potenzialmente illimitati, ma per definizione rigidi, un espediente nato per far cooperare, a fatica, un pugno di uomini in una tribu'.

      E' servito a farci stare meglio? Non credo, non credo proprio, e' servito "solo" a farci sopravvivere, a non essere spazzati via, con la condanna ad alzare la posta ad ogni giro. Noi siamo gli eredi di quelli che hanno vinto, di quelli che hanno spazzato via tutto il resto, meno coeso e meno organizzato. Finche' non ci sara' piu' niente da spazzare via, continuera' cosi'.

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    6. @ Firmato Winston Diaz 5 giugno 2016 19:18

      A difesa del modo di vita tribale, che amo, ti dico che :

      "Nelle tribù si coopera, senza bisogno di strutture gerarchiche.
      Non ci sono strutture gerarchiche."

      Gianni Tiziano

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    7. grazie Gianni.
      @Mauro & Winston: rifiutare i limiti vuol dire essere naturali; il BAU è naturale, la crescita massima è quello che ogni forma di vita persegue. I virus sono solo porzioni di RNA o DNA con un involucro, nati perchè capaci di replicarsi, e con la ragione esistenziale di replicarsi il più possibile. I nostri corpi si sono evoluti, ma sempre involucri di DNA e RNA siamo, dal punto di vista fisico.
      Il cambiamento può essere solo culturale, morale, innaturale, faticoso, improbabile..
      esistiamo e ci stiamo estinguendo per le stesse forze agenti in noi dalla notte dei tempi.

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  2. ://www.terranuova.it/Medicina-Naturale/Milioni-di-morti-per-l-antibioticoresistenza
    Attualmente l'agricoltura è un business.
    Con effetti estremamente nocivi sulla salute delle persone e sull'ambiente.
    Vi sono metodi di coltivazione sostenibili che consentono raccolti paragonabili a quelli industriali e di migliore qualità.
    Sono stati avviati progetti di formazione un po' in tutto il mondo, come questo:
    "On December 1st 2015, the French Ministry of Agriculture officially launched an international program on carbon sequestration in agricultural soils, called the “4 per 1000” initiative. This program aims to adapt farming practices (promoting agroforestry among other practices) with the goal of fostering carbon-rich soils so as to “reconcile food security and climate change”. According to INRA (the French National Institute for Agronomical Research), an annual increase of “4 per 1000” (0.4‰) in the stock of organic matter in agricultural soils worldwide would be enough to compensate the global emissions of greenhouse gases.
    Launched in the middle of COP21, this initiative consists of a voluntary action plan under the Lima Paris Agenda for Action (LPAA), backed up by a strong and ambitious research program. It brings together more than 40 countries and dozens of organizations from the public and private sectors, including EURAF.
    Angelo

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  3. Una volta esisteva la civiltà del castagno, soprattutto in italia ma anche spagna francia: il castagno ha una resa calorica per ettaro superiore a quella del grano; il problema è che richiede molta manodopera per la raccolta, e pochi terreni sono adatti,anche se con le conoscenze moderne ,lentamente, nel corso dei secoli, forse millenni, avremmo potuto espanderne di molto l'areale gradatamente migliorando i suoli circostanti con boschi di altre essenze e misti preparatori: oggi siamo nella civiltà dei molti, ed in occidente, soprattutto nella socialdemocratica europa, con squilibri iperbolici verso l' "altra popolazione" soprattutto nell'europa mediterranea, nella civiltà dei malati e degli anziani: benvenuti (Ancora per poco) Molti e malati fa rima con l' agricoltura intensiva, l'agricoltura verde petrolio.

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    1. Coraggio Fra, il futuro sarà solo dei giovani alle prese on un mondo poco vivibile e molto tirchio di risorse per sopravvivere. Gli anziani e i malati avranno poche possibilità di tirare a campare, anche nelle comunità che giocoforza dovranno formarsi per fronteggiare la grande scarsità di risorse in un ambiente diventato il nostro peggior nemico.

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    2. Penso che dire che il castagno avesse una "resa calorica per ettaro superiore a quella del grano" sia alquanto azzardato. Il castagno semmai aveva resa maggiore in quantità rispetto al grano. Considerando le rese storiche, se un ettaro di castagneto produceva in media 30 quintali di castagne, un ettaro di grano ne produceva 20. Ma il grano ha una densità calorica doppia rispetto alle castagne e quindi aveva comunque resa calorica maggiore. Il punto è che la coltura del castagno si è sviluppata perché in collina o montagna non puoi coltivare i cereali su pendenza senza evitare un'erosione devastante sul medio-lungo termine.

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  4. L’intervento è stimolante e ritengo che oggi sia più appropriato parlare
    di industria agricola: si applicano metodi industriali dal seme al frutto.
    Si sono studiati i gusti del consumatore per stimolare ed alimentare la golosità
    più per fare profitto che per soddisfarne i bisogni alimentari.
    Ultimamente stiamo usando i cerali per sfamare, si fa per dire, le vetture.

    Se, con la tecnica agricola, il salto da uomo raccoglitore ad agricoltore
    (agricoltura praticata in Italia fino a circa 60 anni addietro) è stato di
    dieci volte, da agricoltura ad industrializzazione agricola il salto tecnologico è stato di 100 volte e più.

    Per non parlare delle migliaia di molecole chimiche di sintesi immesse, con notevole disinvoltura, nell’ambiente in modo massiccio per i più svariati impieghi, guerra inclusa.

    Attualmente disponiamo di protesi di potenza e di abilità molto maggiori rispetto ad un secolo addietro, ma non abbiamo sviluppato un’etica adeguata ad esse.
    S.M.

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  5. Il tema è interessante e meritava di essere affrontato meglio , meno retorica e luoghi comuni, pur condividendo gran parte del contenuto, lo trovato molto fastidioso, nella superficialità nello sviluppo delle tesi (pur condivisibile).
    Leggete invece http://www.theoildrum.com/node/6048
    Giuseppe

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    1. Vado a leggere, userò il traduttore automatico, essendo in inglese.

      Vorrei segnalarti che questo articolo è il secondo di una serie dedicata da Matteo Minelli all'agricoltura (per il momento sono 4).
      1. Agricoltura: passato e futuro della nostra storia
      2. Il fallimento dell’agricoltura innaturale (questo)
      3. La Rivoluzione verde tra bugie e perdite irreparabili
      4. Chiamateli veleni. Manipolazione e agricoltura.

      Ciao.
      Gianni Tiziano

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  6. "Tuttavia possiamo iniziare a praticare un nuovo tipo di agricoltura in cui invece di essere protagonisti siamo spettatori, invece di fare impariamo a guardare"

    Da quel che dici appare estremamente probabile che non sei agricoltore e che appartieni gia' al 99 per cento della popolazione che fa esattamente cio' che, inutilmente, prescrivi: guarda, parla di cose di cui non sa assolutamente nulla, e giudica col ditino proteso, credendo solo per questo di avere diritto alla pancia sempre ben piena.

    Questa nostra umanita' e' composta al 100 per cento di spettatori, siamo nella societa' dello spettacolo, nell'era del volatile, dove tutti sono stati virtualmente promossi a sceriffi e giudici popolari di quel processo sommario che e' diventato il mondo. Non ci smentiamo neanche quando diciamo di farlo, compreso, ricorsivamente, questo commento. :)

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    1. Nel contesto di questo articolo riferito alla permacultura, osservare non significa stare a guardare mentre gli agricoltori lavorano.
      Vuol dire imparare a conoscere il comportamento delle piante nelle loro interazioni per curarne lo sviluppo con interventi minimi che non richiedono macchinari o lavori di fatica.
      Io lo interpreto così, certo l'articolo ondeggia fra il passato e il futuro e non dice abbastanza del presente.
      Secondo me per andare oltre il modello agricolo industriale non basta rimboccarsi le maniche. Servono conoscenze. Bisogna investire nella formazione degli operatori del settore. È tutto questo deve produrre un reddito. In fin dei conti i macchinari, il carburante, i fertizzanti ecc costano, limitarne l'uso avrebbe di sicuro un ritorno economico.
      Angelo

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    2. "Secondo me per andare oltre il modello agricolo industriale non basta rimboccarsi le maniche. Servono conoscenze. Bisogna investire nella formazione degli operatori del settore."

      Anche dare per scontato che sia possibile, e' sbagliato.
      Quando si affronta in modo retorico-narrativo queste questioni, il risultato e' il caso Lysenko, l'Holodomor, e la sintesi che ne fece Mao: milioni di morti inutili, per un meme pazzo, ripetuto milioni o miliardi di volte a pappagallo, come una poesiola, fino a sembrare scontato, di cui portano la responsabilita' tutti quelli che l'hanno diffuso e condiviso.
      Mi dissocio :)

      "In fin dei conti i macchinari, il carburante, i fertizzanti ecc costano, limitarne l'uso avrebbe di sicuro un ritorno economico."

      "Di sicuro" un bel niente. Morire di fame costa molto di piu', o meglio non e' piu' una questione di soldi o di bilancio economico, ne' di sostenibilita' ecologica, ne' di "volemose bene". Facciamocene una ragione. Chi ha sofferto davvero la fame (nessuno di noi no di certo) racconta che diventa un pensiero fisso, ossessivo, che toglie anche il sonno e prende le 24 ore della giornata. Tutto il resto passa in secondo piano.

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    3. http://www.resilience.org/stories/2016-04-27/agroecology-now
      "Recenti studi hanno dissipato il timore che una alternativa ecologica al modello industriale potesse fallire nel produrre il volume di cibo per cui il modello industriale e' reputato valido.
      Nel 2006 uno studio di rilievo nel Sud Globale (Africa, America Latina, paesi asiatici in via di sviluppo e Medio Oriente), ha comparato i raccolti in 198 progetti in 55 nazioni rilevando che l'agricoltura attenta all'ecologia incrementa la resa dei raccolti di una media di circa l'ottanta per cento.
      Nel 2007 uno studio globale dell'Universita' del Michigan concluse che l'agricoltura organica puo' supportare la popolazione umana attuale con aspettative di incrementi senza espandere la terra coltivata.
      Nel 2009 avvenne una sorprendente approvazione dell'agricoltura ecologica da parte di 59 governi e agenzie inclusa la banca mondiale: in un rapporto accuratamente preparato nell'arco di 4 anni, 400 scienziati auspicavano un urgente supporto per "sostituti biologici al posto di prodotti chimici industriali o combustibili fossili".
      Queste conclusioni dovrebbero allentare la preoccupazione che l'agricoltura ecologica non possa produrre sufficiente cibo, specialmente se si considera la sua produttivita' nel Sud Globale dove queste pratiche agricole sono piu' comuni"
      Non ho capito bene la tua risposta, comunque ti invito a leggere l'articolo che ho messo nel link. Ne ho tradotto la parte secondo me piu' interessante.
      Paradossalmente il "Sud del mondo" nelle pratiche agricole e' piu' avanti di noi.
      Dovremo migrare in Africa?
      Angelo

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    4. Sicuramente portare tecniche agronomiche, piante e sementi moderne, pur senza industrializzare e "chimicare", nei posti dove fanno agricoltura di sussistenza in cui e' impegnato l'80 per cento della popolazione, aumenta le rese, e mi stupisce che le aumenti solo dell'80 per cento, se la faccenda viene gestita da onesti ed esperti agronomi. Quasi nessuno si rende conto che tutto cio' che mangiamo non esiste in natura, ed e' frutto di pazienti selezioni. L'europa dopo la scoperta dell'america porto' a casa fra le altre cose la patata, selezionata dai precolombiani, che permise un notevole incremento delle rese nei paesi piu' freddi. La patata "naturale", prima della selezione, era piena di tossica solanina e non commestibile. I grani che coltiviamo non esistono in natura, nessuno. Il piu' produttivo, il mais, arriva sempre dalla paziente selezione dei precolombiani delle americhe. Come non esiste in natura nessuno dei frutti nelle dimensioni e qualita' a cui siamo abituati.

      Del resto "industrializzare" l'agricoltura in quei paesi poveri non ha senso, se non per permettere alle nostre industrie di piazzare la' i nostri prodotti industriali (gli "aiuti" quasi sempre tornano al 100 per cento e oltre al mittente, sotto forma di stipendi principeschi per chi lavora il loco, e ordini per l'industria del paese che eroga gli aiuti - si tratta in sostanza di "aiuti di stato" all'industria del paese che "aiuta", non di aiuti allo sviluppo, e' ben noto).

      Le pratiche agricole non e' necessario che siano "industriali" per essere tecnologiche (cosa vuol dire poi industriali? la tecnica dell'irrigazione a goccia, con enorme risparmio di acqua dove questa e' scarsa, il che permette di fare agricoltura dove altrimenti non sarebbe possibile, e' industriale? la rotazione a maggese non e' tecnologia?), cio' che intendo e' che l'agricoltura e' tecnica, e' tecnologia in qualsiasi modo venga effettuata.

      D'altra parte va preso atto che finora l'aumento della produzione di cibo e l'aumento di popolazione si sono rincorse reciprocamente, una ha provocato l'altra, vanificando ogni progresso.

      Non serve che migriamo in africa, sta migrando l'africa da noi, queste sono solo le prime avvisaglie. Nei prossimi decenni ne passeranno di qui fino a 2 miliardi, in africa le donne continuano a far 5 figli in media, nonostante la mortalita' sia crollata.
      Se non altro, e' risolto il problema del calo demografico.

      Comunque, prudenza, altre fonti non meno affidabili dicono che senza concimi chimici, a tecnologia e popolazione attuali, non ci sarebbe cibo a sufficienza per qualche miliardo. E ricordiamo che alcune delle zone del mondo piu' fertili (india e cina) hanno una densita' di popolazione proibitiva, e la tecnologia nucleare per fabbricare le bombe.

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  7. Il 70% dei cereali prodotti nel mondo sono destinati all'alimentazione degli animali da allevamento, per un kg. di carne ce ne vogliono 8 di sfarinato di cereali vari, se per assurdo diventassimo tutti vegetariani sparirebbe d'incanto tutto il sistema di regole che sorregge l'agricoltura odierna.

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    1. Dei cereali ? sei Sicuro ? il grosso dell'alimentazione animale si fa col mais, che contiene manco 1 grammo di amminoacidi, e non mi risulta che nel frattempo l'uomo abbia riacquistato le capacità degli scimpanzè, vicini a noi ma manco tanto, di sintetizzare amminoacidi dai carboidrati...

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