Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 9 giugno 2016

Gli alieni siamo noi.


Gli alieni siamo noi.


di Max Strata





No, a compromettere ogni giorno di più la biodiversità e la tenuta degli ecosistemi naturali presenti sul nostro pianeta, non sono strani mostri venuti da qualche remoto pianeta della nostra galassia nè una specie che giunge in superficie dalla profondità della terra.

Non è in corso nessun guerra dei mondi immaginata da H.G. Wells, nè il tentativo della Spectre di impossessarsi del pianeta a costo di far fuori gli esseri viventi che lo abitano.

Gli unici responsabili di quanto stà avvenendo siamo noi, la specie umana.

In effetti, uno degli aspetti più complicati da riconoscere e da accettare quando si parla di cambiamento climatico e delle attività maggiormente impattanti sul pianeta, è proprio la varietà e la drammaticità degli effetti che le nostre azioni stanno provocando a livello globale e che sono drasticamente destinate ad aumentare nel prossimo futuro se non poniamo immediatamente un freno a ciò che stiamo combinando.

Rachel Warren, scienziata del dipartimento di studi ambientali dell’Università dell’East Anglia e titolare di una importante ricerca recentemente pubblicata nella sezione Climate Change della rivista Nature, nel descrivere l'esito degli studi effettuati sul rapporto tra cambiamento climatico e sopravvivenza di specie animali e vegetali, pone l'accento sul fatto che mentre di solito l’attenzione si è focalizzata sulla scomparsa delle specie più rare o su quelle che sono a rischio di estinzione, non si parla di cosa sta accadendo alle specie più comuni e diffuse.

In assenza di concrete politiche di riduzione dell’emissione dei gas serra, l'articolo evidenzia come alla fine di questo secolo circa metà delle piante e un terzo degli animali attualmente conosciuti potrebbero essere estinti.

La causa di questa gigantesca perdita di biodiversità, è dovuta alla sensibile riduzione, o addirittura alla scomparsa, dei loro habitat naturali, ovvero dei luoghi dove queste specie nascono, vivono e si riproducono. Un collasso che, spiega la ricercatrice, potrebbe avere un effetto a catena con violente ripercussioni economiche dovute al mutamento dei modelli agricoli, all’inquinamento dell’acqua e al peggioramento della qualità dell’aria respirabile.

La ricerca si basa sull’analisi di oltre 50 mila specie di piante e di animali e i risultati dicono che solo il 4% delle specie animali – e nessuna pianta – beneficerebbero dell’aumento della temperatura.

Le ripercussioni sulla nostra specie sarebbero pertanto gravissime in quanto una perdita così diffusa della biodiversità su scala globale è destinata ad impoverire i servizi naturali che gli ecosistemi ci rendono gratuitamente: purificazione dell’acqua e dell’aria, prevenzione delle inondazioni, nutrimento per il suolo, insomma tutti quei cicli biogeochimici che sono essenziali per la vita sul pianeta e che noi consideriamo scontati ma che non lo sono affatto.

Accanto a questo studio è opportuno citare anche l'aggiornamento dell'inventario del rischio di estinzione delle singole specie, la cosiddetta "Lista Rossa" che viene redatta dall'I.U.C.N., e il quadro che ne emerge è desolante.

Su 672 specie di vertebrati prese in considerazione (576 terrestri e 96 marine), quasi un terzo sono a rischio di estinzione in tempi brevi.

Oggi la concentrazione di CO2 presente in atmosfera ha raggiunto e superato le 400 parti per milione che corrispondono al 142% in più rispetto al livello preindustriale, mentre gli altri principali gas ad effetto serra, il metano e l'ossido di azoto, sono rispettivamente aumentati del 253% e del 121% rispetto ai livelli anteriori a1 1750, raggiungendo un record che non si registrava da oltre 3 milioni di anni (ben prima della comparsa dell’Homo sapiens sulla Terra).

A causa di questi gas, fondamentali, per garantire la vita sul pianeta attraverso l'effetto serra ma deleteri oltre una certa soglia, oggi, la capacità della Terra di trattenere la radiazione solare è aumentata del 34% rispetto al 1990: una percentuale enorme e inimmaginabile fino a pochi anni fa.

Il cambiamento climatico è dunque ormai una minaccia per la biodiversità globale e secondo i calcoli effettuati dal T.E.E.B. (The Economics of Biodiversity and Ecosystem Services), il programma mondiale dell'O.N.U. che prova a misurare il valore economico della natura, l'impatto che le attività umane producono sulle risorse e sui sistemi naturali, ha ormai un costo di oltre 7.300 miliardi di dollari all'anno.

Per Robert Wilson, ricercatore dell'Università di Exeter nel Regno Unito e co-autore di un recente studio internazionale pubblicato dal prestigioso Proceedings of National Academy of Sciences in cui ha analizzato dati provenienti da tutto il mondo, emerge come gli effetti del riscaldamento globale sono ormai riscontrabili in ogni parte del pianeta, in ogni gruppo di animali e di piante: dagli uccelli, ai vermi, ai mammiferi marini, dalle alte catene montuose, alle giungle ed agli oceani.

Fra i casi citati nello studio, spicca l’esempio della riduzione, nel Mare di Bering, di alcuni molluschi bivalvi fonte principale di cibo per le specie al culmine della catena alimentare di quelle zone. Queste piccole conchiglie, nell’arco di soli due anni, a causa dell’assottigliamento della copertura di ghiaccio sui loro mari, si sono ridotte di ¾ passando da 12 a 3 per metro quadrato, un fatto che verosimilmente provocherà non pochi guasti agli equilibri ecologici di quell'area.

I tassi di estinzione attuali confrontati con quelli misurati attraverso lo studio dei fossili, indicano che oggi perdiamo un numero di specie da 10 a 100 volte superiore a quello registrato nei periodi storici e che in pratica, stiamo vivendo un’estinzione generalizzata di massa.

L'uso dei combustibili fossili ed il nostro “non negoziabile stile di vita” fatto di incessate urbanizzazione e distruzioone di luoghi natutali, ne sono la causa.

Negli ultimi decenni, l'impatto delle attività antropiche sull'equilibrio biologico dell'ambiente marino e sulla ricchezza della sua fauna è stato devastante.

I fenomeni di inquinamento diffuso, la cementificazione delle coste, la distruzione delle paludi costiere, il traffico navale, la pesca intensiva e i mutamenti climatici in corso, hanno decimato gli stock ittici e continuano ad impoverire la biodiversità marina ad un ritmo impressionante.

E' stato calcolato che su scala globale, la cattura di pesce selvatico si è fermata ai livelli dei primi anni novanta del XX secolo, ovvero a circa 90 milioni di tonnellate l'anno, mentre la F.A.O. ha dichiarato che 70 delle 200 più importanti specie marine sono a rischio di estinzione.

Nei cinque continenti, il numero dei pescatori di professione è aumentato vertiginosamente e in modo differente, così, mentre in alcune zone del pianeta questo si è ridotto, in altre si è decuplicato, passando complessivamente da circa 13 milioni a oltre 30 milioni di persone dedite a questa attività.

Tuttavia non sempre è possibile effettuare delle previsioni puntuali sulla base dei dati attualmente a disposizione. Le risorse ittiche sono incostanti dato che in mare la produttività e la predazione oscillano in modo molto diverso che sulla terra ferma, in quanto la biomassa varia moltissimo in relazione alle modificazioni che avvengono nelle correnti, nella quantità di nutrienti e nella temperatura.

Rispetto ad alcuni segnali che quindi risultano non facili da interpretare, alcuni studi mirati indicano comunque come negli oceani lo zooplancton sia diminuito in modo significativo e che senza efficaci controlli praticati su scala internazionale, gran parte delle risorse ittiche potrà arrivare al collasso entro la metà di questo secolo.

Uno dei principali problemi è legato al meccanismo dei segnali deboli che arrivano dalle profondità del mare prima che il tracollo si manifesti.

E' noto infatti che le curve di rendimento delle risorse ittiche sono piuttosto piatte e ciò può determinare un aumento della pesca per diversi anni prima che i livelli di cattura diminuiscano in modo vertiginoso e in tempi molto stretti.

Soprattutto per le specie facilmente identificabili con le moderne tecnologie di ricerca, il segnale debole suggerisce erroneamente una generale abbondanza, spesso legata a concentrazioni locali, mentre in realtà il sovrasfruttamento ha già raggiunto il suo apice.

Come scrive Jorgen Randers nel suo “2052: Rapporto al Club di Roma” (8), "Il pescatore che ha catturato l'ultimo grande banco di merluzzo nell'area del George's Bank al largo della costa settentrionale degli Stati Uniti, torna a casa soddisfatto, la sua barca è piena fino all'orlo e dice alla moglie che è andato tutto bene, senza sospettare che in realtà quella era la sua ultima battuta di pesca".

Su scala locale le analisi e le previsioni sono decisamente più puntuali.

Nel caso del Mediterraneo, sulla base dei dati raccolti dal Comitato tecnico, scientifico ed economico della pesca europea (STECF), la coalizione OCEAN 2012 ha chiaramente evidenziato come il 95% degli stock ittici risultano sovrasfruttati.

Secondo le ricerche effettuate per ripristinare il livello di sostenibilità degli stock, in particolare nel Tirreno centrale e meridionale, nell'Adriatico meridionale e nello Ionio, è infatti necessario ridurre il prelievo attuale di circa il 50%, con punte del 90% per la pesca al nasello in alcune aree.

Nel grafico che segue le curve mostrano i diversi possibili livelli di declino delle catture a livello mondiale misurandone il peso pro-capite (kg a persona), a partire dal progressivo impoverimento degli stock che si è manifestato nell'ultima decade del XX secolo.


L'ecologia ci insegna che i sistemi biologici non sono affatto lineari e ciò comporta che la risposta di un ecosistema ad un cambiamento causato da un fattore esterno, può non essere semplice da prevedere. I tempi e le modalità di risposta sono infatti variabili e proprio per questo possono manifestarsi cambiamenti improvvisi e drammatici che riguardano singoli processi o singole specie (per questo motivo definite specie chiave) che hanno riflessi sull'intero sistema.

In “2052” (8), lo studioso norvegese Dag O. Hessen, in un suo articolo sugli scenari che potranno interessare il mare del Nord nei prossimi anni, evidenzia in modo esemplare come una piccola e apparentemente insignificante specie di crostaceo imparentato con granchi e aragoste ma dalle dimensioni di pochi millimetri, giochi un ruolo determinante all'interno di quell'ecosistema.

Il Calanus planctonico è infatti una specie chiave perché a dispetto delle sue dimensioni è presente in grandi quantità e influenza in modo determinante le catene trofiche di quell'area.

Poiché la temperatura del mare del Nord si sta velocemente riscaldando a causa del mutamento climatico in corso, con effetti che si estenderanno fino all'oceano artico, la popolazione di Calanus ne verrà fortemente condizionata.

Le temperature più alte, specialmente nelle acque di superficie (fino a 2 gradi in più a metà di questo secolo), limiteranno il rimescolamento di queste ultime con quelle di profondità più fredde e ricche del fitoplancton di cui questa specie si nutre, tanto da determinarne un suo calo numerico. Sfortunatamente la scarsità di Calanus significherà scarsità di cibo per molte specie di pesci, una insufficienza che a sua volta si rifletterà sugli uccelli marini, sulle foche, e sugli orsi polari, causando il famoso effetto a cascata che verosimilmente comprometterà questa notevole rete alimentare.

Come è evidente, la centralità di una specie chiave all'interno di un ecosistema ne indica la vulnerabilità.

Riferendo i contenuti della relazione biennale dell'I.P.S.O. (International Programm on the State of the Ocean), Alex Rogers, professore di biologia all'Università di Oxford, ha chiarito che l'acidificazione in corso nei mari è senza precedenti nella storia conosciuta della Terra e che la salute del mare si sta degradando vertiginosamente e con effetti imminenti rispetto a quanto previsto precedentemente .

Gli attuali tassi di rilascio di carbonio negli oceani sono infatti 10 volte più rapidi di quelli che hanno preceduto l'ultima grande estinzione di specie, che è stata quella del Paleocene-Olocene, avvenuta circa 55 milioni di anni fa.

Dai rilievi dell' I.P.S.O. emerge quindi come l'attuale processo di acidificazione sia il più importante negli ultimi 300 milioni di anni, secondo le registrazioni geologiche.

Ma quanti conoscono il ruolo fondamentale che il mare gioca nell'equilibrio della vita sul pianeta ?

Considerato che il fitoplancton marino produce quasi la metà dell'ossigeno presente in atmosfera e che il 90% di tutte le forme viventi si trova negli oceani, è facile intuire cosa può accadere alterando i processi biochimici del più grande insieme di ecosistemi del pianeta.

I rilievi, stanno evidenziando come gli organismi marini siano sottoposti ad uno stress difficilmente tollerabile.

Gli animali marini usano segnali chimici per percepire il proprio ambiente e per localizzare prede e predatori e ci sono evidenze che il processo di acidificazione stia interferendo con questa capacità fino a comprometterla: quante di queste specie saranno effettivamente in grado di adattarsi alle nuove condizioni ?

Pur nella consapevolezza che grandi porzioni oceaniche restano da verificare e che, come abbiamo visto, i "feedback" che arrivano dagli oceani sono spesso lenti e apparentemente non chiari, Rogers ha sottolineato il fatto che ci troviamo in presenza di un cambiamento molto rapido e su larga scala che dovrebbe rappresentare una preoccupazione estremamente seria, considerati i limiti del mare nel sostenere la vita sul pianeta. E’ per questo motivo che la comunità scientifica chiede di mettere in campo un’iniziativa che permetta di sviluppare le conoscenze sull’acidificazione degli oceani, ed è per questo che l'UNESCO chiede la realizzazione di un meccanismo internazionale in grado di trattare specificamente questo problema affinché la questione non resti ai margini dei negoziati sui cambiamenti climatici.

Assorbendo enormi quantità di carbonio e calore dall'atmosfera, gli oceani del mondo hanno finora contribuito a proteggere gli ecosistemi terrestri e gli esseri umani dagli effetti peggiori del riscaldamento globale, ma ciò sta comportando mutamenti profondi sulla vita marina. Del resto, come abbiamo visto, la capacità del mare di assorbire CO2 è comunque limitata e il suo riscaldamento compartecipa allo scioglimento dei ghiacci polari in una catena di eventi che hanno effetti globali.

Considerato che c'è un ritardo temporale di diversi decenni fra il rilascio del carbonio in atmosfera e gli effetti sui mari, ciò significa che una ulteriore acidificazione ed un ulteriore riscaldamento degli oceani sono al momento inevitabili, anche se la nostra specie riuscisse a ridurre drasticamente e molto rapidamente le emissioni di gas climalteranti.

A conferma di quanto documentato, durante l'ultima giornata mondiale della Biodiversità, i biologi e i naturalisti che lavorano al programma ambientale dell'O.N.U., hanno potuto affermare che l'essere umano, attualmente, rappresenta per la quasi totalità delle specie animali e vegetali una autentica minaccia di estinzione di massa.

La sesta, in ordine di tempo, tra quelle conosciute dalla comparsa della vita pluricellulare.

Calcoli prudenziali, effettuati alcuni anni fa dal biologo Edward Owen Wilson, docente ad Harvard, stimano infatti che ogni anno, per cause connesse alle attività antropiche, si estinguono circa trentamila specie.

Una cifra che ora viene rivista al rialzo, in considerazione delle condizioni sempre peggiori in cui versano gli ecosistemi.

In conclusione, se non cambiamo in fretta il nostro atteggiamento e le nostre abitudini (e il riferimento non è certo alle comunità umane che vivono in modo tradizionale e a basso impatto ambientale), è bene sapere, come scrisse Bateson, che non solo porteremo a compimento la più grande strage della storia del pianeta ma noi stessi faremo la fine di una palla di neve all'inferno.

Insomma, gli alieni siamo noi.



* Max Strata è consulente ambientale.










17 commenti:

  1. Mai avuto dubbi in proposito. Noi sapiens (autonomina, tr al'altro) e le nostre credenze religiose hanno dato vita all'idea del Daivolo, del male assoluto. Ebbene, per molti animali il Diavolo siamo noi. A Auschwitz, la maggior parte delle persone pensava che quelli che erano gasati dai nazisti fossero "solo animali".
    Il concetto di "solo animali" che ancora pervade tutta la nostra cosidetta civiltà occidentale (il profitto, il profitto innanzitutto, allevcamenti intensivi, sfruttamenti intensivi, maltrattamenti intensivi, cattiveria in aumento) e figuriamoci il suolo o le piante, che sembrano infinite e resilienti a morte, ebbene tale concetto di disprezzo e di mancato rispetto per tutte le forme di Vita, i nostri desideri mostruosi di potere e di supremazia sull'altro, ci stanno portando all'estinzione molto più velocemente dei cambiamenti climatici.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. cara Daniela, hanno dovuto addirittura condannare penalmente chi non era d'accordo con l'olocausto per imporlo. Molto più equilibrato Cartesio: homo homini lupus. Il concetto di diavolo, odio assoluto, è venuto di rimando da quello delle grandi teofanie bibliche del Dio Amore Totale, che ha permesso alla seconda Persona della Trinità di sacrificarsi per salvarci dal dominio del male. Ovviamente pochi lo hanno accolto, ma non c'è da meravigliarsi: non accolgono nemmeno i principi termodinamici, frutto del pensiero umano, figuriamoci i frutti del pensiero divino. Conosco persone che nella disperazione, si sono rivolte a dei santi uomini, che hanno mediato per far loro delle grazie e dopo, della serie "avuta la grazia, gabbato lo santo", hanno continuato nelle passioni, causa della loro disperazione. In fondo la fede è un miracolo, come disse un religioso inglese, come disse Gesù, dopo che dei dieci lebbrosi guariti, solo uno tornò a ringraziarlo. A tante persone i miracoli passano sopra, come i principi termodinamici o morali. Ci vivono dentro, ma se ne fregano.

      Elimina
    2. "Sull'inferno c'era gia' un mito assiro ripreso dalla Bibbia e poi dalla Chiesa; originariamente il mito mesopotamico era questo: c'è stata una lotta nel cielo tra gli dei (raffigurati dalle stelle che nell'antichita' erano appunto dei). Il dio piu' bello (Lucifero) fu sconfitto e gettato in fondo all'orizzonte del cielo (infatti lucifero-vespero, lo si trova sempre in fondo all'orizzonte, prima del sorgere del sole e dopo, al tramonto).
      Questo mito era nato per tentare di spiegare perchè unastella-dio di cosi' rara bellezza, com'è appunto Venere (o Lucifero, stella del mattino ma in realta' un pianeta illuminato dal sole) si trovava cosi' in basso.
      Nella rielaborazione ebraica del mito gli dei divennero angeli e quindi una lotta celeste tra quelli buoni e quelli cattivi.
      Da allora Lucifero divenne il Signore del Male.
      In ogni caso sia l'Ebraismo sia la Chiesa non hanno rigorosamente mai postulato un principio eterno del male"
      "Introduzione non accademica alla filosofia e alla sua storia" Nazzareno Venturi
      Angelo

      Elimina
  2. Ma smettiamola una volta per tutte con queste baggianate autoflagellanti della specie umana come unico elemento alieno & demoniacalmente distruttivo vs. il resto della natura innocente; come unico abominio rispetto al resto della biosfera, che è invece tanto carina e buonina e politicamenete corretta e rispettosa della vita altrui e popolata solo di unicorni pastello che si nutrono di zucchero filato e cag... espellono arcobaleni!

    La specie umana è una specie animale ESATTAMENTE come le altre. Evolutivamente si è trovata per caso alla cima della catena alimentare, e quindi si comporta, in media, ESATTAMENTE COME FA/FAREBBE OGNI ALTRO PREDATORE APICALE, o come l'universo inanimato in generale (quando una stella diventa una nova credete gliene ferghi alcunché di quanta vita stermina?).

    Anzi, la specie umana è ***molto*** meglio delle altre, direi: in quanto fatta ***anche*** di individui dotati di ***autocoscienza critica***, riesce spesso ad essere elemento antientropico in modi che nessuna altra specie può neppure concepire/implementare, mancando della struttura cerebrale adatta e/o delle appendici di manipolazione della materia necessarie (e.g.: delfini).

    Quindi, prima di rotolarvi, soddisfatti dei vostri caldi sensi di colpa giudaico-cristiani, nei vostri cilici come porcelli nel fango, rileggetevi un po' di Leopardi e datevi una svegliata su cos'è l'UNIVERSO IN TOTO!!!

    "Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagion dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è róso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi."

    http://www.oilproject.org/lezione/zibaldone-il-giardino-del-dolore-testo-originale-2736.html

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ho sempre provato tristezza a leggere questo brano di Leopardi Giacomo, frustrazione, e io sento la natura in tutt'altro modo.
      Per cui, considero questo brano una gran caxxata.
      Della natura, mi pare che aveva capito ben poco, Giacomo.
      L'aveva fraintesa, era in grave errore, non aveva capito.

      Gianni Tiziano

      Elimina
    2. "Quindi, prima di rotolarvi, soddisfatti dei vostri caldi sensi di colpa giudaico-cristiani, nei vostri cilici come porcelli nel fango, rileggetevi un po' di Leopardi e datevi una svegliata su cos'è l'UNIVERSO IN TOTO!!!"

      Meno male Signor Anonimo 9 giugno 2016 14:46 che ci ha dato il miracoloso consiglio, che mai avremmo trovato senza il suo intervento.
      Ora cercheremo di non riassopirci e non dimenticare la visione totale dell'universo alla quale lei ci ha aperto generosamente gli occhi.
      A proposito c'illumini sul nome del sito da lei citato:
      Si tratta di progetti d'olio(vergine, extravergine, o anche di sansa), oppure di petrolio o di che cos'altro?
      Auguri e molti adepti.

      Marco Sclarandis.

      Elimina
    3. Scalandris, ma scherza o parla sul serio? Ma cosa caspita c'entra il sito da cui ho tratto la citazione da Leopardi??? Uno vale l'altro: questo è solo il primo che ho trovato con Google che riportasse il passaggio dallo Zibaldone.
      Voi fedeli degli "naturali" unicorni caga-arcobaleni vs. uomo brutto, sporco e cattivo siete davvero dei fenomeni: uno vi indica la luna e voi non vedete neppure il dito, ma solo la pustola sulla punta del vosto naso.
      Non me ne frega niente di avere adepti, non ho bisogno di fedi alla penitenziagite come voi e non vivo nei sensi di colpa generalizzati. L'uomo è un predatore distruttivo? Sì, certo: A VOLTE SI', ESATTAMENTE COME TUTTO IL RESTO DELL'UNIVERSO!
      Credere che sia differente vuol dire vivere con la testa nello sputa-arcobaleni degli unicorni di cui sopra...

      Elimina
  3. A ciò aggiungasi che mentre nel sud del mondo al taglio delle foreste tropicali per le pratiche del brucia e coltiva per 4-5 anni si sosituisce una poverissma steppa: non tutti i suoli sono adatti all'agricoltura e non tutte le foreste hanno la stessa resilienza; alle nostre latitudini i querco-ostrieti dimostrano che il bosco per riprendere la sua ricchezza originaria richiede parecchi secoli e nel frattempo si può moderatamente sfruttare per la legna; sogno una europa in cui la fonte di calorie principale siano le castagne, considerando che hanno una resa calorica per ettaro superiore al grano, naturalmente nei suoli adatti...Forse fra qualche migliaio di anni con un paio di miliardi di homo sulla terra e pochissime alle basse latitudini africane e sud americane.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. concordo, anche se personalmente estenderei il concetto ad altre specie arboree, diversificate (vedi cinipede del castagno, infestazione che, anche se è presto per dirlo, sembra in via di risoluzione) e in sinergia fra loro;
      x es. leguminose arboree x fissare azoto e attirare insetti utili, siepi commestibili che creino anche riparo per fauna utile, dove necessario essenze frangivento e/o resistenti al fuoco, arbusti da bacche e frutti di bosco, ecc.;
      specie perenni e il più possibile rustiche, e non solo a scopo alimentare umano, ma a sostegno di tutte le realtà naturali che danno stabilità ed equilibrio all'insieme!
      coltivazioni annuali come le cerealicole hanno un EROEI molto basso, senza contare i trattamenti necessari, il degrado del suolo, la perdita di biodiversità e di nicchie ecologiche per il selvatico.
      le castagne hanno caratteristiche nutrizionali molto simili a quelle del riso, ma bisogna solo raccoglierle, e quindi non c'è dubbio che l'EROEI sia x lo meno maggiore di uno (una castagna mi fornisce molte più energie di quelle che ho speso per raccoglierla).
      Invece per i cereali coltivati intensivamente siamo mediamente ben sotto uno, a livello mondiale; petrolio per arare, seminare, concimare, trebbiare, costruire e manutenere i trattori e altri mezzi agricoli; senza petrolio e sovvenzioni l'agricoltura "convenzionale" non si sostiene.

      Elimina
  4. Ottimo articolo, al quale mi sento di muovere un solo appunto: la totale assenza di riferimenti al disastroso impatto dell'attuale crescita esponenziale della popolazione (umana) sugli ecosistemi terrestri e sulla biodiversità animale & vegetale: impatto molto opportunamente evidenziato già parecchi anni or sono sia da Bateson sia da Wilson (citati nella parte conclusiva del post), oltre che naturalmente dal meritorio 'Club di Roma'.

    RispondiElimina
  5. No non siamo noi.. come una estinzione ( credo ) è stata causata dalla comparsa della vita pluri-cellulare la sesta sarà causata dalla comparsa e dall'eccessiva crescita della vita pluri-umana.

    Stati, multinazionali, l'economia (the invisible hand) e grandi organizzazioni trascendono il singolo come noi trascendiamo le nostre cellule. Sono dei soggetti ed entro certi limiti superano la volontà e le forze dei singolo .. con processi mentali fatti di burocrazia cartacea email e internet ottimizzano e massimizzano il loro metabolismo anche , quando necessario, a spese degli umani costituenti che quando serve vengono scartati e licenziati e uccisi in guerra con la stessa freddezza con cui noi ci tagliamo le unghie (uccidendo milioni di cellule).

    Questi organismi che abbiamo creato possono essere considerati vivi? Per l'ordinamento legale soni persone non fisiche. E credo che da molti altri punti di vista.

    Ma temo siano dei mostri alieni ma mangiano petrolio e materie prime respirano dollari e gigabyte e che quindi del cambiamento climatico e dei disastri ambientali e delle estinzioni delle specie non si interessano minimamente... Non c'è traccia nei loro processi informativi delle tre leggi della robotica.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non c'e' dubbio che il piu' grande potere e' quello dei superorganismi che sono le varie societa' umane, che continueranno a lottare fra loro e distruggere tutto cio' che li intralcia finche' dalla lotta non ne restera' uno solo che avra' inglobato tutto in una unica entita', e cerchera' di riciclare al suo interno i suoi stessi rifiuti.
      Un unico grande termitaio che tutto ingloba in una macchina perfetta, senza nulla al di fuori di se', sara' possibile? Ma e' quello che stiamo cercando di perseguire, oggettivamente, in modo piu' o meno conscio, e che abbiamo quasi raggiunto, direi, da cui il disagio.

      Elimina
  6. più che alieni, gli esseri umani sono alienati.

    RispondiElimina
  7. Ottimo articolo, che se viene letto con partecipazione e attenzione, ci fa rendere conto in che guaio ci siamo cacciati : il pianeta che ci stà ancora dando da vivere, fra poco non potrà più farlo, e la causa siamo noi esseri umani.
    Io personalmente penso che saremo estinti prima del 2051.

    Desidero segnalare all'autore Max Strata un errore nel testo :
    .- “Oggi la concentrazione di CO2 presente in atmosfera ha raggiunto e superato le 400 parti per milione che corrispondono al 142% in più rispetto al livello preindustriale”
    no, e' il 42% in più rispetto al livello preindustriale.

    Gianni Tiziano

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

      Elimina
  8. Piccola svista:
    Edward Owen Wilson è un attore di cinema
    Il biologo é Edward Osborne Wilson.

    Marco Sclarandis

    RispondiElimina