Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 13 marzo 2016

Tutti quanti al lavoro per distruggere i sistemi che ci fanno vivere

Da “The conversation”. Traduzione di MR (via Bodhi Paul Chefurka)

di Tara Martin e James Watson

Quando pensiamo all'adattamento dell'umanità alle sfide del cambiamento climatico, la tentazione è quella di puntare a soluzioni tecnologiche. Parliamo di fertilizzare gli oceani e le nuvole con composti progettati per innescare la pioggia o aumentare l'assorbimento di carbonio. Parliamo di costruire grandi strutture per proteggere le nostre coste dall'aumento dei livelli del mare e dalle mareggiate. Tuttavia, come discutiamo su Nature Climate Change, la nostra concentrazione su queste soluzioni high-tech e pesantemente ingegnerizzate ci sta rendendo ciechi nei confronti di una soluzione più facile, più economica, più semplice e migliore per l'adattamento: prendiamoci cura degli ecosistemi del pianeta e loro si prenderanno cura di noi.



Mordere la mano che ci dà da mangiare

Tutti quanti siamo attualmente impegnate nella totale distruzione dei sistemi che ci danno riparo, puliscono le nostre acque, l'aria, ci danno da mangiare e ci proteggono dal meteo estremo. A volte questa distruzione viene portata avanti con lo scopo di proteggerci dalle minacce poste dal cambiamento climatico. Per esempio, nelle isole basse della Melanesia, le barriere coralline vengono fatte esplodere con la dinamite per fornire materie prime da costruzione per argini nel tentativo di rallentare l'impatto dell'aumento del livello del mare.


Un argine costruito usando il corallo in Papua Nuova Guinea. J.E.M Watson

In molte parti del mondo, comprese Africa, Canada ed Australia, la siccità ha portato all'apertura di sistemi forestali intatti, pascoli protetti e praterie per l'allevamento e l'agricoltura. Analogamente, la minaccia del cambiamento climatico ha guidato lo sviluppo di colture più tolleranti alla siccità che possano sopravvivere alla variabilità climatica, ma queste capacità di sopravvivenza rende anche più probabile che queste specie vegetali diventino invasive. Superficialmente, queste potrebbero sembrare modi sensibili per ridurre gli impatti del cambiamento climatico. Ma di fatto è probabile che contribuiscano al cambiamento climatico ed aumentino il suo impatto sulle persone. Gli argini e le colture che tollerano la siccità hanno un ruolo nell'adattamento al cambiamento climatico: se sono sensibili agli ecosistemi. Per esempio, se serve protezione dalle tempeste nelle isole basse, non costruite argini con materiale delle barriere coralline che offrono all'isola la loro sola protezione attuale. Portateci il cemento e l'acciaio necessario per costruirli (be', anche questa non è proprio una soluzione ad emissioni zero... ndt).

In che modo ci proteggono gli ecosistemi

Le barriere coralline intatte si comportano come barriere contro le mareggiate, riducendo l'energia delle onde di una media del 97%. Sono anche una valida fonte di proteine che sostiene i mezzi di sussistenza locali. Analogamente, le mangrovie e le praterie di fanerogame forniscono una zona tampone contro le tempeste e riducono l'energia delle onde, così come sono un vivaio per molti dei pesci ed altre creature marine su cui sono costruite le nostre industrie della pesca. Le foreste intatte forniscono una miriade di servizi ecosistemici che non solo vengono dati per scontati, ma vengono attivamente sperperati quando quelle foreste vengono decimate dal disboscamento. Ora ci sono prove chiare del fatto che le foreste intatte hanno una influenza positiva sul clima planetario e sui regimi meteorologici locali. Le foreste forniscono anche riparo da eventi meteorologici estremi e costituiscono la casa di una miriade di altri ecosistemi preziosi che sono importanti per le popolazioni umane come fonti di cibo, medicine e legname. Le foreste giocano un ruolo chiave nel catturare, immagazzinare e sequestrare carbonio dall'atmosfera, un ruolo che probabilmente diventerà sempre più importante per evitare il cambiamento climatico peggiore. Eppure continuiamo a decimare foreste, boschi e praterie. L'Australia settentrionale ospita la più grande savana della terra, che contiene enormi riserve di carbonio ed influenza il clima locale e globale. Nonostante il suo valore intrinseco come riserva di carbonio, si è discusso della possibilità di aprire queste regioni perché diventino la nuova dispensa di cibo dell'Australia, mettendo quelle estese riserve di carbonio in pericolo.

Più economico delle soluzioni tecniche

In Vietnam, sono stati piantati ),12.000 ettari di mangrovie al costo di 1,1 milioni di dollari statunitensi ma risparmiandone 7,3 all'anno che sarebbero stati spesi per la manutenzione degli argini.


Piantagione di mangrovie nella Filippine per ripristinare le foreste. Trees ForTheFuture/Flickr, CC BY

In Louisiana, la distruzione dell'uragano Katrina nel 2005 ha portato all'analisi di come le saline costiere avrebbero potuto ridurre parte dell'energia delle onde nelle mareggiate associate all'uragano. I dati ora hanno confermato che le saline avrebbero ridotto significativamente l'impatto di quelle mareggiate e stabilizzato la linea di costa contro ulteriori danni ad un costo di gran lunga inferiore di quello delle difese costiere costruite. Con questi dati in mano, ora stanno cominciando discussioni su come ripristinare le saline della Louisiana per proteggersi da eventi meteorologici estremi futuri. Gli aiuti esteri statunitensi in papua Nuova Guinea hanno anche incoraggiato il ripristino e la protezione delle mangrovie per la stessa ragione. Al posto di portare il bestiame a pascolare sulle praterie native e sulla savana durante i periodi di siccità, si potrebbe invece finanziare la lotta degli agricoltori per sostenere il bestiame in aree marginali per coltivare carbonio e biodiversità ripristinando o proteggendo questi ecosistemi. Questo potrebbe comportare la riduzione del numero di capi di bestiame o, in alcuni casi persino della loro rimozione totale. L'Australia è molto ben informata circa il valore del carbonio dei suoi molti e variegati ecosistemi, ma deve ancora mettere pienamente in pratica quella conoscenza. Il costo dell'adattamento al cambiamento climatico usando soluzioni tecnologiche è stato fissato ad un impressionante 70-100 miliardi di dollari all'anno. Si tratta di un cambiamento piccolo in confronto agli attuali sussidi energetici globali, stimati dal Fondo Monetario Internazionale in 5,3 trilioni di dollari all'anno per il 2015. Proteggere gli ecosistemi riduce il rischio alle persone ed alle infrastrutture, così come il grado del cambiamento climatico: una strategia doppiamente vincente. Non c'è dubbio che le soluzioni tecnologiche abbiano un ruolo da giocare nell'adattamento climatico, ma non a spese del funzionamento intatto degli ecosistemi. E' il momento di stabilire un'agenda di politiche che premi attivamente quei paesi, industrie ed imprenditori che sviluppano strategie di adattamento sensibili agli ecosistemi.

3 commenti:

  1. STRADACCORDO. Peccato che la COP21 sia stata molto disinteressata a questo, mentre la FISSAZIONE per la tecnologia sia aumentata. E senza nemmeno cambiare la materia giuridica sul diritto di proprietà intellettuale e quindi rendendo inutile parlare di aiuto ai Paesi poveri ai quali solitamente doniamo generosamente solo ferri vecchi tecnologici mentre potrebbero fin da subito salvaguardare i loro preziosi ecosistemi blu e verdi. Che poi sono gli ecosistemi o meglio le reti ecologiche che uniche possono salvare gli antropi da loro stessi. In Italia l'ignoranza abissale dei politici e dei centri di potere ha fatto si che si cominci a sparare ai Lupi. Agli orsi lo hanno già fatto, vedi civilissimo (si fa per dire) Trentino. I predatori, apici della catena trofica, nel (si fa per dire) Belpaese hanno vita dura.

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  2. Ci mancavano solo le specie vegetali invasive per completare il quadro idilliaco degli allevamenti di bestiame.(link "diventino invasive")
    La realtà supera la fantasia.

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  3. La specie maggiormente invasiva su questo pianeta, molto peggiore delle cavallette, contro la quale non c'è nulla da fare è l'UOMO!

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