Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 2 dicembre 2015

Fuffa e rivoluzione. A Parigi vedremo la solita gran fumata di roboanti dichiarazioni, ma niente di più

di Jacopo Simonetta

Tra manifestazioni, tafferugli e mal riposte speranze, a Parigi va in scena l’ennesimo episodio di un serial che dovremmo conoscere già bene.   Ma se qualcuno si fosse perduto le puntate precedenti, basteranno le dichiarazioni iniziali dei principali leader mondiali ( per Obama qui e per Xi Jinping qui) per chiarire da subito che non ci sarà nessun accordo che possa, sia pur minimamente, influire positivamente sul clima.

Insomma, quello che vedremo sarà la solita gran fumata di roboanti dichiarazioni a copertura di un piccolissimo arrosto di incentivi a questa o quella lobby industriale.

Disfattismo?   Lo vedremo fra qualche giorno, nel frattempo vorrei ricordare che questa non è certo la prima volta che viene annunciato un “cambio di rotta epocale” in materia di clima o, più genericamente, di ambiente.   Questa è infatti una vecchia storia, cominciata una cinquantina di anni fa e culminata nell'ormai remoto 1992 fra grandi speranze e fuochi d’artificio. In realtà il “nonno di tutti i fiaschi” fu infatti proprio il “Summit mondiale dell’ambiente” del 1992 da cui questa e tante altre conferenze sono poi scaturite.   Fu un vero e proprio picco del movimento ambientalista: contemporaneamente zenit di influenza politica e mediatica, ma anche dimostrazione di incapacità ed inizio della sua ingloriosa fine.

Molti troveranno sbagliate, o perlomeno esagerate, queste affermazioni.   Prima di entrare in qualche dettaglio credo sia quindi opportuno inquadrare brevemente l’evento.

Che la crescita demografia ed economica stavano conducendo l’umanità verso il disastro divenne evidente nel corso degli anni ’70.   Non solo per la pubblicazione di “Limits to Growth”, ma per l’accumularsi di una impressionante mole di dati e conoscenze in tutti i campi scientifici che, nel loro insieme, non davano adito a dubbi (tranne che per la maggior parte degli economisti).   Ma eravamo in guerra, sia pure “fredda”;  una guerra mortale fra le due scuole (o sette) in cui si era diviso il mondo:   Capitalismo versus Socialismo.   Entrambi perseguivano lo stesso fine: il massimo del benessere possibile per un numero crescente di persone.   Ma erano molto diversi i metodi immaginati per raggiungere lo scopo, così come i criteri di selezione delle rispettive classi dirigenti.
In Russia il tema dell’insostenibilità della crescita non fu neanche preso in considerazione.   In occidente se ne parlò molto, ma si fece poco perché porre dei severi limiti alla crescita economica avrebbe ridotto il peso politico-economico e militare dei paesi che lo avessero fatto.   Col rischio molto concreto di essere sconfitti.

Dunque, dopo 10 anni circa di discussioni e parziali provvedimenti, fu deciso che era più urgente rilanciare la crescita.   Cosa che fu fatta  mediante una complessa strategia che comprendeva, fra l’altro, la trasformazione del denaro e della finanza in entità totalmente virtuali, oltre ad un insieme di provvedimenti che vanno sotto l’etichetta di “deregulation”.   In pratica, la progressiva rimozione dei vincoli precedentemente imposti alle attività economiche per fini di tutela ambientale o sociale.  Il risultato non si fece attendere e, nel 1989, l’Unione Sovietica fu sconfitta non già sul campo di battaglia, bensì sul piano puramente economico.

Il crollo del blocco sovietico convinse tutti della giustezza del modello capitalista e fu in questo clima euforico che fu indetto il summit Rio.   Finita la guerra, nessuno aveva più molto da temere e tutti i paesi del mondo potevano finalmente collaborare per risolvere i problemi del sottosviluppo e dell’ambientale una volta per tutte.  O perlomeno così sembrava.Parteciparono ben 172 governi, di cui 116 con le loro massime cariche istituzionali, mentre ad un parallelo forum consultivo partecipavano 17.000 persone in rappresentanza di 2.400 NGO (associazioni non governative).   In effetti, non si era mai visto un evento di questa portata dedicato all’ambiente, ma la montagna partorì un ben misero topolino.   O meglio, produsse un magnifico castello di cristallo, attraverso i cui muri iridescenti non era difficile vedere le solide strutture di cemento e di acciaio del “Business as usual”.

A parte migliaia di pagine di analisi e commenti che nessuno ha mai letto, la conferenza produsse infatti una serie di documenti potenzialmente importanti, ma che ebbero ben poco impatto reale: Dichiarazione di Rio sull'ambiente e sullo sviluppo; Agenda 21; Convenzione sulla diversità biologica; Principi sulle foreste; Convenzione sul cambiamento climatico.

Ognuno di questi meriterebbe un approfondimento, ma visti i limiti di un post, vorrei solamente chiosare il primo dei 27 principi che avrebbero dovuto guidare le nazioni verso lo “sviluppo sostenibile”.   Esattamente gli stessi principi, si noti, proclamati a chiusura del summit di Stoccolma, esattamente 20 anni prima (1972) in piena guerra fredda (mancava il blocco sovietico e la Cina era rappresentata da Taiwan).

Principio 1:  Gli esseri umani sono al centro della preoccupazione per uno sviluppo sostenibile.   Hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura.

Suona bene.   Effettivamente nel 1972, con un’impronta ecologica globale vicino ad 1, poteva essere sottoscrivibile.   Ma nel 1992, con una popolazione di 5,5 miliardi crescenti ad un tasso senza precedenti, magari qualcuno avrebbe dovuto porsi qualche qualche domanda.

Per esempio, cosa vuol dire “sviluppo sostenibile,?   Perché se voleva dire sviluppare società più parsimoniose e giuste era fattibile.   Ma se si intendeva che era ancora possibile una crescita demografica e/o economica senza scatenare catastrofi era semplicemente falso.   La capacità di carico del pianeta era già stata superata da un pezzo.

Seconda domanda: E’ bello avere dei diritti, ma siamo sicuri che questi non comportino dei doveri di cui non si parla mai?   Ad esempio, avere diritto ad una vita sana ed operosa non potrebbe presupporre il dovere di limitare la propria discendenza?   Oppure il diritto all'acqua potabile, non potrebbe avere a che fare con il dovere di razionarne l’uso in rapporto alla disponibilità? Sempre in tema di diritti, per essere sani e produttivi sono necessari una serie non indifferente di presupposti, a cominciare da cibo, acqua, energia, alloggi, cure mediche, e molto altro ancora.   Per quanta gente tutto questo può essere reso disponibile senza distruggere il pianeta?

Sulla base della situazione e delle conoscenze del 1972 si poteva ancora pensare che per circa 4 miliardi di persone fosse possibile.   Ma nel 1992 era già chiaro che il recupero di condizioni di sostenibilità sarebbe necessariamente passato attraverso una netta riduzione sia della popolazione umana, sia dello standard di vita medio.  Cosa che per europei, americani e giapponesi già allora avrebbe significato dei sacrifici assolutamente traumatici.   Mentre per tutti gli altri avrebbe significato rinunciare definitivamente alla speranza di accedere anche loro al tanto agognato Paese di Bengodi.   Per tutti voleva dire accettare di avere non più di due figli e morire possibilmente intorno ai 70 anni, come ai tempi di Dante Alighieri.

Molto "politicamente scorretto".  E difatti in tutti i 26 punti seguenti si continua a fingere che il numero di persone sia una variabile indipendente e che gli occidentali possano mantenere il loro tenore di vita principesco, mentre tutti gli altri hanno il diritto di raggiungerlo.   Ma, naturalmente, in modo “sostenibile”.
 
Insomma, da parte di chi capiva di cosa si stava parlando, il tentativo fu di contrabbandare alcuni principi assolutamente giusti, come quello di precauzione e quello di responsabilità, in mezzo ad un denso fumo di fuffa in cui ognuno avrebbe potuto trovare quel che più gli piaceva.   Ma mescolati alla fuffa, anche i principi seri divennero parole vuote.

Insomma, la filosofia generale che emerse fu che, OK, salvaguardare l’ambiente era bello ed importante, ma ad alcune condizioni.   In particolare che: a) ogni stato ha il diritto di fare quello che gli pare sul suo territorio; b) i paesi ricchi hanno il diritto di restare tali, semmai devono aiutare gli altri a diventare ricchi anche loro; c) i paesi poveri hanno diritto a diventare ricchi; d) la questione demografica è assolutamente marginale; h) nessuno si deve azzardare a porre dei limiti alla libertà di commercio; i) lo sviluppo economico e la protezione ambientale non sono in contrasto, anzi sono sinergici.

Difficile assemblare una collezione di ossimori più raffinata di questa.   Ma la misura del fallimento non fu tanto un documento pieno di vuotame che, in casa ONU, è normale.   La vera Caporetto fu che, con poche ed isolate eccezioni, il movimento ambientalista non denunciò il fallimento della conferenza.   Al contrario, si unì al coro di quanti dicevano che, ancorché non perfetto, il risultato era un eccellente compromesso ed un punto di partenza per nuove ed efficaci politiche ecc. ecc.

Insomma, il BAU aveva vinto non solo sul piano politico e diplomatico, ma anche e soprattutto su quello culturale.   Non a caso, nei decenni seguenti le parole d’ordine ed i concetti che erano stati elaborati per modificare alla radice l’impostazione sociale ed economica del mondo divennero gli slogan delle più spudorate campagne commerciali.   E perfino entrarono nella retorica elettorale di tutti i partiti, qualunque ne fosse il programma politico.

Purtroppo, la percezione della realtà dipende in grandissima misura dalla frequenza ed intensità con cui riceviamo i messaggi.   Così, in pochi anni, lo stesso movimento ambientalista finì col perdere la strada, ammesso che mai ne avesse avuta una, finendo col balbettare un guazzabuglio di luoghi comuni, privo di ogni coerenza esterna ed interna.
 
Rio non fu solo la tomba in cui finì ogni speranza di cambiare la rotta suicida del nostro mondo.   Fu anche la tomba del movimento ambientalista e perfino dalla sua cultura, divenuta pudebonda foglia di fico per imbellettare ogni nequizia.   Esattamente quello che in questi giorni sta accadendo a Parigi.
In quest’ottica il ricorso alla violenza è sicuramente una forte tentazione soprattutto per chi, essendo giovane, si rende conto che sarà abbandonato in un mondo che è stato saccheggiato in ogni suo anfratto dai suoi stessi nonni e genitori.

Ma si sa, o si dovrebbe sapere, che le tentazioni sono mostri che apparentemente ti offrono una via d’uscita da situazioni tremende, mentre in realtà ti ci sprofondano ulteriormente.   Se lasciare scarpe in piazza serve solo a sentirsi meno soli, lanciare fumogeni e bruciare automobili serve a peggiorare ulteriormente la situazione, da tutti i punti di vista.   Ma se qualcuno volesse davvero “portare l’attacco al cuore del sistema” avrebbe un modo sicuro e perfino legale di farlo: comprare il meno possibile, spengere luci e termosifoni.   E via di seguito.   Nessun soldato vince la guerra da solo, ma è la sommatoria dei contributi di ognuno che vince.   E questa, udite udite, è una guerra che può solo essere vita.

La barca del capitalismo globale fa già acqua da tutte le parti e non può che affondare, anche senza l’aiuto di nessuno.   Il problema è che tutti noi siamo a bordo e non ci sono scialuppe, al massimo qualche ciambella gonfiabile.   Nessuno se la caverà a buon mercato e molti non se la caveranno affatto, sarebbe bene parlarne ed organizzarsi almeno per limitare
il panico, ma è molto più facile a dirsi che a farsi.



24 commenti:

  1. http://www.byoblu.com/
    Link volutamente provocatorio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. http://www.byoblu.com/post/2015/12/01/come-hanno-cercato-di-bloccare-le-democrazie-un-piano-c-per-uscire-dalleuro-nino-galloni.aspx#more-38459
      Link completo

      Elimina
    2. Fondalmentalmente sbagliato. L'economia può far molto nella redistribuzione delle risorse, e nella trasformaizone da risorse a beni usabili. Ma non può creare risorse. Che è quel che sostiene questo post, direiin omdo che condivido in pieno. Sperare che una bacchetta magica (moneta di tipo diverso o abolizione dlela moneta, società utopica di qualsiasi tipo) possa far crescere ulteriormente la popolazione mondiale e la produzione di ricchezza senza andare incontro ad una catastrofe è in pratica credere all'esistenza di Babbo Natale.

      Elimina
    3. Galloni appartiene alla corrente di pensiero politico-economico che vede e interpreta tutto sotto la specie dell'occupazione e del "lavoro salariato": si tratta di paleo-marxismo fermo alla sua prima fase, quella della "dittatura del proletariato", che e' l'altra faccia, complementare, del capitalismo della megamacchina. Direi che si tratta di una forma di pensiero che ha gia' dato quello che poteva dare e ora e' pateticamente obsoleta, abbondantemente superata dai fatti nella stessa organizzazione sociale e industriale, sebbene non sia ancora chiaro da cosa finira' per essere seguita una volta stabilizzate le condizioni. Forse Galloni non si e' nemmeno accorto che, semmai, nella profezia marxista, siamo gia' alla fase successiva, quella del paradiso in terra in cui ognuno ha secondo le sue necessita' e i suoi bisogni (se le necessita' e i bisogni fossero rimasti quelli di quando marx profetizzava...)

      Elimina
    4. lo sviluppo economico è esattamente il contrario, cioè la riduzione della quantità di oggetti inquinanti e dell’uso di risorse pregiate per unità di prodotto, cioè man mano che c’è crescita produttiva e tecnologica, si riduce la quantità delle risorse per unità di prodotto… delle risorse utilizzate. Viceversa quello a cui abbiamo assistito dopo, cioè la globalizzazione, la limitazione dello sviluppo, l’economia eccessivamente aperta eccetera, hanno portato a una limitazione dello sviluppo economico e tecnologico e hanno favorito invece questi paesi come la Cina, come l’India e come la Russia che hanno avuto l’occasione, voluta dagli ambienti neo-conservatori, di entrare nel mercato internazionale esportando prodotti di bassa qualità tecnologica e sotto ogni profilo che poi hanno ovviamente contribuito di più del previsto all’inquinamento

      Elimina
  2. Più che fuffa* ci attendono cocci affilati lungo e in fondo al dirupo, quello di Seneca.

    ( Dirupo di Seneca, copyright Ugo bardi)

    *Fuffa. morbida lanugine comune a molte sementi, in primis il cotone.

    Post rovellum: di chi è l'immagine?

    E' forse una versione medievale della nave dei folli?

    Marco Sclarandis

    RispondiElimina
  3. "Ma se qualcuno volesse davvero “portare l’attacco al cuore del sistema” avrebbe un modo sicuro e perfino legale di farlo: comprare il meno possibile, spengere luci e termosifoni."

    E questa affermazione fa risaltare la schizofrenica situazione, da "doppio legame", delle nostre normative e legislazioni: che fanno di tutto per farci consumare di meno pero' facendoci consumare di piu', in favore appunto una volta di una lobby una volta dell'altra (sebbene tutte travestite da "ecologiche" come la moda attuale impone, ovviamente).
    Se risparmiamo, i costi fissi dell'ambaradan specialmente nella sua parte pubblica, restano gli stessi, per cui il costo unitario, magari attraverso la tassazione, diventa sempre piu' spropositato. Il "risparmio" percio', al di la' della retorica, e' intrinsecamente punito.
    Se ai fini di una vita soggettivamente sopportabile e' importante trovare un senso, bisogna ammettere che e' un'impresa sempre piu' disperata.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai perfettamente ragione e ci sono altri modi con cui si stanno castigando i risparmi. Spese obbligatorie di vario genere e l'inflazione. Al momento siamo in un delicato equilibrio fra inflazione e deflazione, ma temo che dovremo cascare da una delle due parti e in entrambi i casi saranno dolori.

      Elimina
    2. Credo che in effetti il consiglio finale sia poco pratico. Risparmiare significa permettere ai nostri soldi (alle risorse di cui disponiamo) di finire in "crescita" di altri e quindi peggiorare il problema. Ogni euro risparmiato finisce in banche che lo usano per il BAU.
      Dobbiamo investire tutto quel che possiamo in "fuffa", nel senso del post sopra, quasiasi cosa ci permetta di ridurre l'impatto del dirupo di Seneca.
      Al limite isolamento delle case, riarrangiamento della nostra vita per permettere di fare a meno di auto, orti, strutture sociali, energia e ancor energia....

      Elimina
    3. Io aggiungerei: qualunque cosa possa essere utile, anche pochissimo, per conservare/migliorare biodiversità, suoli ed acque. Alla fine sono queste le cose di cui si vive.

      Elimina
    4. Verissimo: l'accumulo di risorse anche ingenti in poche mani permette interventi benefici nell'ecosistema molto più che una distribuzione centellinata fra gli individui.

      Elimina
    5. mi trovo assolutamente d'accordo con la risposta di Gianni, credo che abbia scovato ed esposto lucidamente il giusto modo di indirizzare le nostre risorse economiche.

      Elimina
  4. Dove non pensa l'uomo, pensa la natura: lei comprendeal suo interno anche gli uomini, ma non e' umana.

    RispondiElimina
  5. In questo scenario obiettivamente problematico pressochè nessuno fa presente che, se i Paesi sviluppati possono/devono ridurre le emissioni pro-capite di gas-serra, quelli poveri possono/devono ridurre la loro galoppante crescita demografica (umana); a tale riduzione potrebbero/dovrebbero anzi essere vincolati i famosi 'aiuti allo sviluppo' da parte dei Paesi "ricchi"...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Questo e senz'altro uno dei tabù che ha vanificato finora ogni tentativo serio di trattativa. Vedi ad esempio l'enciclica "Laudato si" che, pure, è finalizzata espressamente ad influenzare positivamente la COP21. Fra le molte cose che dice, non manca di ribadire due punti assolutamente in contrasto con lo scopo dichiarato: Vi si ribadisce che la crescita demografica non è influente e si rilancia l'ossimoro che lo sviluppo economico dei poveri è sinergico con la protezione dell'ambiente. Purtroppo entrambe le tesi sono false. Il numero di umani è un fattore centrale e per ridurre i consumi non solo i ricchi dovrebbero tornare poveri, ma anche i poveri dovrebbero restare tali. Una cosa di cui né gli uni, né gli altri sono disposti a discutere.
      E credo che anche su questo blog assai di nicchia, le affermazioni qui sopra mi attireranno una discreta messe di insulti.

      Elimina
  6. il popolo vuole lo sviluppo. Vox populi, vox dei. O diabuli? Comunque, Simo, se ti può consolare con Gesù non si sono limitati agli insulti. Il destino di chi non para il fondo schiena al potere e alla massa è sempre il solito.

    RispondiElimina
  7. noi li chiameremmo ignoranti, temerari, avidi, pazzi, ma S.Paolo nella lettera ai Romani li definisce nell'unico modo appropriato: intelligenti nel male. Proprio come il loro padre satana, che è la massima espressione della sovrumana intelligenza nel male. Non si spiegherebbe altresì la totale e completa mancanza di virtù, quali la temperanza e la prudenza, che pur essendo umane, se non vengono corroborate dall'intelligenza di Dio, non possono portare altro che marciume e immondizia.

    RispondiElimina
  8. poi per quello che riguarda il problema demografico, ti faccio notare che senza bocche da sfamare come farebbero i centri di potere economico, politico e religioso a comprarsi le persone e loro coscienze. Se una persona è libera economicamente, e intellettualmente, non la puoi più condizionare più di tanto e spingere anche a fare del male agli altri, in vece loro. Quindi il discorso demografico per questi è chiuso prima di cominciarlo.

    RispondiElimina
  9. Bellissimo post, che ha tra l'altro il merito di infrangere il tabù della sovrappopolazione. Problema di cui bisognerebbe parlare di più anche in questo blog.

    RispondiElimina
  10. Si, fuffa, ossimori, illusioni e prese per il sedere in continuazione da almeno cinquant'anni. Condivido pienamente.

    RispondiElimina
  11. "La barca del capitalismo globale fa già acqua da tutte le parti e non può che affondare, anche senza l’aiuto di nessuno. Il problema è che tutti noi siamo a bordo e non ci sono scialuppe, al massimo qualche ciambella gonfiabile. Nessuno se la caverà a buon mercato e molti non se la caveranno affatto, sarebbe bene parlarne ed organizzarsi almeno per limitare il panico, ma è molto più facile a dirsi che a farsi."Che fare, anche sul piano individuale, per preparai alla botta?!
    Giuseppe

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Su questo tema c'è oramai una letteratura imponente e per tutti i gusti: da chi propone di specializzarsi in tecniche di guerriglia urbana a chi propone l'orticoltura sinergica. Probabilmente hanno un po' ragione ed un po' torto tutti quanti. Comunque, comincerei con una navigata internet sul tema "Resilienza" in varie lingue. Il problema sarà solo quello di scegliere cosa leggere perché la massa di roba è imponente.

      Elimina
  12. A mio parere questo post merita essere tradotto in inglese e messo anche su Cassandra Legacy. Ideologicamente-politicamente-polemicamente" e più " italiano" che internazionale od anglosassone ed è proprio per questo che penso sia utile per lettori non-stivalici....sarebbe un buon contributo della cultura intellettuale italiana (in questo caso) ....

    RispondiElimina