Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 20 settembre 2015

La fine annunciata della civiltà

Da “bastamag.net” Traduzione di MR (via Luca Pardi)

Di Ivan Du Roy


Dei nove limiti vitali al funzionamento del “sistema Terra”, almeno quattro sono già stati superati dalle nostre società industriali, con il riscaldamento globale, il declino della biodiversità o il tasso insostenibile di deforestazione. Superare questi limiti significa prendersi il rischio che il nostro ambiente e le nostre società reagiscano “in modo improvviso ed imprevedibile”,avvertono Pablo Servigne e Raphaël Stevens nel loro libro “Come tutto può collassare”. Ricordando tutti i dati e gli avvertimenti scientifici sempre più allarmanti, i due autori fanno appello ad uscire dalla negazione. “Essere catastrofisti non significa né essere pessimisti né ottimisti, significa essere lucidi”. Un'intervista.



Basta!: Un libro sul collasso, non è un po' troppo catastrofista?

Pablo Servigne e Raphaël Stevens: [1] La nascita del libro è il risultato di quattro anni di ricerca. Abbiamo messo insieme centinaia di articoli e di saggi scientifici: libri sulle crisi finanziarie, sull'ecocidio, opere di archeologia sulla fine delle civiltà antiche, rapporti sul clima... Tutto rimanendo il più rigorosi possibile. Ma percepivamo una forma di frustrazione: quando un libro affronta il picco del petrolio (il declino progressivo delle riserve di petrolio e di gas), non evoca la biodiversità; quando un saggio tratta l'estinzione delle specie, non parla della fragilità del sistema finanziario... Mancava un approccio interdisciplinare. E' l'obbiettivo del libro. Per mesi siamo stati attraversati da grandi emozioni, quelle che gli anglosassoni chiamano il punto “Oh my God” (Oh cazzo!” oppure “Oh mio Dio”), quando ricevono un'informazione così enorme da essere sconvolgente. Abbiamo vissuto diversi punti “Oh my Godt”, come scoprire che la nostra alimentazione dipende completamente dal petrolio, che le conseguenze di un riscaldamento oltre i 2°C sono terrificanti, che i sistemi altamente complessi, come il clima o l'economia, reagiscono in maniere repentina ed imprevedibile nel momento in cui si superano alcune soglie. Quindi, a forza di leggere tutti questi dati, siamo diventati catastrofisti. Non nel senso in cui si dici tutto è perduto, per cui si affonda in un pessimismo irrevocabile. Piuttosto nel senso per cui si accetta che delle catastrofi si possono verificare: sono di fronte a noi, dobbiamo guardarle con coraggio, con gli occhi bene aperti. Essere catastrofisti non significa né essere pessimisti né ottimisti, significa essere lucidi.

Picco del petrolio, estinzione di specie, riscaldamento climatico... Quali sono i limiti della nostra civiltà “termo-industriale”? 

Abbiamo distinto i limiti e i confini. I confini sono fisici e non possono essere superati. I limiti possono essere superati, a nostro rischio e pericolo. La metafora della macchina, che utilizziamo nel libro, permette di comprenderlo bene. La nostra macchina è la civiltà termo-industriale attuale. Accelera in modo esponenziale, all'infinito, è la crescita. Tuttavia, è limitata dalle dimensioni del suo serbatoio: il picco del petrolio quello dei metalli e delle risorse in generale, il “picco di tutto” (“peak everything”), per riprendere l'espressione dello statunitense Richard Heinberg. Ad un certo punto, non c'è più energia sufficiente per continuare. E quel momento è oggi. Siamo in riserva. Non si può più proseguire oltre.












Poi ci sono i limiti. La macchina viaggia in un mondo reale che dipende da clima, biodiversità, ecosistemi, grandi cicli geochimici. Questo sistema terra comporta la particolarità di essere un sistema complesso. I sistemi complessi reagiscono in modo imprevedibile se vengono superate certe soglie. Sono stati identificate nove limiti vitali del pianeta: clima, biodiversità, uso del suolo, acidificazione degli oceani, consumo di acqua dolce, inquinamento chimico, ozono stratosferico, ciclo di azoto e fosforo e il carico di aerosol in atmosfera. Di queste nove soglie, quattro sono già state superate: riscaldamento climatico, declino della biodiversità, deforestazione e le prime “zone morte” stanno comparendo in mare. Ci sono zone in cui non c'è assolutamente più vita, oltre a molte interazioni dovute ad inquinamenti molto forti (vedete qui). Sulla terra, il tasso di deforestazione rimane insostenibile [2]. Tuttavia, quando superiamo un limite, aumentiamo il rischio di superare altre soglie. Per tornare alla nostra metafora della macchina, ciò corrisponde ad un'uscita di strada: abbiamo superato i limiti. Non solo continuiamo ad accelerare, ma abbiamo lasciato l'asfalto per una strada caotica, nella nebbia. Rischiamo l'incidente.

Quali sono gli ostacoli alla presa di coscienza?

Prima di tutto c'è il negazionismo, individuale e collettivo. Fra la popolazione, ci sono quelli che non sanno, quelli che non possono sapere per mancanza di accesso all'informazione e quelli che non vogliono sapere. Ci sono quelli che sanno, e sono numerosi, ma non credono. Come la maggior parte dei decisori che conoscono i dati e i rapporti dell'IPCC, ma non ci credono realmente. Infine, ci sono quelli che sanno e che credono. Fra loro, si constata un ventaglio di reazioni: quelli che dicono “a che serve”, quelli che pensano che “scoppierà tutto”...

L’allarme sui limiti della crescita è stato lanciato più di 40 anni fa, col rapporto del fisico americano Dennis Meadows al Club di Roma (1972). Come si spiega questa persistente cecità dei “decisori”? 

Quando si produce un fatto che contraddice la nostra rappresentazione del mondo, preferiamo deformare quei fatti per farli rientrare all'interno dei nostri miti, piuttosto che cambiarli. La nostra società si basa sul mito della competizione, del progresso, della crescita infinita. Questa ha fondato la nostra cultura occidentale e liberale. Quando un fatto non corrisponde a quel futuro, si preferisce deformarlo o negarlo in assoluto, come fanno gli scettici del clima o le lobby che seminano il dubbio contraddicendo le argomentazioni scientifiche. Poi, la struttura delle nostre connessioni neurali non ci permette di visualizzare facilmente degli avvenimenti di così grande portata. Tre milioni di anni di evoluzione ci hanno forgiato una forza cognitiva che ci impedisce di comprendere una catastrofe che si pone sul lungo termine. E' l'immagine del ragno: la vista di una tarantola in una teca provoca più adrenalina della lettura di un rapporto dell'IPCC! Mentre la tarantola rinchiusa è inoffensiva, il riscaldamento climatico causerà potenzialmente milioni di morti. Il nostro cervello non è adatto ad affrontare un problema gigantesco che si pone su tempi lunghi. Tanto più che il problema è complesso: la nostra società va dritta contro il muro, si dice. Non si tratta di un muro. Solo dopo aver superato una soglia – in materia di riscaldamento, inquinamento, perdita di biodiversità – si percepisce di averla superata.

Non possiamo frenare e riprendere il controllo della macchina, della nostra civiltà?

Il nostro volante è bloccato. Si tratta del blocco tecnico-sociale: quando un'invenzione tecnica appare – il petrolio ed i suoi derivati, per esempio – invade la società, la blocca economicamente, culturalmente e giuridicamente ed impedisce alle altre innovazioni più prestanti di emergere. La nostra società resta bloccata su scelte tecnologiche sempre più inefficaci. E spingiamo a fondo l'acceleratore visto che non ci si può permettere di abbandonare la crescita, salvo correndo il rischio di un collasso economico e sociale. L'abitacolo della nostra macchina è anche sempre più fragile, a causa dell'interconnessione sempre maggiore delle catene di approvvigionamento, della finanza, delle infrastrutture dei trasporti o delle comunicazioni, come Internet. E' apparso un nuovo tipo di rischio, il rischio sistemico globale. Un collasso globale che non sarà soltanto un semplice incidente stradale. A prescindere da come si affronti il problema, siamo bloccati.

I modi in cui si potrebbe produrre il collasso e ciò che resterà della civiltà postindustriale è abbondantemente rappresentato al cinema – da Interstellar a Max Max, passando per Elysium – o nelle serie come Walking Dead. Questo immaginario è in linea con la vostra visione del “giorno dopo”?

Parlare di collasso significa prendersi il rischio che il nostro interlocutore s'immagini immediatamente Mel Gibson con un fucile a canne mozze nel deserto. Perché non c'è altro che questo tipo di immagine che ci arriva. Le nostre intuizioni non portano pertanto ad un mondo versione Mad Max, ma a delle immagini o delle storie che non troviamo se non troppo di rado nei romanzi e al cinema. Ecotopia, per esempio, è un eccellente romanzo utopistico di Ernest Callenbach. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1975, ha molto ispirato il movimento ecologista anglosassone, ma sfortunatamente non è stato tradotto in francese. Non pensiamo più che sarà un avvenire alla Star Trek; non abbiamo più energia a sufficienza per viaggiare verso altri pianeti e per colonizzare l'universo. E' troppo tardi. C'è una lacuna nel nostro immaginario del “giorno dopo”. L'URRS è collassata economicamente. La situazione della Russia di oggi non è terribile, ma non è Mad Max. A Cuba il ricorso all'agroecologia ha permesso di limitare i danni. Mad Max ha questa specificità di affrontare un collasso attraverso il ruolo dell'energia e di considerare resterà ancora abbastanza petrolio disponibile per fare guerre gli uni contro gli altri. Gli scienziati si aspettano proprio degli avvenimenti catastrofici di questo tipo. Nella letteratura scientifica, la comparsa di carestia, epidemie e guerre viene affrontata, anche attraverso la questione climatica. L'emigrazione in massa c'è già. Non si tratta di avere una visione ingenua dell'avvenire, dobbiamo rimanere realisti, ma ci sono altri scenari possibili. Sta a noi cambiare il nostro immaginario.

Esiste, come per i sismi, una scala Richter del collasso?

Ci siamo interessati a quello che ci insegna l'archeologia e la storia delle civiltà antiche. Dei collassi si sono già verificati in passato, l'Impero Maya, l'Impero Romano o la Russia Sovietica. Sono di natura e grado diversi. La scala realizzata da un ingegnere russo-americano, Dmitry Orlov, definisce 5 stadi del collasso: collasso finanziario – abbiamo avuto un leggero antipasto di quello che questo può provocare nel 2008 – il collasso economico, politico, sociale e culturale, ai quali può essere aggiunto un sesto stadio, il collasso ecologico, che impedirà il riavvio della civiltà. L'URRS, per esempio, si è fermata al terzo stadio: un collasso politico che non le ha impedito di girare l'angolo. I Maya ed i Romani sono andati più lontano, fino al collasso sociale. Questo si è evoluto verso l'emersione di nuove civiltà, come quelle dell'Europa del Medioevo.

Quali sono i segnali che un paese o una civiltà è minacciata dal collasso?

C'è una costante storica: gli indicatori chiari del collasso si manifestano in primo luogo nella finanza. Una civiltà passa sistematicamente da una fase di crescita, poi una lunga fase di  stagnazione prima del declino. Questa fase di stagnazione si manifesta attraverso dei periodi di  stagflazione e deflazione. Anche i Romani hanno svalutato la loro valuta: le loro monete contenevano molto meno argento col tempo. Secondo Dmitry Orlov, non possiamo più, oggi, evitare un collasso politico, di stadio 3. Prendete il sud dell'Europa: il collasso finanziario che è cominciato sta per trasformarsi in collasso economico e a poco a poco si perde la legittimità politica. La Grecia sta per giungere a questo stadio. Altro esempio: la Siria è collassata oltre il collasso politico. Secondo noi ha iniziato un collasso sociale di stadio 4, con guerre e morti di massa. In questo caso, si avvicina a Mad Max. Quando oggi si guarda un'immagine satellitare notturna della Siria, l'intensità luminosa è diminuita dell'80% in confronto a quattro anni fa. Le cause del collasso siriano sono molto evidentemente molteplici, di volta in volta geopolitiche, religiose, economiche... A monte c'è anche la crisi climatica. Prima del conflitto, annate successive di siccità hanno provocato pessimi raccolti e lo spostamento di un milione di persone, che si sono aggiunte ai rifugiati iracheni ed hanno rafforzato l'instabilità. Anche se semplificata, questa classificazione degli stadi ci permette di comprendere che quello che stiamo per vivere non è un evento omogeneo e brutale. Non è l'apocalisse. E' un mosaico di collassi, più o meno profondi seconda dei sistemi politici, le regioni, le stagioni, gli anni. Ciò che è ingiusto è che i paesi che hanno contribuito di meno al riscaldamento climatico, i più poveri, sono già sul punto di collassare, in particolare a causa della desertificazione. Paradossalmente, i paesi di zone temperate, che hanno maggiormente contribuito all'inquinamento, forse ne usciranno meglio.

Questo ci porta alla questione delle disuguaglianze. “Le disuguaglianze nei paesi dell'OCSE non sono mai così alte da quando le misuriamo”, ha dichiarato, il 21 maggio a Parigi, il segretario generale dell'OCSE. Che ruolo giocano le disuguaglianze nel collasso?

Le disuguaglianze sono un fattore di collasso. Affrontiamo la questione con un modello chiamato “Handy”, finanziato dalla NASA. Descrive le diverse interazioni fra una società e il suo ambiente. Questo modello mostra che finché le società sono diseguali, collassano più velocemente ed in modo più sicuro delle società egalitarie. Il consumo ostentato tende ad aumentare quando le diseguaglianze economiche sono forti, come dimostra il lavoro del sociologo Thorstein Veblen. Ciò intrappola la società in una spirale di consumo che, alla fine, provoca il collasso per esaurimento di risorse. Il modello mostra anche che le classi ricche possono distruggere la classe lavoratrice – il potenziale umano – sfruttandola sempre di più. Questo fa stranamente da eco alle politiche di austerità attuate attualmente, che diminuiscono la capacità dei più poveri di sopravvivere. Con l'accumulo di ricchezze, la casta delle élite non subisce il collasso se non dopo i più poveri, cosa che la rende cieca e la mantiene nella negazione. Due epidemiologi britannici, Richard Wilkinson e Kate Pickett [3], mostrano anche che il livello di diseguaglianze ha conseguenze molto tossiche sulla salute degli individui.

Il Movimento di Transizione, molto collegato alle alternative ecologiche, affronta a sufficienza le disuguaglianze? 

Il Movimento di Transizione tocca principalmente le classi più ricche, le meglio istruite e ben informate. Le classi precarie sono meno attive in questo movimento, è un fatto. Nel Movimento di Transizione, così come si manifesta in Francia con Alternatiba o gli obbiettori alla crescita, la questione sociale è presente, ma non viene affrontata di petto. Non è una bandiera. La posizione del Movimento di Transizione è quella di essere inclusivi: siamo tutti sulla stessa barca, siamo tutti preoccupati. E' vero che questo può infastidire i militanti politicizzati che sono abituati alle lotte sociali. Ma ciò permette anche a molta gente disincantata o poco politicizzata di mettersi in movimento, di agire e di non sentirsi più impotenti. Il Movimento di Transizione viene dal Regno Unito dove, storicamente, l'utilizzo dello stato sociale è meno forte: una via, un quartiere, un paese. Il ruolo degli animatori del movimento è di mettere tutti, individuo o gruppo, in relazione.

Il Movimento di transizione sembra essere per gli spazi in cui un cittadino può ancora esercitare il suo potere di agire: la sfera privata, il suo modo di abitare o di consumare, il suo quartiere... Il mondo del lavoro, dove questo potere di agire attualmente è molto limitato, persino impedito, ma che rimane il quotidiano di milioni di stipendiati, non è di fatto escluso?

Non necessariamente. Quella che chiamano “REconomy”: costruire un'economia che sia compatibile con la biosfera, pronta a fornire servizi e a fabbricare prodotti indispensabili ai nostri bisogni quotidiani. Non una cosa che si fa solo durante il tempo libero. Sono cooperative in cui imprenditorialità svolta verso un'attività senza petrolio, in movimento con un clima destabilizzato. Ci sono anche monete locali. Tutto ciò rappresenta oggi milioni di persone nel mondo [4]. Non è cosa da poco. La Transizione è la storia di una grande sconnessione. Coloro che lavorano dentro e per il sistema, che è in via di collasso, devono sapere che questo finirà. Non glielo si può dire diversamente! Bisogna sconnettersi, staccare progressivamente i fili, ritrovare un po' di autonomia e  il potere di agire. Mangiare, vestirsi, abitare e spostarsi senza il sistema industriale attuale non avverrà da solo. La Transizione è un ritorno alla collettività per ritrovare un po' di autonomia. Personalmente, non sappiamo come sopravvivere senza andare al supermercato o utilizzare la macchina. Non lo impareremo che all'interno di un quadro collettivo. Coloro che rimarranno troppo dipendenti avranno grosse difficoltà.

Non è un po' brutale come discorso, soprattutto per coloro che necessariamente non hanno la capacità o il margine di manovra di anticipare il collasso?

La tristezza, la collera, l'ansia, l'impotenza, la vergogna, il senso di colpa: abbiamo percepito in successione tutte queste emozioni durante le nostre ricerche. Le vediamo esprimersi in modo più o meno forte nel pubblico che incontriamo. E' accogliendo queste emozioni, non rifiutandole, che possiamo piangere il sistema industriale che ci ha nutrito e passare oltre. Senza una presa di coscienza lucida e catastrofista da un alto e delle strade per andare verso la Transizione dall'altro, non ci si può mettere in movimento. Se non sei catastrofista, non fai niente. Se non sei positivo, non ti puoi rendere conto dello shock che sta arrivando e quindi entrare in transizione.

Come fare in modo, in questo contesto, che prevalgano il sostegno reciproco e le dinamiche collettive?

Il sentimento di ingiustizia di fronte al collasso può essere molto tossico. In Grecia, che sta per collassare finanziariamente, economicamente e politicamente, la popolazione vede questo come un'enorme ingiustizia e risponde con la collera o il risentimento. E' del tutto legittimo. La collera può essere diretta, con la ragione, contro le élite, come ha mostrato la vittoria di Syriza. Ma rischia anche di di prendere come bersagli dei capi espiatori. Lo si è visto col partito di estrema destra Alba Dorata che se la prende con gli stranieri e gli immigrati. Trattare a monte la questione delle diseguaglianze permetterebbe di disinnescare catastrofi politiche future. E' per questo che i sindacati e i protagonisti di lotte sociali hanno tutto il loro spazio all'interno del Movimento di Transizione.


Confronto fra le previsioni del Club di Roma del 1972 e la situazione attuale in materia di esaurimento delle risorse, produzione agricola e industriale, crescita della popolazione, aumento della deforestazione e dell'inquinamento globale...

Note

Pablo Servigne è ingegnere agronomo e laureato in biologia. Raphaël Stevens è esperto in resilienza dei sistemi socio-ecologici. Sono entrambi autori di “Come tutto può collassare”, Ed. du Seuil, aprile 2015.
Fra il 1995 e il 2010, il pianeta ha perso in media 10 ettari di foresta al minuto, secondo la FAO.
Vedere il libro, tradotto in francese: “Perché l'uguaglianza è meglio per tutti”.
Vedere la nostra mappa delle alternative in Francia così come la nostra rubrica Inventare.

36 commenti:

  1. Un post che è un monito ma anche una speranza se si cambia strada. A mio avviso non abbiamo più il tempo né la volontà delle élite di potere di abbandonare crescita e profitto. Mi vengono gli incubi se penso all'ecatombe di tutta quella carne umana figlia della civiltà del petrolio. Quanti primati umani sopravviveranno allo scontro col muro dei limiti delle risorse?

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    1. In totale disaccordo con quanto dici: le elite economiche dovrebbe trasformarsi da elite economiche in dittatoriali per limitare il teratoma del sovraconsumo di suoli e risorse che è essenzialmente opera del 98% della restante popolazione; in Africa ad esempio l'agricoltura è possibile e sostenibile essenzialmente solo in sparute aree poste si suoi confini estremi settentrionali e meridionali.

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    2. Aggiungo poi alla tua ultima frase: quanto della biodiversità precedente sopravviverà al picco delle cavalette-homo ?

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    3. La biodiversità si ripristinerà col tempo una volta cessata la presenza invadente umana. La vita si riprende sempre, è incontenibile qualsiasi sia la condizione ambientale risultante dopo la fine dell'intervento umano. Le élite umane vedono sicuramente come il male minore un forte dimagrimento demografico che riguardi solo le masse, che avverrà senza dubbio. Pur di mantenere i loro privilegi.
      Non per niente secondo te perché stiamo scivolando pian piano verso la dittatura finanziaria? I tempi delle vacche magre si preannunciano e loro lo sanno benissimo.

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    4. Parte della biodiversità è persa se non lo sapessi; cosa centrano i privilegi delle elite economiche quando il grosso del consumo è ad opera del 98% restante come più volte ricordato in questo blog? Poi le elite vedrebbero la diminuzione demografica come il male minore ? Anzitutto non intervengono in alcun senso, essendo appunto elite economiche e non politiche, inevitabilmente dittatoriali ai giorni nostri se volessero incidere ad esempio sulla conservazione dei suoli ed emissioni di co2 oggi con 7,3 miliardi di portatori di diritti individuali ; secondo punto continui a vedere nella tua risposta il forte dimagrimento demografico come un problema...Guarda sei d'accordo ad estendere la permacoltura, che cmq raggiunge i suoi massimi di produzione anche dopo 40 anni nei suoli ipersfruttati, come obbligo di legge da domani mattina ? Allora da domani avrai cibo forse per 1,5 miliardi di persone; fra 30-40 anni forse per 2,5 /3, senza considerare l'effetto serra...La colpa delle elite semmai è la loro scarsa,scarsissima propensione a diventare elite politiche...Ma la vecchia storia dei tacchini e del Natale la conosci? E te la prendi con le elite ? Semmai il problema è nella morale comune del restante 98%.Stai dicendo che il peak everything sia colpa essenzialmentedella ricchezza dell 1% della popolazione mondiale...Un Egiziano sarà sempre povero, anche se ce ne sono alcuni migliaia molto ricchi, con 80 milioni di abitanti...

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    5. In disaccordo con te al 100%, almeno secondo i concetti che anche qui ho avuto modo di approfondire.

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    6. Non per niente ognuno è libero di pensarla come crede. Crollo demografico, mantenimento dei privilegi delle elite a spese delle masse, ripristino della biodiversità in tempi non compatibili con la vita umana mi sembrano punti fermi a mio avviso. Poi che tu sia in disaccordo con me ci può stare anche.

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    7. Sono in disaccordo sul piano morale: è la morale dell'individuo, e la totale assenza di una morale di comunità e di specie, che ci ha portato al punto in cui siamo: se credi di poter affrontare il problema facendo la sommatoria di 7,3 miliardi di diritti individuali allora perserveri nella fonte del problema...Se invece oggi fossimo 1,5 miliardi ben distribuiti in base alle capacità di carico dei singoli territori..( Diciamo 100 milioni in tutta l'africa e 10 in tutto il mediooriente? )

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    8. Paolo, e Fra,
      se avete un po' di tempo potete leggere questo articolo neanche tanto lungo.
      Secondo me è illuminante, anche se illumina solo una faccia e non l'altra, della questione.
      IL MITO DELLA POPOLAZIONE
      http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6394

      Tiziano

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    9. Bene Tiziano: quindi non concordi con Lovelock, l'urgenza del tema della sovrappopolazione, e soprattutto il concetto di capacità di carico che ha valori diversissimi da zona a zona.
      Sono in disaccordo col tuo negazionismo individulaista, anzitutto perchè credo che neghi degli scenari solo perchè non accettabili dalla tua morale : la morale deve adattarsi alle condizìoni date o possibili, non il contrario...Poi perchè richiami Paolo e Fra ? Siamo su posizioni opposte io e Paolo : quindi scegli .

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    10. Io penso che il numero massimo degli esseri umani dovrebbe essere al di sotto dei 50 milioni.
      E che questo decremento deve essere effettuato da oggi, entro il 2100.
      Si può fare senza violenza : è sufficiente, da ora, programmare 700 mila nascite all'anno, a livello mondiale, non gli 88 milioni del 1914.

      Che l'impronta ecologica dei ricchi è molto più impattante che quella dei poveri.
      Che dobbiamo abolire la proprietà privata e vivere di condivisione, da fratelli.
      Che dobbiamo abbandonare tanta tecnologia e vivere senza beni superflui.
      Che al tavolo delle trattative, sul da farsi per salvare la situazione, deve esserci anche, virtualmente, il resto della Natura.

      Io sono per l'Ecologia Profonda.

      Gianni Tiziano

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    11. ...Certo che con 50 milioni anche i commons diventano sostenibili, così come gli "inalienabili" diritti individuali; forse anche con 1 miliardo....Dopotutto il Canada già ora pratica un taglio delle foreste sostenibili ed ancora sotto la sua capacità di carico massima..A memoria credo sia intorno ai 25 milioni il solo Canada...

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  2. interessante questo post
    ma (questo è stato già scritto) state pubblicando troppi articoli! (non sono tutti ugualmente interessanti e non molte sono le novità). Due/tre post nuovi al giorno: perdonate la critica bonaria... ma anche questo blog avrebbe bisogno di un po' di decrescita :)

    L.

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    1. Vero. L'idea è, comunque, di pubblicare i post brevi in rapida successione, mentre lasciamo un po' più di tempo per assimilare e discutere post un po' più lunghi e approfonditi.

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  3. A proposito di collassi, la situazione nello Yemen com'è?

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  4. il raffronto simulazione -realtà si ferma al 2000 ora siamo nel 2015,quali sono i dati ammesso che ci siano?

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  5. inciviltà = egoismo. Rinunciare al proprio ego è umanamente impossibile, come per un cammello passare per la cruna di un ago (frase evangelica), solo a Dio è possibile (rifrase evangelica).

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    1. “Non credo che il grado di civilizzazione di una società si misuri dall'altezza dei suoi palazzi di cemento,
      ma da come la sua gente ha imparato a relazionarsi con l'ambiente e con i compagni.”

      Sun Bear (Orso Solare) (1929-1992), indiano Chippewa, USA

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    2. LA BELLEZZA DELLA GENEROSITÁ

      È stato sempre un nostro credo che l’amore dei possessi sia una debolezza da superare. Fa appello alla parte materiale della vita e se ottiene troppo credito, nel tempo disturberà l’equilibrio spirituale a cui tutti noi aspiriamo. Perciò dobbiamo imparare presto la bellezza della generosità. Da bambini ci viene insegnato a dare a dare ciò che più ci piace, in modo da poter gustare la felicità del dare; se un bambino è troppo incline a trattenere o ad afferrare, gli vengono raccontate leggende che parlano del disprezzo e della disgrazia che accadono a coloro che sono poco generosi e meschini.

      Ohiyesa (il Vincitore) (1858-1939) indiano nordamericano Santee Dakota

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    3. bravi questi indiani, ma un pò troppo ingenui. Non mi meraviglia visto che il concetto di demonio è entrato a pieno titolo solo con la rivelazione del Cristo, perchè prima di Lui non avevamo la possibilità di opporre alcuna resistenza, come esseri umani creati inferiori agli angeli fedeli e anche ai ribelli, ma con la Resurrezione e la Pentecoste le cose sono cambiate. Chi segue il Cristo non è più indifeso e la vittoria sulle forze del male è sicura. Basta chiedere l'umiltà,la fede e anche tante altre cose positive a Colui che è morto in croce per tutti noi, anche se pieni di egoismi e difettucci vari, più o meno gravi, ma sempre perdonabili dalla Divina Misericordia. Il buonismo indiano non è efficace contro satana, purtroppo. Basta guardare che fine sta facendo questo mondo grazie ai benpensanti e ai razionali atei e agnostici.

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    4. “Basta guardare che fine sta facendo questo mondo grazie ai benpensanti e ai razionali atei e agnostici”.

      Francamente non mi sembra che i mali di questo mondo siano da imputare all'ateismo e alla razionalità. Non mi ricordo di gente torturata e bruciata viva perché non voleva credere al Modello Standard del Big Bang. E nemmeno mi risulta di crociate organizzate per sottomettere, con la forza delle armi, i miscredenti che si ostinavano a non credere alla Teoria della Relatività.

      Al contrario ho ben presente tutto il curriculum di torture, persecuzioni, roghi di innocenti e di “streghe” , guerre sante che può vantare la religione più popolare dalle nostre parti. Non diversa in questo dalle altre “religioni del deserto”.

      “bravi questi indiani, ma un po' troppo ingenui”. Infatti quando nel Nuovo Mondo sono arrivati i cattolicissimi conquistadores, decisamente più pratici e concreti, hanno fatto subito capire ai nativi come stavano le cose. Uno di loro disse: "Siamo venuti per servire dio, il re e anche per diventare ricchi". Che altro aggiungere?

      Pablo Servigne e Raphaël Stevens individuano giustamente le religioni come una delle cause che contribuiscono al collasso della civiltà. Io temo che costituiranno uno dei pretesti più efficaci per ridurre la popolazione mondiale. Magari per potere poi “andare e moltiplicarsi” di nuovo...

      Roberta Smirigli
      robertasmirigli[ ]gmail.com

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    5. La fiducia nell'umanità mi scende a zero quando leggo ogni commento di mago. Meno male che la religione conta sempre di meno nella società, una delle poche cose buone della società moderna.

      Grazie illuminismo e grazie positivismo, davvero.

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    6. Per favore: non chiamate Cristiani quelli che "tirano Cristo dalla propria parte" (anche se sono il 99%)
      Ricordo che il 4° comandamento è non uccidere; => Le guerre di religione non sono ammesse.
      Amare il prossimo significa anche rispettare l'ambiente in cui i nostri prossimi dovranno vivere.

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    7. Gentile Mauro,

      Lei dice: “Per favore: non chiamate Cristiani quelli che "tirano Cristo dalla propria parte" (anche se sono il 99%)”.

      Io non credo che il problema sia quello di come chiamarli, ma piuttosto quello che fanno e, soprattutto, perché lo fanno. Mi spaventano due cose di questa gente. La prima è che sono tantissimi. La seconda è che spesso usano la loro religione, quale che sia, più che come una guida per la loro vita e per migliorare loro stessi, come un'arma per imporre la loro volontà agli altri. Per esempio:

      Si tratta di persone che hanno torturato e ucciso “streghe” ed “eretici” e ancora oggi si ostinano ad imporre a tutti alcuni aspetti del loro credo per legge, asserendo, con inaudita strafottenza, che i loro valori “non sono negoziabili”.

      Si tratta di persone che hanno bruciato vivo un bambino di 18 mesi e ucciso a coltellate una ragazza di 16 anni ad una manifestazione pacifica.

      Si tratta di persone che hanno, e stanno ancora, tagliando gole e sterminando civili inermi, facendoli vivere nel terrore e nell'ignoranza.

      Tutta questa gente ha in comune una cosa: ha agito perché, secondo loro, è stato il loro dio a dirglielo. L'unico vero dio (ognuno il suo...), ha autorizzato queste persone a commettere le peggiori atrocità. Ci sarebbe davvero da aver paura di un dio così. Meno male che non esiste!

      Lei Mauro ha ragione quando dice che le guerre di religione non sono ammesse. Una volta, non mi ricordo da chi, le ho sentite definire una vera e propria bestemmia. Il problema è farlo capire ai fedeli più esaltati i quali, sfortunatamente, sono la maggioranza.

      Purtroppo il mondo si avvia a diventare un posto sempre meno ospitale e accogliente e temo che in futuro le “religioni del deserto” saranno una delle forze più potenti e distruttive che lo plasmeranno. Con quali risultati non oso nemmeno immaginarlo.

      Roberta Smirigli
      robertasmirigli[ ]gmail.com

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    8. Gentile Roberta Smirigli
      Innanzitutto evitiamo di fare di tutta l'erba un fascio. Io non sono certo un esperto di religioni ma per quel che ne so il Cristianesimo è quasi l'unica religione a vietare la violenza; Maometto ha invece personalmente guidato 29 invasioni!

      Purtroppo oggi prevale il buonismo ipocrita per cui si vuol chiudere gli occhi di fronte agli orrori: al finto cristiano che uccide così come sul fatto che la religione mussulmana PREVEDE LA GUERRA.
      Con questo ovviamene non escludo che un mussulmano possa (come fanno i cristiani) inventarsi una religione che gli piace di più ed essere pacifico.
      Riassumendo: il Cristiano violento infrange le sue regole come il mussulmano pacifico.

      Ed ora una critica ai non cristiani:
      I cristiani non sono affatto la maggioranza, in Italia i praticanti sono 36,8% tuttavia il capro espiatorio fa molto comodo ed è comune accusare i cristiani per qualsiasi problema politico e non.
      Peraltro nella vita di tutti i giorni è difficile distinguerli dagli altri.
      Ovvero: Sovrapopolazione, inquinamento, ecc... Sono una responsabilita comune!

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    9. Con tutto il rispetto, io Mago non lo commento manco più; non vale la pena perdere neanche 10 millisecondi, perche lui si commenta da solo.

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    10. Gentile Mauro,

      Nemmeno io sono esperta di religioni e sicuramente cerco di non fare mai di tutta l'erba un fascio. Mi permetta però di dirle che la sua affermazione: ”il Cristianesimo è quasi l'unica religione a vietare la violenza” mi sembra come minimo un po' azzardata. Maometto avrà anche guidato 29 invasioni, ma i cattolicissimi conquistadores non sono certo stati da meno. Al seguito delle loro spedizioni c'erano anche dei religiosi, come Vicente de Valverde, molto zelanti nel convertire i nativi alla “vera” religione. Cosa che fecero anche con Atahualpa e Túpac Amaru, prima di ucciderli a sangue freddo. Almeno ebbero il “conforto” di poter morire da cattolici...

      Lei dice che il cristiano che uccide è un “finto cristiano”, mentre invece l'islam “prevede la guerra” (scritto anche maiuscolo per farmelo capire meglio...). Cosa una religione prevede, esplicitamente o no, è un po' difficile da dire. Basta guardare, per esempio, a tutte le sfumature di significato che si sono attribuite al termine Jihad: da un conflitto interiore contro le proprie debolezze, fino alla guerra santa. Il Corano, la Bibbia e ogni altro testo sacro, ognuno li ha sempre letti e capiti come più gli ha fatto comodo. Quindi quando lei dice: “il Cristiano violento infrange le sue regole come il mussulmano pacifico” ovviamente non sono d'accordo. Io le “religioni del deserto” le temo tutte allo stesso modo, come ho detto nel commento precedente.

      Per quanto riguarda le critiche ai non cristiani, rivolte quindi anche a me, quando mai ho detto una sola delle cose che lei mi attribuisce?

      Quanti siano i cattolici in Italia, praticanti o meno, non mi sembra un dato così rilevante, e non mi sono mai sognata di “accusare i cristiani per qualsiasi problema politico e non”. Sovrappopolazione, inquinamento ecc. sono ovviamente problemi causati da tutti e siamo tutti responsabili.

      Roberta Smirigli
      robertasmirigli[ ]gmail.com

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    11. Gentili commentatori, scusate se non ho passato un paio di commenti. Sapete che questo blog non accetta insulti alle persone e, a maggior ragione, non mi sembra il caso di accettare insulti diretti al miliardo e più di persone che in tutto il mondo si riconoscono nella religione Islamica. Grazie per la vostra comprensione.

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  6. Non c'è in italiano un media indipendente che tratta con impegno questi temi come bastamag.net, mi sembra. Se non mi sbaglio solo su questo blog è possibile avere un quadro interdisciplinare ampio. aspoitalia.wordpress.com si occupa soprattutto di risorse energetiche, lifegate.it mi sembra un progetto imprenditoriale. sbilanciamoci.info è un interessantissimo progetto d'informazione sui temi economici, ma tratta delle questioni ambientali solo nel numero 26 di Sbilanciamo l'Europa. transitionitalia.it è un'esperienza in corso, sicuramente da seguire, ma non un media informativo.
    Insomma, se non ci fosse i lavoro del prof. Bardi e collaboratori... saremmo costretti a saltellare da una informazione all'altra, senza un quadro in cui le informazioni possano comporsi.
    Mi piacerebbe che tutto questo impegno evolvesse verso una piattafroma ancor più efficace, con la collaborazione di tanti, che come si vede dai commenti, potrebbero essere interessati. Ci dovrebbero essere molti ricercatori interessati, no?
    Per fare un esempio, adottiamo continue direttive europee in materia di energia, produzione, edilizia, innovazione, ecc., con un grande impegno da parte di molti professionisti e ricercatori. Il ruolo dell'europa per il miglioramento della legislazione ambientale e la riduzione dell'impiego di risorse nelle attività produttive è una delle poche cose positive dell'Unione, che non esiste invece a livello politico-economico. Ma a una valutazione critica di quel che stiamo facendo sulla base delle direttive e della loro efficacia non c'è... almeno, non so dove ci sia qualcuno che ne discute.
    Un saluto,

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  7. Siamo alla fine tutti bestie. E faremo la fine dei noi predecessori ... estinzione ... solo la scrittura, sarà la nostra ... il nostro futuro storia ...

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  8. ma si puo' ancora fermare tutto perche la COLPA e' delle SCIE CHIMICHE che vengon
    spruzzate dagli aerei chimici a medio-bassa quota come stabilito dall'accordo tra berlusconi
    e bush del 2003 che nn l'ha voluto loro ma i RETTILIANI che ci dirigono da dietro le quinte
    del mondo... dovete leggere il blog di rosario marcianò che sta aiutando tanta gente ad aprire
    gli occhi!
    Sveglia per favore, prima che sia troppo tardi !!!

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    1. Invece di guardare a 6000 metri.... GUARDA DI FRONTE AL TUO NASO!!
      Non le vedi le scie chimiche di quei carrozzoni che infestano le strade?
      Hai visto cosa ha fatto volkswagen!?

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  9. Sogno un mondo deglobalizzato.
    Senza navi portacontainer.
    Senza missioni spaziali.
    Senza land-grabbing.
    Senza centrali nucleari.
    Senza treni ad alta velocità.
    Senza aerei.
    Con petrolio, gas e carbone lasciati tranquilli lì sottoterra, a garantire una CO2 inferiore a 350 ppm.
    Con non più di 50 milioni di esseri umani sull'intero pianeta.
    In armonia con il resto della natura.
    Senza soldi, code agli sportelli, diamanti, lingotti di oro, orologi, orologi atomici.
    Un mondo d'amore.
    Un mondo resiliente.

    “You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one”
    (John Lennon, musicista inglese, 1940-1980)

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    1. Aggiungo solo "...senza le mode per l'abbigliamento e senza tutte le gentili signore che le seguono"

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  10. In passato eravamo abituati a rispettare tutto !
    Oggi non facciamo questo, è per questo che siamo perduti....

    Isiah Bear- Muskoday.. in Saskatchewan Canada, composto dai Cree e Saulteaux... indiani nordamericani

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  11. Quante belle parole ma assolutamente irrealizzabili. Troppo spesso ci si dimentica della vera natura dell'uomo. Da millenni ci sono uomini che studiano, che vogliono sapere e uomini che sfruttano e che vogliono arricchirsi. Ci sono molte culture e molti modi di pensare. Se uno dice: controllo delle nascite. Ricordo che più volte questa idea è stata sollecita dai potenti. Bill Gates, nel 2010, ha ribadito l'agenda di controllo della popolazione globale durante la presentazione ad una conferenza nella quale ha dichiarato:
    "Il mondo oggi ha 6,8 miliardi di persone. Che si avviano a diventare circa nove miliardi. Ora, se facciamo veramente un grande lavoro sui nuovi vaccini, cure sanitarie, servizi per la salute riproduttiva, potremmo avere una riduzione forse del 10 o 15 per cento". Questa non è forse violenza? Non è forse rendere schiavi delle popolazioni ignoranti.

    Non è con la decrescita che si risolvono i problemi perchè solo alcuni lo faranno. La vera soluzione, scomoda ai potenti, è la cultura, la conoscenza ed il rispetto per la nostra Terra. Solo con la ricerca e la cultura è possibile evitare che solo a poco sia dato il privilegio di comandare sulle popolazioni. La civiltà umana deve essere in grado di evolvere in una società moderna rispettosa delle diversità e del proprio pianeta.

    Consiglio la lettura di "La società moderna tra progresso e sostenibilità"
    http://www.biosost.com/news/arte-e-cinema/454-libri03.html

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