Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


sabato 8 agosto 2015

Inizia l'era della grande destabilizzazione: economia e clima sono arrivati a un punto critico.

DaThe Oil Crash”. Traduzione di MR


Di Antonio Turiel

Cari lettori,

questo mese di luglio è finito nel segno del cambiamento, dei grandi cambiamenti che stanno già iniziando a prendere corpo e che segneranno la seconda metà di questo 2015. Nonostante che sui media si pretenda di proiettare un'immagine di tranquillità e serenità, la cosa sicura è che il clima di nervosismo è in aumento. E non c'è da stupirsi, perché la destabilizzazione che abbiamo di fronte non si riferisce solo alla disponibilità di risorse (e di conseguenza l'impossibilità di continuare con questo sistema economico basato sulla crescita infinita), ma anche alla instabilità climatica rapidamente in crescita ed alla non meno emergente instabilità politica. Cominciamo col riassunto di questo mese di luglio 2015.


Agli inizi del mese la IEA ha emesso un comunicato con tono molto grave, con una messa in scena pensata per sottolineare la gravità e l'importanza di ciò che avrebbe detto. Dato che, nonostante gli avvertimenti degli ultimi anni, il mondo continua a consumare combustibili fossili come se non ci fosse un domani (e di questo passo non ci sarà), la strategia della IEA ora è quella di provare a mettere paura alle grandi società che si dedicano all'estrazione di combustibili fossili, quindi si afferma che possono perdere migliaia di miliardi di dollari in investimenti che non si potranno rendere redditizi, in quanto sempre più settori economici si allontanano dai combustibili fossili. Tale avvertimento sembra, in realtà un po' puerile. In primo luogo, perché c'è una tendenza al disinvestimento (ed effettivamente è così, ma non per la preoccupazione ambientale, come ora diremo) le stesse società lo rileveranno prima di chiunque altro e si adatteranno al volume di investimento effettivo e, in secondo luogo, perché l'evidenza storica mostra che nessun attore economicamente rilevante si è mai sganciato dai combustibili fossili. Ed è facile comprendere il perché: nessuna altra fonte di energia ha le stesse proprietà positive: alta densità energetica, facile da trasportare, versatilità d'uso, grande rendimento... Nessuna società scommetterà su fonti di energia che ne riducano la competitività. Quello che possono fare è ridurre la loro attività se non c'è sufficiente domanda dei loro prodotti, che è esattamente ciò che sta succedendo.

E sicuramente la domanda di combustibili fossili sta crollando, ma non c'è niente che li stia sostituendo. Ciò che succede è che la domanda di energia, di ogni tipo, sta crollando. Ciò che è in corso è un'enorme crisi economica di portata globale, con la Cina, la fabbrica del mondo, in testa alla contrazione della domanda. Le autorità cinesi stanno spendendo soldi a palate per sostenere la loro borsa, con un esito moderato, ma gli alti e bassi della borsa non cessano e in qualsiasi momento la borsa cinese potrebbe collassare. Di sicuro il problema di fondo è che la Cina non può aumentare la sua produzione perché non c'è abbastanza domanda dei suoi prodotti in un Occidente che, anche se si rifiuta di riconoscerlo, è sempre più povero. Pertanto i problemi di domanda di petrolio che spiegavamo mesi fa si aggraveranno nei prossimi mesi, accentuando ancora di più l'attuale caduta dei prezzi.

I problemi della Cina si riverberano aumentando i problemi che si presentavano in altre parti del mondo, principalmente nelle economie esportatrici di materie prime. Un dollaro caro e il crollo globale della domanda di molte materie prime, dalla soia al rame, ha messo in pericolo la maggioranza delle economie del Sud America, ma il loro vicino del nord non si trova in una situazione tanto più prospera. Un una recente analisi pubblicata da Ron Patterson sull'ultimo Drilling Productivity Report del Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti si vede che la produzione di petrolio leggero di roccia compatta (light tight oil) è già giunta al suo massimo e sta iniziando il suo declino; a Bakken:



Eagle Ford


Niobrara


e probabilmente sta giungendo al suo massimo a Permian:


e nel resto delle regioni:


Il fatto è che la produzione di petrolio da fracking degli Stati Uniti è giunto al suo massimo a marzo del 2015:


Quando gli sbadati esperti di guardia che popolano le nostre TV si renderanno conto che la produzione di petrolio degli Stati Uniti non sta aumentando come indicavano le proiezioni non aggiornate dell'inizio dell'anno, ma che in realtà sono già mesi che diminuisce, cominceranno a dire che a causa della diminuzione del prezzo del petrolio le società petrolifere statunitensi tengono il petrolio da fracking come riserva, che la pratica del fracklog (la pratica di trivellare ma non terminare i pozzi) permetterà loro di tornare sul mercato quando i prezzi recupereranno e tutta una raffica di cavolate senza senso economico. Tutto per non accettare che in realtà il petrolio da fracking è troppo caro perché l'economia lo possa sostenere (e non parliamo nemmeno del gas da fracking), che se le società petrolifere si sono tenute a galla fino ad ora è stato grazie alle assicurazioni (hedges) di garanzia del prezzo a 80 dollari al barile (che stanno già scadendo senza essere rinnovate) e che, insomma, il fracking è ed è sempre stato una grande truffa che in realtà stava già portando alla rovina le società petrolifere prima della caduta dei prezzi che è iniziata alla fine del 2014. Come sempre a questi esperti, con tutto l'affetto, dedichiamo la nostra guida.

Naturalmente la debacle del petrolio sta iniziando ad avere conseguenze che preannunciano un finale di anno abbastanza complicato per i produttori, pubblici e privati, di petrolio.Qualche giorno fa la Shell ha annunciato che i suoi guadagni sono diminuiti del 14% e che avrebbe licenziato 6.500 lavoratori. Se succede questo ad una delle più grandi multinazionali del settore, immaginate come se la stiano passando le società medie e piccole (forse qualche esperto di cui perlavamo prima potrebbe mettere in un contesto migliore gli attuali “assalti degli orsi” contro il prezzo di mercato della spagnola Repsol). Ma è più preoccupante l'annuncio degli Emirati Arabi uniti della soppressione da oggi, primo agosto 2015, di tutti i sussidi al consumo di benzina nel proprio territori, che verrà venduta a prezzi internazionali. Ciò non è poco: per gli abitanti degli EAU presupporrà un aumento del prezzo del 100%, cosa che possiamo già immaginare che non sarà ben accolta. Gli EAU hanno adottato questa misura per alleviare l'attuale pressione fiscale che comporta per loro il crollo del prezzo del petrolio ma, contrariamente a quello che pensano molti degli esperti da bar, il costo di produzione del barile di petrolio non è solo il costo tecnico di produzione dello stesso, ma anche la minima redistribuzione della ricchezza per evitare che la popolazione si rivolti contro la classe dirigente. Gli EAU si avvicinano al fallimento petrolifero e non erano fra i paesi che avevano bisogno di prezzi più alti: cosa succederà ad altri paesi che hanno bisogno dei prezzi del barile di petrolio più alti? I prossimi mesi promettono di essere agitati, visto che la domanda permane debole e non sembra che il prezzo del petrolio tornerà a salire fino a che la produzione di petrolio non si riduca considerevolmente per mezzo del fallimento di imprese e paesi.

Per coloro che cullano la speranza che una qualche fonte di energia vada a sostituire il petrolio, non resta che segnalare che non sembra che le cose vadano per questa strada. Lasciando a margine le considerazioni benintenzionate sulle energie rinnovabili (le quali sono senza dubbio il futuro, ma il futuro non deve di tipo BAU), quello che si sta vedendo è una contrazione generalizzata dell'uso di materie prime ed energia. Il problema più grave di questa contrazione è che si sta distruggendo capacità produttiva che, date le attuali complessità dell'estrazione di qualsiasi materia prima, è difficile da recuperare una volta perduta. Insomma, che si procede verso una distruzione della capacità produttiva non solo di petrolio, ma di tutte le materie prime, semplicemente perché ciò che rimane non ha più prezzi accessibili, è troppo caro da produrre e la nostra economia ha bisogno di costi più bassi, tanto economici che energetici. Insomma, è il meccanismo perverso dei prezzi alti – distruzione della domanda – crollo dei prezzi – fallimento delle società produttrici – distruzione della produzione e di nuovo daccapo. La spirale della decadenza energetica ed economica. Un esempio di questo effetto di distruzione della domanda – distruzione dell'offerta in spirale ci viene offerta dalla fonte di energia che aveva più possibilità di sostituire il petrolio a breve termine: il carbone. Dopo la sorpresa relativa che ha fatto sì che nel suo ultimo rapporto la IEA riconoscesse che il carbone poteva essere in procinto di raggiungere il proprio zenit produttivo, ci troviamo nella realtà che molte società produttrici di carbone stanno fallendo. Un'altra materia prima cruciale, è imprescindibile per i sogni di elettrificazione di massa di una società alimentata da elettricità di origine rinnovabile (che, sicuramente, non è il modo migliore di sfruttare l'energia rinnovabile) è il rame. Il Cile, il principale produttore del mondo, sta vivendo giorni molto agitati a causa del crollo del prezzo di questo metallo (e della conseguente diminuzione degli introiti) e per l'annuncio che le sue miniere potrebbero in procinto di giungere al temuto picco del rame. E potremmo continuare per un bel po' ad enumerare moltitudini di paesi i cui presupposti sono troppo dipendenti dagli introiti dell'esportazione di materie prime e che proprio adesso si trovano in una situazione economica compromessa (il che è paradossale, se ci pensate bene, visto che sono questi paesi che hanno le materie prime e che le potrebbero conservare per sé).

Nel frattempo, i cambiamenti dei grandi modelli climatici ci indicano che l'ansia economica provocata dall'arrivo del peak everything dovrà essere sommata alla preoccupazione sempre maggiore per il clima. Secondo l'ultimo rapporto del Centro di previsione Climatica del NOAA, stiamo assistendo ad un fenomeno di dimensioni inconcepibili ed assolutamente inusuali: El Niño si sta sviluppando nel Pacifico, sei mesi in anticipo di quanto avrebbe dovuto succedere e con un'ampiezza che fa presagire che avremo El Niño fino a metà dell'anno prossimo. La [temperatura di] superficie del Pacifico è insolitamente elevata, con anomalie di temperatura (deviazioni rispetto alla media storica del mese di luglio) che all'equatore sono fra i 2 ed i 3°C (ed anche di fronte alla California, fenomeno associato alla profonda siccità della zona):


Apparentemente, il Pacifico si era comportato come un tampone, trattenendo parte dell'aumento di calore degli ultimi decenni e moderando l'aumento delle temperature, ma attualmente sta restituendo quell'eccesso di calore, come veniva spiegato in un recente lavoro del Jet Propulsion Laboratory (condotto da Verónica Nieves, una mia vecchia dottoranda, un'altra scienziata espatriata). Ad uno dei nostri esperti da bar che l'oceano si riscaldi in vaste aree fra 2 e 3°C più della media lo lascia freddo, visto che considera che 2 o 3 gradi non siano tanti. Qui si vede di nuovo la mancanza di formazione tecnica dei nostri capi ed opinionisti: basti far notare che la capacità calorica di un litro d'acqua è circa 4000 volte maggiore di quella di un litro d'aria (voi non usate acqua nei vostri radiatori?) e che la profondità dello strato d'acqua surriscaldato può giungere a 700 metri. Stiamo parlando, quindi, di una gigantesca quantità di calore trattenuta dal mare e che questo ora sta restituendo all'atmosfera.

Che effetti porterà questo El Niño di proporzioni mostruose? El Niño è una perturbazione di portata planetaria ed è sempre connessa ad eventi estremi, dalle grandi inondazioni alle siccità estreme. Ed anche ad uragani più intensi. Sicuramente è dovuto ad esso il fatto che durante il mese di luglio abbiamo visto una serie di tre tifoni consecutivi (si, avete letto bene: tre, uno dietro l'altro) che hanno spazzato il Pacifico. Forse perché non sono passati per questo angolo d'Europa in cui vivo, i miei compatrioti non ne erano a conoscenza, ma non ci preoccupiamo: è sicuro che se ci sarà un uragano intenso che ci farà visita i notiziari ci informeranno in gran dettaglio.

E' tanto improbabile che un uragano di una certa entità arrivi in Europa con sufficiente forza da causare devastazioni simili a quelle che fanno ad altre latitudini? Se avete visto con attenzione la mappa delle anomalie della temperatura superficiale dell'oceano più in alto, vi sarete
resi conto del fatto che nell'Atlantico c'è una fascia di acqua calda che si estende dalla Florida alla Spagna e che il Mediterraneo sta ugualmente sperimentando anomalie di temperatura intense. Sono il calore e l'umidità della superficie dell'oceano ciò che alimenta gli uragani, per cui la situazione attuale favorisce uno scenario, quello dell'arrivo di un uragano in Europa, evento che fortunatamente per noi è, nonostante tutto ciò, poco probabile. Le continue ondate di calore africano che ha vissuto l'Europa durante queste settimane hanno contribuito ad aumentare molto la temperatura dell'aria così come quella del mare fino agli estremi ed anche se un uragano continua ad essere una possibilità remota, non lo è così tanto un temporale di grande intensità nella zona del Mediterraneo occidentale dove vivo, simile a quello che si è verificato in un anomalo 30 novembre dello scorso anno. E questo solo per parlare dell'Europa: in tutto l'emisfero nord il calore è opprimente, con temperature al di sopra dei 50°C in Medio Oriente. La presenza di tante anomalie fanno presagire un successo, finalmente, del Vertice sul Clima delle Nazioni Unite del dicembre prossimo a Parigi? E' dubbio. Possiamo già anticipare che si accamperanno le scuse di sempre, si temporeggerà e alla fine non si andrà avanti in niente. Se in mezzo al vertice arrivasse un uragano nella capitale della Senna, forse i delegati li convenuti dovranno accettare che, effettivamente, sta succedendo qualcosa di molto grosso col clima.

L'ultimo grande cambiamento che si è manifestato con più intensità nello scorso mese di luglio è quello politico. Da un alto abbiamo assistito al vergognoso fiasco greco. Come abbiamo già spiegato, il governo di Alexis Tsipras ha ceduto alle condizioni abusive imposte dal grandecapitale internazionale, nel tentativo di evitare mali peggiori alla sua popolazione. Tentativo infruttuoso, visto che le stesse false ricette che hanno fatto sprofondare la Grecia quest'anno finiranno di distruggerla. Ed occasione persa per resistere ad un abuso incessante. Intanto, in Spagna, il governo spagnolo ultimava l'approvazione dei Presupposti Generali dello Stato per il 2016 quasi cinque mesi prima del solito, in piena estate, col silenzio complice e colpevole del resto dei partiti tanto parlamentari quanto extraparlamentari. Lo sfondo sono le elezioni che avranno luogo a dicembre e la necessità di proiettare un'immagine ai padroni del capitale per cui la Spagna adempirà ai suoi impegni draconiani, perlomeno durante l'anno prossimo, nonostante che il governo che uscirà delle urne probabilmente non avrà niente a che vedere con quello attuale (o forse sì, e più di quanto pensiamo). Così, il grande capitale ha un anno per estorcere quello che può al governo spagnolo entrante e per costringerlo a seguire il percorso segnato, che non può essere molto diverso da quello di Portogallo, Italia ed anche Grecia. La stampa ripete in continuazione che la Spagna ha già iniziato la ripresa economica (nonostante i terribili segnali su scala globale che spiegavamo all'inizio di questo post e che fanno presagire una grande recessione globale nascente) e il ministro di turno dice che nessuno discute che la Spagna stia tornando a crescere e il capo dell'opposizione accetta una falsità del genere. La realtà è che le basi dell'esigua ripresa spagnola dell'ultimo anno sono molto deboli. Come ci mostra Jesús Nácher su La proa de Argo, non è cambiato quasi niente nel modello produttivo spagnolo, che continua ad essere sempre poco fattibile e il suo naufragio avverrà in un paio d'anni se gli eventi internazionali non forzano una sua caduta più prematura. Ma questo non importa in questi mesi elettorali, nei quali inoltre bisogna insistere sul fatto che questa strada, quella che propone il governo spagnolo, è l'unica possibile e che allontanarsi da essa può essere la causa del ritorno della temuta recessione (un buon modo di auto-giustificarsi di fronte all'inevitabile, dando in anticipo la colpa ad altri).

Il fatto è che uno dei problemi interni che comincia a togliere il sonno, ai politici spagnoli in generale e al governo spagnolo in particolare, è la sfida della sovranità catalana. Dopo averla trattata con sufficienza per anni e dopo mesi di trattati da avanspettacolo, di annunci e minacce, il governo spagnolo ha compreso che i promotori dell'indipendenza della Catalogna fanno sul serio. I due partiti di maggior peso nel parlamento Catalano, parteciperanno alle elezioni sull'autonomia, che verranno convocate la prossima settimana prossima per il 27 di settembre, con una lista unica e con un unico punto nel loro programma: dichiarare l'indipendenza della Catalogna. Detta lista, più quella di Candidatura d'Unitat Popular (che è a sua volta indipendentista ma che ha preferito presentarsi a parte) possono ottenere circa la metà dei voti validi e con tutta sicurezza (dato il sistema di circoscrizioni elettorali in catalogna) ben oltre la metà dei seggi. Perché si è giunti a questa strada senza uscita è qualcosa che la Storia dovrà analizzare a tempo debito. Il fatto è che la sfida è sul tavolo e la possibilità che gli indipendentisti ottengano più della metà dei voti (fondamentale per dare legittimità alle loro aspirazioni) è remota ma non impossibile. Succeda quello che succeda a queste elezioni, è chiaro che segnano un prima e un dopo nella vita politica spagnola e dato che la vittoria degli indipendentisti è garantita, i problemi si inaspriranno, anche se il governo insiste scioccamente che l'unica cosa che si possa fare è applicare e rispettare la legge (quella spagnola, è chiaro).

Sono molte le spaccature e molti i problemi. Ci impegniamo a credere che non succede niente quando in realtà succede di tutto, e di molto grave. Il nostro mondo si sta destabilizzando politicamente, economicamente e climaticamente. In particolare, e per tornare al tema centrale di questo blog, con l'arrivo allo zenit del petrolio da fracking negli Stati uniti il mondo è giunto, con tutta probabilità, al suo picco del petrolio. Tenetevi, perché da ora in avanti tutto sarà discesa.

Saluti.
AMT



24 commenti:

  1. Un Paio di note: la vera novità nelle temperature marine è la zonalità nell'atlantico con temperature alle latitudini medio alte più basse di 2-3 gradi (Incipiente arresto della corrente del golfo ? ) Le sue considerazioni politiche sul caso greco sono poi del tutto contrastanti con l'analisi delle risorse di quel territorio più volte proposte su questo stesso blog (altro che abuso del grande capitale) ; no una parola sulla Russia che sta sprofondando molto oltre le attese ( - 9% con una inflazione del 12% reale)...Nel medio termine ciò che dovrebbe preoccupare di più almeno da Calais agli Urali, Mosca molto compresa, è un blocco della corrente del golfo, almeno per le temperature invernali...Diamo a Londra un Inverno in almeno in stile Boston e a Mosca un inverno in stile siberiano poi vediamo quante tubature di gas cittadine reggono...Poi quello che potrebbe accadere nelle stagioni intermedie ed in estate non è dato sapere...

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  2. Continua: con cambiamenti climatici di questa portata il nuovo oro nero rischia di diventare rispettivamente l'acqua ed il grano, a seconda delle latitudini, non per una risoluzione del problema energetico ma per una diminuzione delle aspettative ed esigenze verso le primarie.

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  3. Errata corrige:
    "possono perdere migliaia di milioni di dollari in investimenti"
    sono migliaia di MILIARDI di dollari.

    Al contrario di quello che si credeva:
    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15413

    è l'Arabia Saudita che ha bisogno di prezzi del petrolio alti (per mantenere il suo alto livello di benessere),
    mentre gli USA stanno riducendo notevolmente i prezzi di estrazione del petrolio con il Fracking, in quanto, da un'unica postazione possono trivellare anche una decina di pozzi (riducendo notevolmente i prezzi di estrazione).

    Comunque, crisi economica mondiale, sta riducendo la domanda di energia.
    Si sono fatti troppi investimenti, pensando agli alti prezzi dei combustibili fossili.
    Adesso crolla il prezzo perché la domanda non è cresciuta di pari passo con l'offerta.


    Penso che si dovrà attendere ancora un pò di anni, prima che l'offerta (produzione) diventi inferiore alla domanda (consumi).

    Questa abbondanza di energia potrebbe essere sfruttata per iniziare la transizione ad una società che faccia meno uso di combustibili fossili, almeno all'inizio, nella produzione di energia elettrica.

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    1. Corretto. L'errore però, stranamente, lo aveva fatto Turiel, non ero andato a controllare l'articolo del Guardian.

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  4. Si sostiene che il raggiungimento del peak-oil ha distrutto domanda e che adesso la produzione rimane invenduta finche' non si avra' anche una distruzione di offerta. Secondo quali modalita' il peak-oil distrugge domanda, la cinghia di trasmissione di questa modalita' di adattamento, richiede secondo me di essere approfondita. Ragionando in termini economici la distruzione di domanda e' una conseguenza piu' diretta della recessione in cui e' entrato il mondo globalizzato che spostando la produzione in un Asia lavoratrice e creditrice ha tolto risorse all'Occidente debitore e sottoccupato. Per un po' l'espansione del debito dell'Occidente ha fatto balenare il benessere diffuso dalla globalizzazione e dalle economie di scala ma ora e' un'altra storia. Si e' arrivati alla saturazione della possibilita' di contrarre nuovi debiti e il meccanismo si e' inceppato. Come questo possa essere messo in relazione con il peak-oil mi e' oscuro. Penso ad un comportamento intelligente che ha anticipato le dinamiche del picco premendo per espandere con mezzi finanziari e monetari la bolla del debito. Se non ci fosse stato il debito dell'Occidente (e i crediti dell'Asia) probabilmente la globalizzazione non ci sarebbe stata nelle forme che abbiamo visto, il benessere "turbo" sarebbe stato inferiore (e inferiori sarebbero state la distruzione di risorse e le conseguenze ambientali), il petrolio sarebbe lievitato lentamente di prezzo (questo si' lo capisco: il prezzo che lievita distrugge domanda...) e tutte le dinamiche economiche e sociali sarebbero state differenti. Il debito ha calciato il barattolo consegnandoci un problema e una recessione piu' grande. La distruzione di domanda di petrolio e' avvenuta senza avvertire un sensibile e procrastinato aumento di prezzo del barile ma per effetto di un calo dei redditi dei lavoratori in Occidente. Se qualcuno mi puo' spiegare meglio come secondo lui si trasmette la distruzione di domanda di petrolio a prezzi costanti gliene sarei grato. Io penso che il contesto sia inquinato e drogato da "giocatori intelligenti" che anticipano le dinamiche del picco.

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    1. spartan3000it : “Secondo quali modalita' il peak-oil distrugge domanda”

      Un petrolio a 150 dollari al barile (2008) o anche a 115 $ (2011-2013) è troppo alto da sostenere da una società che vive di valore aggiunto (ha ridotto la % di valore aggiunto e alzato troppo i prezzi dei beni).
      Questo ha ulteriormente spinto alla globalizzazione, in quanto, si cercava di ridurre i costi al minimo.
      Molte aziende hanno delocalizzato, lasciando buona parte dei lavoratori come costo sulla collettività (disoccupazione) con ulteriore aggravarsi della tassazione per poter tenere il pareggio di bilancio.
      Le aziende che non hanno delocalizzato, hanno cercato di ridurre i costi degli stipendi (FIAT ?), abbassando il tenore di vita della classe degli operai.

      spartan3000it :
      “Se qualcuno mi puo' spiegare meglio come secondo lui si trasmette la distruzione di domanda di petrolio a prezzi costanti gliene sarei grato.”

      L’automazione riesce a far produrre più beni con meno lavoratori. Questo significa che: o la domanda di beni aumenta alla stessa velocità dell’efficienza dell’automazione (credo introno al 2% l’anno), oppure vengono continuamente espulsi lavoratori dal mercato del lavoro.
      Nei decenni passati oltre ad avere mercati non saturi, c’era la crescita della popolazione che creava continuamente nuova domanda.
      Adesso la popolazione si sta stabilizzando (In Italia siamo fermi intorno ai 60 milioni da più di 10 anni), mentre l’automazione aumenta l’efficienza sino a tal punto che anche in Cina si stanno perdendo posti di lavoro, sostituiti dalle macchine.

      Quindi:
      anche in presenza di abbondanti fonti energetiche, se i guadagni non vengono socializzati con una tassazione adeguata (le multinazionali quasi non pagano tasse); buona parte della popolazione sarà sempre più povera (perché esclusa dal lavoro dall’automazione) e ci sarà un eccesso di offerta di beni.
      L’uomo è stato impegnato nel lavoro per:
      • 200.000 anni come Cacciatore/raccoglitore;
      • 30.000 anni come agricoltore;
      • 200 anni come operaio nell’industria;
      • 50 anni nei servizi…
      E adesso?
      Quale settore assorbirà tutti i disoccupati?

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    2. @ Ale, nessuno, perchè la popolazione tornerà a 2 mld se va bene. La crisi sistemica devo dire sta funzionando abbastanza bene: non si vedono più le file autostradali di vacanzieri di 40 o 50 km, ma solo di pochi km. Se penso che 100 anni fa le vacanze non esistevano, mi dispiace per coloro che sono nati dopo il 1970, perchè pensano siano un diritto. Ma quanti diritti si sono inventati per far girare il BAU. Che delinquenti aver generato tanta avidità e d'ora in poi tanta disperazione. Illudere così l'essere umano è almeno diabolico.

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    3. Quindi, in sintesi, il peak-oil e prezzi temporaneamente alle stelle hanno indotto una evoluzione dei processi produttivi impoverendo i lavoratori e amplificando la componente "capitale e automazione" per mantenere i margini di profitto delle corporations. Conseguente accelerazione dei processi di delocalizzazione produttiva. La classe lavoratrice piu' povera determina una distruzione di domanda di beni energetici. Mi quadra, grazie! C'e' da chiedersi a chi venderanno in un prossimo futuro i beni prodotti le famigerate corporations. Se fallisce la riconversione della Cina al mercato interno, come ritengo probabile, si avra' anche distruzione di capacita' produttiva, suppongo. Il motore economico mi sembra programmato in automatico per lo spegnimento, o almeno per funzionare ad un ridotto numero di giri ("stagnazione secolare"). Non so se questo deve essere considerato necessariamente un male.

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    4. Alessandro,
      tu dici che
      “L’uomo è stato impegnato nel lavoro per:
      • 200.000 anni come Cacciatore/raccoglitore;
      • 30.000 anni come agricoltore; ….”

      Per amore di verità, devo segnalare che :

      L'agricoltura è nata 10.000 anni fa, e non 30.000 anni fa come tu dici.

      Cacciatore/raccoglitore da 200.000 è Homo Sapiens.
      I primi Homo sono datati 2 milioni e mezzo di anni fa (Homo Habilis).
      Erano cacciatori-raccoglitori.
      Pertanto, Homo è stato cacciatore-raccoglitore per 2 milioni e mezzo di anni, non 200.000 come tu dici.

      .----

      Purtroppo l'agricoltura è nata, era meglio se non nasceva : è causa primaria della distruzione della vita sulla Terra.

      Lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori è sostenibile per il pianeta Terra.
      Il nostro stile NO (agricoltura-allevamento-industria).
      A mio modo di vedere, non è che ci dobbiamo inventare cose nuove per smettere di distruggere il pianeta.
      E' sufficiente, con umiltà, imparare come si vive in modo sostenibile, da chi non si è adeguato al nostro stile di vita, gli ultimi cacciatori-raccoglitori viventi.
      …. prima che siano estinti, in pochi anni, a causa della nostra prevaricazione, allo stesso modo di come si stanno estinguendo tante altre forme di vita rispettose degli equilibri ecologici.

      Gianni Tiziano

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    5. "L'agricoltura è nata 10.000 anni fa"

      Vero, dopo l'ultima era glaciale. Andare a memoria certe volte fa brutti scherzi.
      30.000 anni fa era il periodo in cui il Sahara era ricoperto da immense foreste.

      "Cacciatore/raccoglitore da 200.000 è Homo Sapiens."
      Mi sembrava esagerato andare più indietro nella discendenza.
      Per me va bene dall'uomo Sapiens in poi, i precedenti, secondo me, erano poco più di scimmie evolute.

      Il problema non è stata la nascita dell'agricoltura e tutto il progresso che ne è seguito.
      Il problema è l'incidenza totale della popolazione.
      Se ci fossimo limitati a una popolazione inferiore al miliardo, oggi la natura non sarebbe in pericolo.

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    6. Alessandro, non insultare i nostri cugini neanderthaliani, dei quali tutti portiamo un po' di geni nel nostro DNA

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    7. "Alessandro, non insultare i nostri cugini neanderthaliani"

      ** SARCASMO ON **
      Cugini di chi?...
      Ma se neanche li conosco! :-)
      ** SARCASMO OFF **

      Comunque anche loro erano contemporanei dell'Homo sapiens
      (https://it.wikipedia.org/wiki/Homo_neanderthalensis)

      Sarà che erano una specie pacifica, mentre l'homo sapiens investiva di più sulla guerra! :-)

      Ecco dov'è l'origine di tutti i mali! :-)

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    8. Professore solo i caucasici e gli orientali portano finao al2,5% di geni neanderthaliani, massimamente nel MHIC (in altre parole nel sistema immunitario) : di preciso dove sono nascosti tutti i geni neanderthaliani non si sa, ma se l'uomo bianco è piu resistente alle malattie del negroide è probabilmente grazie ai neanderthal..Guarda caso i più neanderthaliani sono nella francia meridionale ed ancor di più nell'italia centrale lazio escluso...Quindi lei professore probabilmente è tra i piu neanderthaliani qua dentro...(Come me)...Professore vuole consigliare Neanderthal parallax ai frequentatori del blog? Credo ci stia parecchio...

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    9. Infatti, deve essere per questo che i Neanderthaliani mi stanno simpatici. Di Neanderthal parallax ne ho sentito molto parlare, ma non ho mai trovato il momento buono per leggerlo.

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    10. Si legge in un 1 giorno (se uno non ha niente altro da fare).

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  5. "....la domanda di combustibili fossili sta crollando..."

    ?????

    Giusto per restare al petrolio ( ma non cambia per gas e carbone), il 2015 sta facendo registrare il nuovo record assoluto della domanda, continuando una crescita inarrestabile.

    questi i dati degli ultimi 3 anni (EIA)

    2013 ------- 91,277 milini di b/g
    2014 ------- 92,364
    2015 ------- 93,626

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    1. E' disponibile una disaggregazione dei dati su base geografica? Io ad occhio direi consumi in calo nei paesi sviluppati e stazionari nei paesi emergenti. L'aumento eventuale e' dovuto all'ingresso di nuove aree geografiche tra gli emergenti. Il prezzo e' in gran parte condizionato dai consumi dei paesi sviluppati dove non sanno piu' dove stoccare petrolio a buon prezzo anche per mantenere alto il prezzo e non far fallire le compagnie dello shale-oil (riserve ai massimi, almeno cosi' leggo). Forse sarebbe meglio lasciarlo sotto il petrolio? Sarebbe interessante anche avere il consumo procapite per aree geografiche. Di fatto i produttori sono costretti a svendere per procacciarsi risorse economiche ed evitare crisi finanziarie. Se aumento nella produzione c'e' non presagisce nulla di buono: sara' piu' scosceso il dirupo di Seneca che ci attende e che e' gia' evidente nei paesi sviluppati.

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    2. Consumi pro-capite:
      http://www.sviluppoerisorse.eu/dati/primaria/AnnoProCapite.aspx

      Serie storica dei consumi per Fonte energetica (Petrolio, Gas, Carbone) e specifica per Paese:
      http://www.sviluppoerisorse.eu/dati/primaria/SerieFontePaeseProdCons.aspx

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    3. Avevo scritto due considerazioni sullo stato della domanda e dell'offerta ma si sono perse. Niente di che. Ero convinto che l'invio fosse andato a buon fine

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  6. Convincenti I grafici sullo shale oil statunitense, il picco è già oltrepassato. E se il calo continua cosa ne sarà delle rispettive società petrolifere e delle loro counterparties per il counterparty risk? Elemento in più di pericolo immediato per la bolla che è la borsa statunitense. Altre bolle sono il mercato delle obbligazioni e le valute stesse. Il post non parla anche delll'immenso QE della Fed e di tutte le altre banche centrali. Ma non importa, magari perché da quel lato non è successo molto nel mese di luglio. Comunque penso che all'instabilità economica, politica, e climatica -ambientale e di peak everything si può aggiungere anche quella del sistema finanziario e delle cosiddette FIAT currencies (per le quali non si può dare la colpa ad Agnelli). Ed inoltre esiste anche una instabilità di carattere geopolitico perché la Pax Americana sta per andare oltre la sua data di scadenza. (Se non l'ha già fatto da tempo) ("Peak U.S.A. ") E non dimentichiamo il metano in Siberia ed altrove . E tutte queste instabilità hanno anche molte interazioni (per lo più imprevedibili ) fra di loro. Quindi l'intero sistema potrebbe crollare dopodomani, fra un mese o fra un anno o cinque. Ma credo sia giusto dire che d'ora in poi "tutto" sarà in discesa. Ovviamente la capacità umana di auto-illudersi e di illudere gli altri rimane molto "sana" e quindi forse qualche momento di euforia folle ci rimarrà ancora.

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    1. "quindi forse qualche momento di euforia folle ci rimarrà ancora"

      altroché momento. Solo per restare in Italia - menoo maale che Matteoo c'è, (jingle) - c'è ancora tutto il tempo per costruire una manciata di nuove autostrade in Lombardia, la Tav, l'AV Salerno Reggio Calabria, spargere un po' di ecomostri sparsi per valorizzare (leggasi VALORIZZARE siori e siori!) i nostri tesori archeologici e paesaggistici (con il silenzio assenso delle sovrintendenze), oltre alla normale razione quotidiana di villette a caso dove capita per far ripartire la ricrescita...
      ragazzi lo abbiamo capito che il fondo del fondo è morbido e scavando non è difficile andare più in basso ancora

      L.

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  7. Il nostro mondo si sta destabilizzando politicamente, economicamente e climaticamente e anche moralmente...

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    1. Il problema è che lo sta facendo velocemente e quindi servirebbero azioni rapide a livello globale / mondiale.

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  8. "si sta vedendo è una contrazione generalizzata dell'uso di materie prime ed energia..."

    Una vecchia questione in economia è la complementarietà o sostituibilità tra input nella funzione di produzione; fino a quando si sono stimate delle funzioni Cobb-Douglas K,L con solo capitale e lavoro come input tutto andava bene: più K = meno L (raramente viceversa).
    Introducendo E energia e M materiali in funzioni di produzione più flessibili (e realistiche) - tipo la Translog - le cose cambiano. Separando energia e soprattutto le materie prime dal capitale aggregato nella composizione dell'output si osserva un irrigidimento/fragilizzazione del processo economico, che diventa fortemente dipendente dalla disponibilità di energia abbondante e a basso costo.

    In pratica l'elasticità prezzo incrociata tra energia a capitale (Pke) diviene inferiore di 1 o negativa; un dato interpretabile come "debole sostituzione" o "complementarietà" tra i due input.

    Concludendo, se il prezzo dell'energia sale la quantità di capitale diminuisce, il che rischia di tradursi in diminuzione dell'Output (il Pil). Il fenomeno rischia di prodursi nei settori energivori come ferro, vetro, cemento e, ovviamente i trasporti.

    In proposito segnalo http://link.springer.com/article/10.1007%2Fs12053-015-9349-z
    per chi volesse procedere a nuove stime per altri anni,/paesi/settori le procedure di calcolo (in Stata) sono disponibili.

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