Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


lunedì 9 febbraio 2015

Strada obbligata.

The one way forward
Di John M. Greer
Traduzione di Jacopo Simonetta.

Ho voluto tradurre questo lungo (un po’ troppo lungo) articolo dell’ineffabile Aci-druido perché mi pare che sia particolarmente interessante.   Fra l’altro, esprime posizioni molto simili a quanto sostenuto da Serge Latouche in una conferenza tenuta a Pisa nella primavera scorsa.
Io rimango scettico per varie ragioni che esporrò in un prossimo post, ma mi pare comunque un’idea interessante.

Nota sulla traduzione:   La prosa di Greer è molto lineare nei suoi libri, ma spesso contorta nei suoi post.   In queste pagine, mi sono preso la libertà di modificare leggermente la punteggiatura e qualche giro di frase che, tradotto pedissequamente in italiano, diventava illeggibile.


Tutto considerato, il 2015 non promette di essere una buona annata per chi crede nel “business as usual”.   Dopo il post della settimana scorsa sull’Archidruid report, il partito anti-austerity Syriza ha spazzolato le elezioni in Grecia, fra l’entusiasmo di partiti simili in tutta Europa e lo sconforto della gerarchia di Bruxelles.   Questa non può rimproverare altri che se stessa per questo evento.   Oramai per più di un decennio, le politiche EU hanno effettivamente protetto le banche ed i possessori di buoni del tesoro dalla salubre disciplina del mercato, prima di ogni altra considerazione.   Ivi compresa la sopravvivenza economica di intere nazioni.    Non dovrebbe sorprendere nessuno se questo non era un approccio vitale a lungo.

Nel frattempo, la bolla del fracking continua a sgonfiarsi.   Il numero di trivelle al lavoro nei campi petroliferi americani continua a cadere verticalmente di setimana in settimana.   I licenziamenti nel settore petrolifero stanno accelerando ed il prezzo del petrolio rimane a livelli che rendono ogni espansione del fracking un benvenuto esercizio matematico per il tribunale locale.   Quei pundit mediatici che stanno ancora parlando dell’industria del  fracking stanno insistendo che il calo del prezzo del petrolio prova che loro avevano ragione e che quei maledetti eretici che parlano di picco del petrolio devono avere torto. Ma evitano di spiegare come mai i minerali di ferro, rame e molti altri dei materiali principali stanno perdendo valore ancora più in fretta del greggio.   E neppure perché la domanda di petrolio negli USA sta declinando anche lei.

Il fatto è semplicemente che un’economia industriale costruita per correre con petrolio convenzionale a buon mercato non può funzionare a lungo con petrolio costoso senza schiacciarsi il naso per terra.   Dal 2008, le nazioni industriali del mondo hanno cercato di compensare la differenza inondando le loro economie con credito a buon mercato, nella speranza che questo avrebbe potuto compensare la rapidamente crescente quantità di ricchezza reale che deve essere dirottata dagli altri scopi, nello sforzo di mantenere il flusso di combustibili liquidi al loro livello di picco.   Ora però le leggi economiche hanno chiamato il loro bluff.    Le ruote si stanno fermando in una nazione dopo l’altra ed il prezzo del petrolio (come quello di altre risorse) è sceso ad un livello che non copre i costi dell’olio di scisto, delle sabbie bituminose e cose simili.   Ciò perché tutti questi frenetici tentativi di esternalizzare i costi della produzione di energia comportano che sia l’economia globale che riceve il colpo.

Naturalmente non è così che i governi ed i media spiegano la crisi che sta emergendo.   Del resto, non c’è carenza di pundit e di gente fuori dai corridoi del potere  che ignorano il collasso generale del prezzo delle materie prime.   Fissandosi sul petrolio al di fuori del più vasto contesto dell’ esaurimento delle risorse in generale, insistono che il cambio del prezzo del petrolio sia un atto di guerra, o quel che vi pare.

Questa è una logica che i lettori di questo blog hanno visto dispiegarsi molte volte nel passato.   Qualunque cosa accada deve essere stato deciso ed attuato da esseri umani.   Uno stupefacente numero di persone in questi tempi, sembra incapace di immaginare la possibilità che fattori totalmente impersonali come le leggi dell’economia, della geologia e della termodinamica possano da sole far accadere delle cose (grassetto mio ndt.).

Il problema che fronteggiamo ora è precisamente che l’inimmaginabile è la nostra realtà.   Per un po’ troppo tempo, troppa gente ha insistito che non bisogna preoccuparsi dell’assurdità di perseguire una crescita illimitata su di un delimitato e fragile pianeta,  perché “troveranno qualcosa”.   Oppure hanno pensato che chattare sui forum internet a proposito di questo o quel pezzo di fumo tecnologico sia fare qualcosa di concreto a proposito dell’imminente collisione della nostra specie con i limiti della crescita.   Viceversa, per appena un po’ troppo tempo, non abbastanza persone hanno voluto fare qualcosa in proposito ed ora i fattori impersonali hanno occupato la sedia del conducente, dopo aver malmenato tutti noi sette miliardi ed  averci ficcati nel bagagliaio.

Come ho segnalato nel post della settimana scorsa, questo pone dei severi limiti a quello che possiamo fare nel breve termine.   Con ogni probabilità, a questo stadio del gioco, ognuno di noi incontrerà l’onda della crisi con la preparazione che si è dato; sostanziale o trascurabile che questa sia.   Sono cosciente che un certo numero dei miei lettori non sono felici di questo, ma non possono essere aiutati.   Il futuro non è tenuto ad aspettare pazientemente finché siamo pronti.
Alcuni anni fa, quando postai un testo che riassumeva la strategia che proponevo, probabilmente avrei dovuto mettere più enfasi sulla parola principale dello slogan: adesso.   Oramai quel che è fatto è fatto.

Questo non significa che siamo alla fine del mondo.    Significa che con tutta probabilità, cominciando in un qualche momento di questo anno e per parecchi anni a venire, molti dei miei lettori saranno indaffarati con gli impatti multipli di una martellante crisi economica sulla loro vita e su quella dei loro familiari, amici, comunità e datori di lavoro.   In un periodo in cui il sistema politico di gran parte del mondo industriale sarà grippato, le guerre latenti nel Medio Oriente ed in gran parte del terzo Mondo saranno in ebollizione più del solito ed il tramonto della Pax Americana spingerà  sia il governo USA che i suoi nemici ad un livello ancora maggiore di rischio.

Come esattamente questo accadrà nessuno lo sa, ma accadrà sicuramente.   E difficilmente sarà piacevole.

Intanto che ci prepariamo per il primo colpo, comunque, è utile parlare un poco a proposito di cosa accadrà dopo.    Per quanto sia lungo l’effetto domino sugli istituti finanziari coinvolti nella bolla del fracking, prima o poi cadrà l’ultimo e, dopo qualche anno, le cose torneranno ad una “nuova normalità”; anche se molto più in basso lungo la pendice della decrescita.   Non importa quante guerre per procura, colpi di stato, azioni segrete ed insurrezioni manipolate saranno lanciate dagli Stati Uniti e dai suoi rivali nella loro lotta per la supremazia; molti dei posti toccati da questi conflitti vedranno alcuni anni di guerra effettiva, con periodi di relativa pace prima e dopo. Le altre forze che guidano il collasso agiscono sostanzialmente allo stesso modo.  Il collasso è un processo frattale, non uno lineare.

Però sull’altro lato della crisi c’è qualcos’altro che “di più dello stesso”.   La discussione che vorrei cominciare a questo punto è centrata su quello che potrebbe valere la pena di fare una volta che le masse di macerie economiche, politiche e militari smetteranno di rimbalzare.   Non è troppo presto per pianificare questo. Se non altro, darà ai lettori di questo blog qualcosa cui pensare mentre staranno in coda per il pane o nascosti in cantina, mentre polizia e ribelli si scontrano in strada.   A parte questo beneficio, prima si comincia a pensare a quali opzioni saranno disponibili una volta tornata una certa stabilità, migliori saranno le probabilità di essere pronti ad agire, nella nostra vita o ad una più ampia scala.

Del resto, una delle interessanti conseguenze di ogni crisi davvero sostanziale è che ciò che era impensabile prima può non essere impensabile dopo. Leggete il brillante “The proud Tower” di Barbara Tuchman e vedrete quante delle indiscutibili certezze del 1914 erano finite nella compostiera della storia alla fine del 1945.   E quante delle idee che erano state appannaggio di frange ultraperiferiche  prima della prima guerra mondiale erano diventate buon senso comune dopo la seconda.   E’ un fenomeno comune ed io propongo qui di andare avanti lungo questa curva proponendo, come materiale grezzo di riflessione e nient’altro, qualcosa che è certamente impensabile oggi, ma che potrebbe diventare una necessità dieci o venti, o quaranta anni da ora.

Che cosa ho in mente?   Una intenzionale regressione tecnologica come politica pubblica.
Immaginate, per un momento, una nazione industriale che riduca la sua infrastruttura tecnologica approssimativamente a quel che era nel 1950.   Questo comporterebbe un drastico decremento dei consumi energetici pro-capite, sia direttamente  (la gente usava molto meno energia di tutti i tipi nel 1950), sia indirettamente ( anche la produzione di beni e servizi richiedeva molto meno energia allora).   Ciò comporterebbe parimenti una brusca riduzione dei consumi pro capite di molte risorse.    Comporterebbe anche un brusco incremento dei posti di lavoro per le classi lavoratrici.   A quei tempi, un sacco di cose oggi fatte dai robot erano fatte da esseri umani, cosicché c’erano molte più buste paga che andavano in giro il venerdì per pagare i beni e servizi che i consumatori normali comprano.   Dal momento che un flusso costante di stipendi ai lavoratori è una delle cose principali per mantenere un’economia stabile e vigorosa, questo sarebbe sicuramente un ovvio vantaggio, ma per adesso possiamo lasciare questo da parte.

Certamente il cambiamento proposto comporterebbe certi cambiamenti rispetto a come vanno adesso le cose.   Nel 1950 i viaggi in aereo erano estremamente costosi, i ricchi erano chiamati “il jet-set” perché erano gli unici che potevano comprare i biglietti.   Così tutti gli altri era costretti ad usare dei veloci, affidabili ed energicamente efficienti treni quando dovevano andare da un posto all’altro.   I Computers erano rari e costosi, il che significava, ancora una volta, che più gente aveva un lavoro.   E Significava anche quando chiamavate una ditta od un ufficio la vostra probabilità di trovare un essere umano per aiutarvi in qualunque vostro problema era considerevolmente più alta di oggi.
Mancando internet, la gente si doveva accontentare di un’ampia gamma di frequenze radio, migliaia di periodici generici o specializzati ed un sacco di librerie e biblioteche locali, zeppe di libri.  

Almeno in America, gli anni ’50 furono l’età d’oro delle biblioteche pubbliche e molte cittadine avevano delle collezioni che in questi giorni non trovate nemmeno nelle grandi città. Oh, e quelli a cui piace guardare foto di gente spogliata (che oggi hanno un grande e di solito non menzionato ruolo nel pagare internet) si dovevano accontentare di riviste indecenti che gli consegnavano in anonime buste marroni. Oppure andavano in negozietti di periferia.  Tutte cose che, comunque, non sembravano metterli in imbarazzo.

Come osservato prima, sono del tutto cosciente che un simile progetto è assolutamente impensabile oggi; che provocherebbe un’immediata reazione di superstizioso orrore.  Quindi, per prima cosa, parliamo delle obbiezioni più ovvie.  Sarebbe possibile? Sicuro.

Molto di quello che deve essere fatto sono dei semplici cambiamenti nelle leggi fiscali.   Proprio ora, negli stati uniti, una galassia di perversi regolamenti penalizzano i datori di lavoro se assumono persone ed incentivano quelli che rimpiazzano gli impiegati con delle macchine. Cambiate questo in modo che spendere di più in stipendi abbia maggior senso finanziario che spendere per automatizzare, e sarete già a metà strada.

Una revisione della politica commerciale farebbe buona parte del resto che sarebbe necessario.   Malgrado le fideistiche pretese degli economisti, quello che viene scherzosamente chiamato “mercato libero” benefica i ricchi a spese di tutti gli altri e potrebbe essere rimpiazzato da ragionevoli tariffe per sostenere la produzione domestica, contro il mercantilismo predatorio che domina l’economia globale in questi giorni.   Aggiungete a questo alte tariffe sulle importazioni di tecnologia e togliete a qualsiasi tecnologia successiva al 1950 i sontuosi sussidi che ingrassano le aziende del “Fortune 500” e di base ci siete.

Quello che rende il concetto di regressione tecnologica così intrigante, e così utile, è che non richiede di sviluppare niente di nuovo. Sappiamo già come funzionava la tecnologia del 1950. Quali sono le sue necessità di energia e risorse; quali sarebbero vantaggi e svantaggi nell’adottarle.

Un’abbondante documentazione ed una certa frazione della popolazione che ancora ricorda come funzionava renderebbero la cosa facile.   Quindi sarebbe una cosa semplice fare una lista di quel che serve, quali sarebbero costi e benefici, e come minimizzare i primi massimizzando i secondi.   Non dovremmo fare quei tentativi alla cieca e quelle ipotesi arbitrarie che sono necessarie quando si sviluppa una nuova tecnologia.  Tanto per la prima obbiezione.

Seconda domanda: ci sarebbero controindicazioni ad una deliberata regressione tecnologica?  

Certamente! Ogni tecnologia e qualsiasi gruppo di opzioni politiche ha le sue controindicazioni.   In effetti, una comune fantasia odierna pretende che sia ingiusto prendere in considerazione le controindicazioni delle nuove tecnologie ed i vantaggi delle vecchie, quando si decide se rimpiazzare una tecnologia vecchia con una più nuova. Una illusione ancora più comune pretende che non devi nemmeno decidere. Quando una nuova tecnologia emerge, si presume che tu la segua belando come tutti gli altri, senza porre alcuna domanda.

La tecnologia corrente ha immense controindicazioni.  Le tecnologie future ne avranno anche loro.   E’ solo nelle pubblicità e nelle storie di fantascienza che le tecnologie non hanno difetti. Quindi, il mero fatto che anche le tecnologie del 1950 ponevano dei problemi non è una ragione valida per scartare la regressione tecnologica. Per quanto impensabile, la domanda da porre  è se, tutto considerato, sarebbe saggio accettare le controindicazioni della tecnologia del 1950 al fine di disporre di un complesso operativo di tecnologie in grado di funzionare con molto minori consumi procapite di energia e risorse. E dunque migliori speranze di attraversare l’età dei limiti che abbiamo davanti, piuttosto che con la molto più stravagante e fragile infrastruttura tecnologica odierna.

Probabilmente è necessario parlare anche di un particolare pezzo di paralogica che emerge ogniqualvolta qualcuno suggerisce la regressione tecnologica: la nozione che se torni ad un più vecchia tecnologia, devi assumere anche le pratiche sociali e le abitudini culturali di quei tempi. Ho ricevuto molti commenti di questo tipo l’anno scorso quando ho suggerito che una tecnologia a vapore di tipo vittoriano alimentata da energia solare potrebbe essere una forma di ecotecnica del futurro. Uno stupefacente numero di persone sembravano incapace di immaginare che questo fosse possibile senza reintrodurre anche usanza vittoriane quali il lavoro infantile ed il pudore sessuale.   Per quanto sciocche, idee simili hanno radici profonde nell’immaginario moderno.

Senza dubbio, come risultato di queste profonde radici, ci sarà un sacco di gente che risponderà alla proposta che ho appena fatto che le pratiche sociali e le abitudini culturali del 1950 erano orribili, e pretendendo che queste abitudini non possono essere separate delle tecnologie in questione. Posso rispondere osservando che il 1950 non aveva un solo set di pratiche sociali e culturali. Solo negli Stati Uniti, un viaggio da Greenwich Village alla Pennsylvania rurale nel 1950 vi avrebbe fatto incontrare con notevoli diversità culturali fra persone che usavano la medesima tecnologia.

Il punto si può ribadire notando che, in quell’anno,  la stessa tecnologia era in uso a Parigi, Djakarta, Buenos Aires, Tokyo, Tangeri, Novosibirsk, Guadalajara e Lagos. E non tutti questi avevano le stesse usanze degli americani, sapete. Ma sarebbe fiato sprecato. Per i veri credenti nella religione del progresso, il passato è un ribollente calderone di eterna dannazione da cui perpetuamente ci salva il surrogato messia del progresso. Ed il futuro è il radioso paradiso, le cui porte i fedeli sperano di varcare a tempo debito. Molte persone in questi giorni non vogliono discutere questa dubbia classificazione più di quanto un contadino medioevale non fosse disposto a dubitare del miracoloso potere che si supponeva emanasse dalle ossa di S. Ethelfrith (il fondatore del regno di Northumbria, attuale Inghilterra ndt).

Niente, ma niente suscita un più superstizioso orrore nella cultura dominante del dire, cielo aiutaci, “torniamo indietro”. Anche se la tecnologia di giorni precedenti è più adatta ad un futuro di scarsità di risorse e di energia, piuttosto che l’infrastruttura che abbiamo adesso.   Anche se la tecnologia di giorni andati effettivamente fa meglio il lavoro di molte cose che abbiamo oggi,  “Non possiamo tornare indietro!” è l’angosciato grido delle masse.   Sono stati così bene imbambolati dai propagandisti del progresso che non smettono mai di pensare questo.

C’è una ricca ironia nel fatto che i circoli alternativi e d’avanguardia tendono ad essere ancora più ossessivamente fissati col dogma del progresso lineare delle masse che si presumono conformiste.  

Questa è una delle più subdole caratteristiche del mito del progresso; quando le persone diventano insoddisfatte dello status quo, il mito le convince che la sola opzione che hanno è fare esattamente quello che tutti gli altri fanno. Così, quello che era cominciato come un moto di ribellione viene cooptato in un perfetto conformismo e la società continua a marciare stupidamente lungo la traiettoria corrente.   Come i lemming di un documentario Disney, senza nemmeno chiedere cosa ci dovrebbe essere in fondo.

Questo per quanto riguarda il progresso. La parola stessa significa “movimento continuo nella medesima direzione”.  Se la direzione era una cattiva idea all’inizio, o se ha superato il punto fino a cui aveva senso, continuare ad arrancare ciecamente in avanti in un’oscurità che si addensa potrebbe non essere la migliore idea del mondo.  Rompi questa camicia di forza mentale ed una gamma di futuri possibili si schiude immediatamente.

Ad esempio, potrebbe essere che una regressione tecnologica al livello del 1950 risulti impossibile da mantenere sui tempi lunghi. Se le tecnologie del 1920 possono essere supportate con un più modesto apporto di energia che possiamo recuperare dalle fonti rinnovabili, per esempio, qualcosa di simile alla tecnologia del 1920 potrebbe essere  mantenuta sul lungo termine, senza ulteriori regressioni.

Potrebbe invece emergere che qualcosa di simile alle macchine a vapore solari che ho menzionato prima sia il livello massimo che può essere sostenuto indefinitamente.   Un’ecotecnica equivalente alla tecnologia del 1820, con mulini a vento e ad acqua come motori dell’industria, canali navigabili come principale infrastruttura di trasporto e la maggior parte della popolazione che lavora in piccole fattorie di famiglia che supportano villaggi e cittadine.

Quest’ultima opinione sembra eccessivamente deprimente?   Comparatela con un altro scenario molto probabile e potrete trovare che questa ha i suoi vantaggi.   Ad esempio, immaginiamo che cosa accadrebbe se le società industriali del mondo scommettessero per la loro sopravvivenza su di un grande balzo avanti di una non provata fonte di energia che non ripaga i suoi costi, lasciando miliardi di persone a contorcersi nel vento, senza infrastruttura tecnologica di sorta.  

Se state guidando in un vicolo cieco e vedete un muro di mattoni davanti, potete ricordarvi che strillare “non possiamo tornare indietro!” non è esattamente una buona trovata.   In una simile situazione  (e voglio suggerire che questa è un’affidabile metafora della situazione in cui siamo proprio adesso ) tornare indietro, ricercando la strada percorsa  findove necessario, è un modo per andare avanti.





21 commenti:

  1. Interessante idea. Praticabilità purtroppo pari a zero. Quello che dice l'arci-druido è improponibile. Provare per credere. Voi state chiedendo alla gente di abbassare di sua spontanea volontà il loro tenore di vita.
    Non lo faranno MAI. Tutti vogliono usare l'aereo, tutti vogliono l'ultimo modello di automobile sportiva, tutti vogliono essere ricchi.
    Questo ha portato il "sogno americano democratico" ha portato tutti a pensare di poter essere ricchi facilmente.

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    1. VEro: del tutto improponibile. Però, come provocatore, l'arcidruido è un genio!

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    2. Faccio notare che 'tutti vogliono' quello che una propaganda martellante e capillare ha instillato loro nella testa. Non ricordo negli anni Ottanta nessuno che volesse andare in giro con il telefono o che all'inizio del XX secolo ci fossero proteste popolari per avere viaggi aerei intercontinentali. La gente ha voluto le cose che gli sono state proposte a forza.
      Poi sono d'accordo anche io che nessuno abbasserebbe di sua spontanea volontà il suo tenore di vita in cambio di niente, ma mi sembra anche giusto. Oggi c'è una specie di accordo non scritto, per cui l'eteronomia personale è supplita da beni di consumo (in un regime come quello cinese direi invece che è abbastanza esplicito). Condizione necessaria (mi rendo conto non sufficiente) affinché la popolazione accetti rinunce sul piano materiale è quello di allargare il campo dell'autonomia e di limare sensibilmente le disuguaglianze.

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    3. "Faccio notare che 'tutti vogliono' quello che una propaganda martellante e capillare ha instillato loro nella testa. Non ricordo negli anni Ottanta nessuno che volesse andare in giro con il telefono o che all'inizio del XX secolo ci fossero proteste popolari per avere viaggi aerei intercontinentali. La gente ha voluto le cose che gli sono state proposte a forza."

      Ovviamente nessuno protestava per avere accesso a qualcosa che non esisteva ancora ma l'dea decrescista che il consumismo sia figlio quasi esclusivo della pubblicità cattiva non sta in piedi. Per il semplice fatto che i consumi voluttuari sono sempre esistiti e sono praticamente sempre stati perseguiti da chi poteva. I mass media e I pubblicitari hanno cavalcato, velocizzato ed estremizzato una dinamica sociale che era già potente di suo ed ha sempre operato.
      I passeggeri sulla Milano-Monza nel 1840 non ce li caricavano certo a forza, tanto per dirne una.

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    4. Ma il problema non è quanto una cosa sia 'voluttuaria' bensì 'sostenibile'. Anche una partita a scopone è 'voluttuaria', come lo era fare i graffiti rupestri.

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    5. Marcello, a me sembra che la pubblicità, o réclame o marketing che lo si voglia chiamare è come il CO2 o diossido di carbonio per il clima.Oltre un certo limite diventa una forzante che sovrasta tutte le altre.
      Idem la quantità d'energia e di elementi chimici, altrimenti chiamate risorse minerarie, per quanto riguarda il rapporto fra noi e la biosfera.
      Se non riusciamo più ad accettare i limiti sempre esistiti su questo pianeta, ciò non è una colpa ma appunto un altro limite della nostra peculiare psiche e coscienza.
      Se si ha voglia di darsi una letta al ponderoso ma illuminante " Il principio antropico " di John Barrow e Frank Tipler da anni tradotto anche in italiano, si capisce quanto noi umani siamo una specie tragicamente unica nel suo genere.
      Ma basta anche ricordarsi del vecchio adagio "Chi troppo vuole nulla stringe"
      per arrivare a medesime conclusioni:
      Per vivere occorre imparare a scegliere.
      E chi non vuole, non riesce o non può, dovrà subire la scelta.Altrui.
      E per Altrui s'intende anche la leopardiana e famigerata Natura Matrigna.

      Marco Sclarandis.


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    6. "Se non riusciamo più ad accettare i limiti sempre esistiti su questo pianeta, ciò non è una colpa ma appunto un altro limite della nostra peculiare psiche e coscienza."

      Ovvero :

      https://youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=DoANmDxZFO0

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    7. "Interessante idea. Praticabilità purtroppo pari a zero"

      Io sarei piu' tranchant, e senza troppe perfifrasi direi che uno che pensa che si possa far andare indietro a comando l'ingranaggio del tempo e che tutta l'intera societa' per raggiungere l'obiettivo ne segua i dettami a bacchetta, o scherza o e' pazzo.
      Se questo e' un punto di riferimento, meglio trovarsene qualche altro...

      Sono curioso di leggere le considerazioni che Simonetta ci ha promesso. ;)

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    8. "si capisce quanto noi umani siamo una specie tragicamente unica nel suo genere"

      Non ho letto il libro citato, chiedo unica in che senso, che tende a riprodursi e occupare spazio ecologico fino a che fattori esterni non la contengano ristabilendo un nuovo equilibrio? Se in questo senso, unica non mi pare proprio... mi pare quanto di piu' convenzionale.

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  2. E' un po' come proporre al "blob, il fluido che uccide" che e' ora di mettersi a dieta e pensare alla salute.

    Perche' purtroppo come organismo complessivo, il leviatano sembra comportarsi come un organismo privo di ragionamento, mosso tutto dall' istinto.

    Si sta' pero' dotando, mi verrebbe da dire, di un sistema neurale avanzato, chiamato internet, ma forse e' arrivato un po' tardi per ridurre significativamente i guai.

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  3. Può darsi che Greee abbia ragione. Io non sono nessuno per contestarlo. Puó darsi che quello sia l'unico modo. Credo sia innegabile che mercato e tecnologia si siano sostenuti l'un l'altro in una sorta di abbraccio: la tecnologia crea nuovi mercati i cui proventi finanziano a loro volta il progresso tecnologico. Il problema é che il reverse speculare lo vedo molto difficoltoso perché il mondo degli anni 50 aveva una popolazione molto inferiore (e più giovane) dell'attuale; sostenerla ora con la produttività agricola o con i servizi sanitari di allora sarebbe difficoltoso o disastroso. Da ignorante mi sembrerebbe che possa essere più realizzabile cercare di favorire un commercio delle idee e una produzione il più possibile locale, con ecotasse legate a LCA e "impronta energetica" (e una redistribuizione delle risorse per la ricerca negli ambiti energia, medicina e materiali). Ma ognuno ha la sua visione di un futuro a bassa energia e tanto andrà come vorrà andare: noi possiamo fare tutte le proiezioni che ci paiono più adeguate alla nostra idea di futuro. Saluti.
    ricerca per energia, medicina e

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  4. La regressione tecnologica in Italia è già in atto con la diradazione industriale e l'indebitamento ulteriore per il welfare (quindi trasferimento di ricchezze al welfare dai ceti produttivi od ex produttivi italiani ed esteri, quindi chi campa di welfare dovrebbe lodare più lamentarsi della finanza) : non molto saggio ; sicuramente meno saggio del contrario; la realtà europea, in particolare mediterranea, è molto diversa da quella americana...O mi sbaglio ?

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  5. "Il fatto è semplicemente che un’economia industriale costruita per correre con petrolio convenzionale a buon mercato non può funzionare a lungo con petrolio costoso senza schiacciarsi il naso per terra". Quello che finirà sarà il consumismo: l'economia di sostentamento che seguirà, sarà sicuramente diversa da quella ante consumismo, in cui ci si doveva spezzare la schiena per cavare dalla terra quel poco di necessario. Vedo più una società alla soylent green, dove masse di diseredati oblubinati e decerebrati sono tenuti in vita da quel che rimane dell'apparato industriale. Il processo è già iniziato con le molteplici forme di aiuto (carta acquisti, pensioni, assegni di tutti i generi, ecc..) che già ora sono indispensabili a milioni di persone anche in Italia. Terminerà quando terranno in vita non il 20 o 30 o 40% della popolazione, ma il 99%. Diciamo entro 10, massimo 20 anni.

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  6. Sembra più che altro un nostalgico che elogia gli anni della sua giovinezza.

    Il problema di fondo è che indietro non si torna.
    Dalle mie parti Negli anni '50 c'era terra a sufficienza per tutti e non era qundi necessario spostarsi e cercare lavoro nell'industria
    Negli anni '50 si beveva l'acqua dei pozzi, ora è inquinata.
    Potrei andare avanti ma penso di aver ben chiarito il dramma.

    Davanti a noi c'é il dirupo e la strada è a senso unico, cadremo.

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    1. Credo in effetti che il grosso "non detto" del post dell'Arcidruido sia che la popolazione umana crollera' nei numeri tanto da poter essere supportata da una tecnologia anni 50. Non credo che volesse davvero dire che possiamo sfamare efficientemente 7-8 miliardi di persone con quella tecnologia.

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    2. Volevo dirlo io... ma pensavo fosse un argomento tabu!

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    3. Non c'é solo il problema della sovrapopolazione
      Il mondo fisico è cambiato: negli anni '50 era facile estrarre risorse...
      L'acqua dei pozzi era potabile,
      Piccole quantità di petrolio o di gas potevano venire estratte facilmente,
      I mari abbondavano di pesce,
      ...

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    4. Samuel, se ci accontentassimo solo di sfamarci e di poco altro, potremmo anche farcela, magari con una piccola riduzione di popolazione, diciamo un terzo in meno di quanti siamo oggi.(Diciamo?)
      Il fatto è che una volta sfamati, a che cosa servirebbe averlo fatto se poi non potremmo fare che poco d'altro?
      Mai come in un momento come l'attuale occorre mettere insieme tutta la sapienza, l'esperienza, la consapevolezza di noi stessi, la saggezza e la virtù di cui siamo capaci al fine di proseguire la nostra ospitalità su questa Terra.
      Comunque, tempi eccezionali faranno anche emergere esseri umani eccezionali.
      Sta già avvenendo, ed in modo esponenziale, ma come chiunque abbia presente la forma generale di una tale curva, all'inizio ci appare come un tranquillo falsopiano.
      poi, superato anche qui un limite, improvvisamente s'incontra il ripido e rapido mutamento che porta all'abisso verso l'infinito, sebbene questo sia irraggiungibile.
      Noi, anzi praticamente quasi ogni cosa dell'universo, inizia con un processo esponenziale, che infine accetta di convertirsi ad uno di tipo logistico, logaritmico, asintotico e che comunque termina poi con un inverso fino alla successiva irreversibile trasformazione.

      Marco Sclarandis

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    5. Cerco di impormi un pensiero pratico, perché se rimango sul teorico anch'io riesco a vedere molte vie d'uscita. Ma se guardiamo alla realtà, possiamo constatare che nessuno vuol mollare l'osso. Tu dici che tempi eccezionali faranno emergere essere umani eccezionali... mmm ...mi piacerebbe crederlo. Quello che vedo è un accentuarsi delle diseguaglianze sociali, anche qui in Italia. Inoltre, se è vero che alcuni paesi potranno reggere il colpo meglio di altri, rimane il problema che con una popolazione così elevata, saranno i flussi migratori a portare il "problema" ovunque. Insomma, secondo me non ci potrà essere una nuova rinascita senza passare da una brusca diminuzione della popolazione mondiale.

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    6. Già l'attuale Vicario di Cristo, altisonante ma semplice sinonimo di Papa, ha già ammesso che non sia più il caso di fare figli come "conigli".

      Una novità inaudita rispetto al "Crescete e moltiplicatevi" di biblica memoria"
      Poi s'è prontamente corretto dicendo che la giusta famiglia cristiana è composta da tre figli.

      Fatto sta che il numero di figli ritenuto necessario per la sostituzione della specie umana dai demografi è di circa 2 virgola 1 figli per donna fertile.A certe altre condizioni sia chiaro.

      Ma questo fatto potrebbe essere troppo complicato da capire per persone che non sanno adoperare le frazioni, pur essendo capaci di sguazzare in problemi molto complessi.
      Solo che, se il Papa avesse proposto due figli qualcuno avrebbe subito gridato alllo
      "Sterminio! ".
      E siccome i figli si fanno con multipli di uno, ecco il magico numero tre.

      Peccato che l'aritmetica demografica sia un pochino più complicata di così e bisogna guardare alla cosidetta serie dei numeri di Fibonacci per capire come stanno le cose nella realtà pratica prosaica e quotidiana.
      Io comunque credo che già questo Papa sia uno di questi uomini eccezionali.
      Ma il giudizio definitivo è meglio darlo a papato concluso, che sia per passaggio al Regno dei Cieli o per dimissione dal ruolo del reggente.

      Marco Sclarandis

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  7. Sinceramente non credo che una regressione tecnologica sia necessaria a ristabilire un equilibrio su scala planetaria. Se poi la si vuol far funzionare, accettando passivamente la morte prematura di miliardi di persone, allora, a maggior ragione, non mi pare un granché. Come provocazione anti-tecno-ottimismo, ben venga, ma la sua utilità mi pare finisca qui.

    Il vero problema dell’umanità NON è tecnologico. È economico e comportamentale. Nessuno ha mai provato seriamente ad impostare l'economia sull'uso ottimale e scientifico delle risorse disponibili. L’economia come l’abbiamo conosciuta negli ultimi millenni non è infatti interessata a null’altro che alla massimizzazione dei profitti monetari (un’astrazione che nulla ha a che fare con le risorse naturali e con le leggi fisiche e biologiche che DOMINANO la nostra realtà). Banalmente credo che sia proprio questo comportamento collettivo “dissociato dalla realtà” che chiamiamo eufemisticamente “denaro” quello che ci rende insostenibili. Consumiamo troppo, sprechiamo troppo, distruggiamo troppo. E lo facciamo per soldi. La tecnologia è una vittima di tale meccanismo non la causa di esso. “L’obsolescenza programmata” ed impacci economico/legali/militari sull’uso, l’evoluzione e la libera riproduzione della stessa (come ad esempio i brevetti) la tartassano incessantemente da secoli.

    Sono d’accordo che le masse non desiderassero cellulari e voli transatlantici quando ancora questi non esistevano. Allo stesso modo, però, credo che le masse non desiderino un’economia priva dell’uso di denaro e di scambi commerciali, solo perché non ne esiste ancora una e, finché non ve ne sarà una, si farà persino fatica a pensare che una tale economia possa mai esistere e funzionare. Per millenni l’economia monetaristica in cui ci troviamo ha periodicamente condotto a violentissime crisi del credito (scontri armati tra creditori e debitori). Crisi sempre transitorie e locali, per quanto macchiate da laghi di sangue. Questa volta ci risiamo, ma le dimensioni dell’economia globale sono per l’appunto “globali” (ossia quelle massime possibili). Non c’è possibilità di tornare al ciclo classico (in senso storico) dell’economia monetaria che, dopo questi periodi di confusione e distruzione, prevedeva periodi di ripresa economica e relativo benessere diffuso. Siamo giunti, nel bene e nel male, alla fine di una lunghissima fase storica durata vari millenni. Ora urge una scelta drastica.

    La scelta non è, sia chiaro, tra Comunismo e Capitalismo. Sono falliti entrambi ed entrambi sono sempre restati saldamente all’interno delle logiche monetaristiche e commerciali. Entrambi si sono completamente disinteressati delle questioni ambientali e delle risorse, come se l’economia fosse un gioco matematico astratto, come se il pianeta fosse infinito. La scelta ora è molto più radicale: continuare a “scegliere” in base ai soldi oppure iniziare a farlo in base alle “risorse” materiali. Senza una tale consapevolezza politica dubito si possano compiere scelte consapevoli in merito a quel che stiamo facendo al nostro unico pianeta. Il rischio concreto è di collassare dando la colpa a qualcuno oppure alla nostra “natura” imperfetta di esseri umani. Invece sono le nostre convenzioni economiche che non vanno.

    E’ triste vedere che un’economia basata sulle risorse non viene sognata, cercata od invocata neppure da coloro che si sono già resi conto da tempo che proprio le risorse naturali saranno presto il nostro più grave problema. C’è troppo timore di cambiare. Troppa riluttanza. Troppo sconforto e rassegnazione. Il genere umano, in fondo, è meno cinico e spietato di come il nostro comprensibile “malumore moderno” ce lo fa immaginare. Siamo animali sociali, non pure entità economico/razionali. C’è ancora speranza… se si vuol fare la fatica di averne per costruire qualcosa di migliore.

    Un saluto a tutti

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