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domenica 15 febbraio 2015

L'analisi termodinamica rivela un ruolo ampio e trascurato del petrolio ed altre fonti energetiche nell'economia

DaPhys.org”. Traduzione di MR (h/t Emilio Martines)


Un nuovo modello di crescita economica include non solo capitale e lavoro, ma anche energia e creatività come fattori di produzione. L'energia è posta in una posizione uguale a quella di capitale e lavoro. Grazie a R. Kümmel. La seconda legge dell'economia: energia, entropia e le origini della ricchezza


(Phys.org) – Le leggi della termodinamica sono meglio conosciute per affrontare l'energia nel contesto della fisica, ma un nuovo studio suggerisce che gli stessi concetti possono aiutare a migliorare i modelli della crescita economica tenendo conto dell'energia nella sfera economica. Nei modelli di crescita neoclassici, ci sono due fattori principali che contribuiscono alla crescita economica: lavoro e capitale. Tuttavia, questi modelli sono ben lontani dalla perfezione, costituendo meno della metà della crescita economica reale. Il resto della crescita è costituito dal residuale di Solow, che si pensa sia attribuito la fattore di difficile quantificazione del “progresso tecnologico”. Anche se i modelli di crescita neoclassici aiutano gli economisti a capire la crescita economica, il fatto che lascino una parte così importante di crescita economica inspiegata è leggermente inquietante. Persino  Robert A. Solow, il fondatore della teoria neoclassica della crescita, ha dichiarato che il modello neoclassico “è una teoria di crescita che lascia inspiegato il fattore principale della crescita economica”.

Energia, un potente fattore di produzione

In un nuovo studio pubblicato sulla Nuova Rivista di Fisica, il professor Reiner Kümmel all'Università di Würzburg e il dottor Dietmar Lindenberger all'Università di Colonia sostengono che l'ingrediente mancante rappresentato dal residuale di Solow consiste principalmente di energia. Mostrano che, per ragioni termodinamiche, l'energia dovrebbe essere considerata come il terzo fattore di produzione, allo stesso livello dei tradizionali fattori capitale e lavoro. (Per definizione, il lavoro rappresenta il numero di ore lavorative all'anno. Il capitale si riferisce alla riserva di capitale che è elencata nei conti nazionali, che consiste di tutti i dispositivi che convertono energia, i processori di informazione e gli edifici e le installazioni necessarie alla loro protezione e funzionamento. L'energia comprende combustibili fossili e fissili (nucleare), così come le fonti energetiche alternative). La nuova proposta si trova in forte contrasto coi modelli di crescita neoclassici, in cui i fattori di produzione hanno pesi economici molto diversi, che rappresentano i loro poteri produttivi. Nei modelli di crescita neoclassici, questi pesi economici o “elasticità di produzione” sono impostati uguali alla quota dei costi di ciascun fattore di produzione: la quota del costo del lavoro è 79%, il capitale costituisce il 25% e l'energia solo il 5%. Nella loro analisi, i ricercatori hanno scoperto che, a differenza dei modelli neoclassici, i pesi economici dell'energia e del lavoro non sono uguali al costo delle loro quote. Mentre il peso economico dell'energia è molto più grande al costo della sua quota, quello del lavoro è molto più piccolo. Ciò significa che l'energia ha un potere produttivo molto più alto di quello del lavoro, che è il motivo per cui l'energia è relativamente economica mentre il lavoro è caro.


(Sinistra) Crescita economica e (destra) contributi dei tre principali fattori di produzione della crescita economica in Germania alla fine del 20° secolo. Grazie a Kümmel. La seconda legge dell'economia: energia, entropia e le origini della ricchezza

Implicazioni nel mondo reale

Per testare il loro modello nella realtà, Kümmel e Lindenberger lo hanno applicato per riprodurre la crescita economica della Germania, del Giappone e degli Stati Uniti dagli anni 60 al 2000, facendo particolare attenzione alle due crisi petrolifere. Nei modelli neoclassici, riduzioni degli ingressi di energia del 7%, come osservato durante la prima crisi energetica nel 1973-75, avrebbe dovuto causare una riduzione totale della produzione economica di solo lo 0,35%, mentre le riduzioni osservate erano fino ad un ordine di grandezza più grandi. Usando il maggiore peso dell'energia, il nuovo modello può spiegare una porzione molto maggiore delle riduzioni di produzione totali durante quel periodo. Se corrette, le loro scoperte hanno grandi implicazioni. Primo, il nuovo modello non richiede affatto il residuale di Solow. Questo residuale scompare dai grafici che mostrano le curve di crescita empiriche e teoriche. L'energia, insieme all'aggiunta di un più piccolo fattore di “creatività umana”, copre tutta la crescita che i modelli neoclassici attribuiscono al progresso tecnologico.

Secondo, e in qualche modo inquietante, è l'impatto che le scoperte potrebbero avere nel mondo reale. Nel 2012, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha dichiarato nella sua Panoramica Economica Mondiale che “... se il contributo del petrolio alla produzione è stato dimostrato essere molto maggiore della sua quota di costo, gli effetti potrebbero essere drammatici, suggerendo la necessità di un'urgente azione politica”. Secondo l'analisi dell'autore, il potere altamente produttivo dell'energia a basso costo e il basso potere produttivo del lavoro costoso ha implicazioni che riusciamo ad osservare facilmente. Da un lato , i cittadini medi di paesi altamente industrializzati godono di una ricchezza materiale che non ha precedenti nella storia. Dall'altro lato, combinazioni di energia-capitale potenti e a buon mercato stanno sempre più sostituendo il lavoro costoso e debole nel corso di una sempre maggiore automazione. Questa combinazione uccide posti di lavoro per la parte meno specializzata della forza lavoro. E' anche il motivo per cui molte meno persone lavorano in agricoltura e produzione oggi rispetto al passato e più persone lavorano nel settore dei servizi – anche se anche qui, computer e software stanno sostituendo il lavoro o causando la delocalizzazione del lavoro in paesi con salari bassi. Questa ben nota tendenza può essere compresa dal messaggio del nuovo modello secondo cui l'energia è più conveniente e più potente del lavoro.

Dov'è il punto di equilibrio?

Al centro del modello di Kümmel e Lindenberger c'è il concetto dell'equilibrio termodinamico. Come spiegano i ricercatori, le economie devono operare in un equilibrio dove un obbiettivo, come un profitto o il benessere generale, ha un massimo. Per massimizzare questi obbiettivi, l'economia neoclassica presume che non ci siano limiti alle combinazioni di capitale, lavoro ed energia. Senza limiti, l'equilibrio economico è caratterizzato dalla parità fra elasticità della produzione e quote di costo, che è uno degli assunti dei modelli di crescita neoclassici, come descritto sopra. Nel loro nuovo modello, Kümmel e Lindenberger applicano gli stessi principi di ottimizzazione, ma tengono anche conto dei limiti tecnologici su combinazioni di fattori di produzione. In realtà, un sistema di produzione non può funzionare a più della piena capacità e il suo grado di automazione ad un dato momento è limitato dalle quantità di dispositivi che convertono energia e di elaboratori di informazioni che il sistema può ospitare in quel momento. Ulteriori limiti legali e sociali potrebbero porre limiti “leggeri” sui fattori di produzione, in particolare il lavoro. In questo nuovo modello, questi limiti tecnologici sui fattori di produzione impediscono alle moderne economie industriali di raggiungere l'equilibrio neoclassico, dove le elasticità di produzione di capitale, lavoro ed energia sono alle quote di costo di questi fattori. Piuttosto, l'equilibrio delle economie reali, che sono vincolate da limiti tecnologici, è ben lontano dall'equilibrio neoclassico.

Mentre il modello fornisce una nuova prospettiva di crescita economica, la domanda finale rimane ancora: che tipo di strategie stimoleranno la crescita economica e ridurranno la disoccupazione e le emissioni? Qualsiasi sia la domanda, i risultati qui suggeriscono che deve tenere conto del ruolo cardine dell'energia nella produzione economica. “All'interno dell'attuale quadro legale del mercato, serve che la crescita economica proibisca lo spettro della disoccupazione”, spiegano i ricercatori. “La crescita economica alimentata dall'energia, a sua volta, potrebbe portare a sempre maggiori perturbazioni ambientali perché, secondo la prima e la seconda legge della termodinamica, niente nel mondo accade senza conversione di energia e produzione di entropia. E la produzione di entropia è associata all'emissione di calore e particelle, segnatamente biossido di carbonio, finché il mondo usa combustibili fossili al tasso attuale”.

Kümmel è anche l'autore di un libro sul tema intitolato La seconda legge dell'economia: energia, entropia ed origini della ricchezza.



1 commento:

  1. Che l'energia sia un fattore di produzione fondamentale mi pare la scoperta dell'acqua calda. Ancora un caso in cui si deve fare fatica per dimostrare l'ovvio (Tartaglia docet). E comunque direi che anche così siamo molto lontani dal vero. Nella realtà si da il caso che gli uomini facciano parte integrante di ecosistemi, interagendo quindi con altri elementi che forniscono beni e servizi, ma anche pongono limiti. Che ne è di tutto ciò?

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