Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 22 febbraio 2015

La falsa speranza della tecnologia e la saggezza dei corvi

Da “Shift”. Traduzione di MR (h/t Paul Chefurka)

“Cosa dobbiamo fare se non stare con le mani vuote e i palmi verso l'alto in un'era che avanza progressivamente all'indietro?”

TS Eliot, Cori da “La Rocca”



Di Dave Pollard

Solo un decennio fa, facevo parte del nocciolo duro di una squadra per la strategia e l'innovazione per un'enorme agenzia di consulenza multinazionale e scrivevo esuberante sul mio (a quel tempo nuovo) blog sull'innovazione e la tecnologia e come avrebbero probabilmente salvato il mondo. L'immagine sopra della Sintesi del Forum sulla Nuova Economia del Credit Suisse First Boston, descrive un “processo di sviluppo tecnologico” universale popolare a quel tempo. Uno dei principali relatori aziendali di quei giorni eccitanti era Chris Christensen, autore de Il dilemma dell'innovatore, che ho più o meno idolatrato.

E poi è successo qualcosa. La mia ricerca sulla storia dell'innovazione e della tecnologia mi ha suggerito che, piuttosto che essere il risultato di un processo rigoroso, di eccellenza inventiva, la maggior parte delle tecnologie durature di un qualche valore sembravano essere il risultato di incidenti fortuiti o erano il prodotto di scarto da buttar via di programmi militari massicci e scandalosamente costosi. La scienza della complessità a quel punto stava gettando seri dubbi su molte teorie accettate sul modo in cui avviene realmente il cambiamento nelle organizzazioni e nelle società. Il libro di Ronald Wright Breve storia del progresso e lavori analoghi di Jared Diamond ed altri, sostenevano che il 'progresso' fosse un'illusione e che tutte le civiltà collassano inevitabilmente (portandosi con sé la capacità di sostenere le loro tecnologie).

In realtà è probabile che abbiamo vissuto più sani, felici (e spesso più a lungo, quando non venivamo mangiati dai predatori) in tempi preistorici, sembra, molto prima delle invenzioni – o più precisamente le scoperte – delle prime grandi tecnologie (la freccia, il fuoco, la ruota e poi il linguaggio astratto e, più tardi, l'agricoltura – che Richard Manning, in Contro il grano, dice che dovrebbe più precisamente essere chiamata “agricoltura catastrofica”), permettendo l'evoluzione umana innaturale che chiamiamo “insediamento”. L'insediamento ha portato con sé una bufera di nuovi problemi da risolvere per la tecnologia (più in particolare malattie infettive ed emotive) ed ogni nuove tecnologia dalle buone intenzioni ha prodotto ancora più problemi, probabilmente maggiori di numero, dimensione e intrattabilità, dei benefici che le tecnologie precedenti hanno fornito.

Delusione e disillusione

Niente di nuovo in tutto questo. Nel 1994, nel suo libro "Ricominciare", David Ehrenfeld ha descritto il sostegno tecnologico alla nostra civiltà come un volano lacero, sovradimensionato, rattoppato ed arrugginito, che gira sempre più veloce e che ora comincia a tremare a a gemere man mano che inevitabilmente si sfalda. Nel decennio scorso, la disillusione verso l'innovazione e la tecnologia è cresciuta. Il lavoro di Christensen è stato ampiamente discreditato da una revisione, col senno di poi, che suggerisce che le aziende “innovative” alla fine non vanno meglio di quelle che hanno “disgregato”. Uno studio recente di Peter Thiel sul MIT Technology Review afferma che “la tecnologia è in stallo dal 1970”. Man mano che il potere multinazionale si è consolidato in sempre meno mani, spiega, c'è sempre meno motivazione all'innovazione e più ricchezza per comprarla fuori e soffocarla, con l'aiuto degli eserciti di avvocati della Proprietà Intellettuale.

La mia stessa ricerca degli ultimi anni sostanzia questa affermazione. La cosa più importante che ho imparato da 35 anni nella (e studiando la) cultura organizzativa, è stata che la dimensione è nemica dell'innovazione e che gran parte delle cose creative utili che avvengono in grandi organizzazioni accadono attraverso soluzioni alternative di persone in prima linea, nonostante, non grazie al, tono del processo culturale stabilito dall'alto. Ripensando ai centinaia di programmi e progetti strategici, costosi ed orientati al cambiamento in cui sono stato coinvolto (compresi numerosi che ho condotto io stesso) non è rimasto quasi niente da mostrare di loro dieci, o persino cinque, anni dopo che sono stati condotti.

La critica più schiacciante alla tecnofilia Kurzweiliana che tante persone brillanti ora abbracciano proviene da John Gray, che dedica un intero capitolo del suo libro Cani di Paglia a smontare le nozioni idealistiche ed acritiche secondo le quali la tecnologia, sul lungo termine, migliora costantemente e a volte in modo impressionante le nostre vite. Gray scrive:

“Se c'è una cosa sicura di questo secolo è che il potere conferito “all'umanità” dalle nuove tecnologie sarà usato per commettere crimini atroci contro di essa. Se diventa possibile clonare gli esseri umani, verranno riprodotti soldati nei quali le normali emozioni umane sono stentate o assenti. L'ingegneria genetica potrebbe permettere di estirpare malattie secolari. Allo stesso tempo, è probabile che sia la tecnologia scelta per i genocidi futuri. Coloro che ignorano il potenziale distruttivo delle nuove tecnologie possono farlo solo perché ignorano la storia. I progrom sono vecchi quanto la cristianità, ma senza ferrovie, il telegrafo e i gas velenosi non ci poteva essere alcuno Olocausto. Ci sono sempre state tirannie, ma senza i moderni mezzi di trasporto e di comunicazione, Stalin e Mao non avrebbero potuto costruire i loro gulag. I peggiori crimini dell'umanità sono stati resi possibili solo dalla moderna tecnologia”.

Presto per essere una cosa del passato

Sia che crediamo che l'innovazione e la tecnologia rendano il mondo migliore o peggiore, oppure no, ora ci sono prove schiaccianti che sono insostenibili in ogni caso. Fra la sovratensione economica, la dipendenza energetica e la rovina della nostra atmosfera e di altri ambienti da parte della nostra civiltà e delle sue tecnologie, ora è quasi inevitabile che vedremo presto un collasso che farà sembrare la Grande Depressione, e forse anche la precedente quinta estinzione della vita sulla Terra, un nonnulla.

Questo collasso ci richiederà di vivere una vita molto più semplice, più locale, diversa e dipendente dal luogo. Siamo destinati ad essere molto nostalgici dei buoni vecchi tempi della tecnologia moderna appena se ne va, cosa che è probabile che accada presto. La tecnologia moderna richiede energia a buon mercato e, malgrado i recenti giochi di potere fra Stati Uniti e Russia stiano temporaneamente ed artificialmente abbassando i prezzi del petrolio, lo finiremo rapidamente. La tecnologia richiede standardizzazione e globalizzazione su vasta scala e, senza petrolio a basso prezzo, lavoro straniero a basso prezzo e materie prime a basso prezzo, nessuno dei quali è sostenibile, non possiamo aspettarci che duri ancora a lungo. Un barile di petrolio sostituisce il lavoro di sei anni di una persona e quando quei barili diventeranno indisponibili o inaccessibili, la grande maggioranza di ciò che noi tutti facciamo cambierà drasticamente.

Ma almeno, si potrebbe insistere, Internet sopravviverà e permetterà ad altre tecnologie di continuare a prosperare anche se devono essere prodotte e fatte funzionare in modo più frugale e locale. Dmitry Orlov, come spiega ne Le cinque fasi del collasso, non pensa che sia così e il costo impressionante e il tempo richiesto per mantenere a galla Internet quando l'economia è in caduta libera sembrano completamente insostenibili man mano che i nodi dei server diventano articoli di lusso e il tempo delle persone viene reimpiegato per vivere adeguatamente nel mondo reale. Analogamente ad altre tecnologie sui cui poniamo grandi speranze per il nostro futuro o che siamo arrivati a dare per scontate: pannelli solari ed altri beni costosi e dipendenti dalle risorse; la macchina privata; i voli aerei non di emergenza; i prodotti miracolosi delle industrie farmaceutiche e plastiche (comprese le fibre sintetiche); l'agricoltura industriale; i mass media e qualsiasi cosa che dipenda da una rete elettrica o di comunicazione affidabile e coerente.


La vita dopo la falsa speranza

Come sarà la vita senza le tecnologie alimentate dal petrolio? Varierà enormemente da una comunità, sempre più isolata, all'altra. Molto dipenderà dallo stato della terra (la qualità del suolo, la sua capacità di produrre cibo sostenibile, la vicinanza a fonti di acqua pulita e salutare, la sua vulnerabilità alle siccità, alle alluvioni, alle pandemie e ai disastri naturali indotti dal cambiamento climatico), dal numero di persone della comunità che devono essere sostenute, la loro coesione come comunità e la loro salute fisica e mentale, dalle competenze e capacità essenziali. Dipenderà dalla nostra capacità collettiva di vivere adeguatamente, non in modo stravagante, e di essere resilienti al cambiamento. Dmitry Orlov, in Le comunità che si adeguano (Communities That Abide), dice che tali comunità hanno bisogno di tre qualità: (1) autosufficienza, (2) capacità di autoorganizzarsi e recuperare di fronte alle calamità e (3) mobilità: non essere legate a nessuno luogo. Le più moderne tecnologie non si adattano bene ad un modello del genere.

Ronald Wright non solo ha scritto il summenzionato Breve storia del progresso, ma anche il racconto Una storia d'amore scientifica (A Scientific Romance), che dipinge la vita quotidiana del Regno Unito secoli dopo il collasso. Quando l'ho letto, sono rimasto colpito da quanto la nostra antica natura umana (come spazzini, più come corvi che come mammiferi) emerga nella sua visione e quanto il mondo che descrive risuoni col mondo descritto nel libro di Pierre Berton La Grande Depressione. Entrambi i libri descrivono mondi che accettano (o anche si rassegnano), che sono auto-sostenuti, pieni di sforzo e gioia e solo occasionalmente (e anche brevemente e spettacolarmente) violenti.

Entrambi i libri descrivono persone che inizialmente cercano di perpetuare le proprie tecnologie, di farle illogicamente funzionare in un mondo in cui l'infrastruttura di base non può più sostenerle. E entrambi i libri descrivono come le persone alla fine lasciano perdere queste tecnologie e si liberano dalla loro dipendenza. Non è così terribile, un mondo senza tecnologie moderne e Internet. E' il mondo a cui si anela nel libro di Mark Kingwell Il mondo che vogliamo e in quello di Thomas Princen La logica della sufficienza, anche se questo non avverrà nel modo così elegante che gli autori avevano sperato. La tecnologia ci ha sempre offerto una falsa speranza e continua a farlo (l'ultimo “miracolo” tecnologico che ci è stato venduto è il fracking). Prima e più gentilmente la lasciamo perdere, e la nostra dipendenza da sistemi che sottende in modo così precario, prima e più gentilmente possiamo cominciare a farci strada verso uno stile di vita più resiliente.

La saggezza dei corvi

I corvi, un successo evolutivo spettacolare sia con sia senza di noi, hanno hanno molto da insegnarci e da mostrarci a questo proposito. Non hanno quasi nessuna tecnologia e quelle che hanno scoperto (per esempio l'uso di bastoncini uncinati) le prendono alla leggera, usandole per impieghi non essenziali e di divertimento. Hanno un sofisticato senso del divertimento ed usano creativamente il loro tempo libero in modo gioioso ed esuberante ogni qualvolta e ovunque sia disponibile. Amano, sostengono ed insegnano agli altri senza aspettarsi reciprocità. Si adattano ai luoghi, al posto di tentare di adattate scioccamente gli ambienti che hanno scelto a loro. La falsa speranza della tecnologia ci può portare solo alla delusione, al dolore e alla sofferenza. E' tempo di imparare a lasciar perdere, gradualmente ma a partire da adesso, e abbandonare i nostri sogni di tecnologie “intelligenti” che sono troppo intelligenti per il nostro bene. Facendo così, non abbracceremo il progresso e la saggezza delle masse (crowds), ma la resilienza e la saggezza dei corvi (crows).



23 commenti:

  1. Ogni tanto, ammetto, certe convolute argomentazioni sulla tecnologia (e questo vale sia per quelle entusiastiche sia per quelle depressive come questa) mi paiono molto parziali nelle loro valutazioni, fatte per autoalimentare un'idea pregressa. Mi respingono entrambi gli atteggiamenti.

    RispondiElimina
  2. Al contrario io condivido ampiamente questo articolo, nella sua sostanza. In particolare l'ode ai corvi che conosco bene ed amo altrettanto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Comprendo come la prospettiva disegnata dall'articolo collimi con la tua.. A me sembra che articoli come questi assomiglino più a richiami ideologichi per chi già la pensa in un certo modo. Che il sistema attuale con i reciproci rinforzi tecnologia-mercato-tecnologia-mercato sia insostenibile direi che é innegabile. Da questo ad una critica totale fino alle origini mi pare si possa incorrere in rischi di semplificazione (quando la tecnologia é diventata cattiva? in rapporto a cosa la definiamo cosi?). Inoltre distrarre da questa visione (un po' manichea posta nei termini dell'articolista) tutti gli altri aspetti che la tecnologia ha reso possibile (mettici anche la letteratura nel mezzo e le cure per i tuoi figli) é un po' come dire che lo zucchero fa male. Che questa società non sia per tutti (ma quale lo é stata?) mi pare altrettanto ovvio, ma il mito del buon selvaggio è...un mito.

      Elimina
    2. Anche a me sembrano molto odi ideologiche, senza tralasciare la sua spettacolarità. L'argomento è ben esposto ma penso sempre che, come dicevano i latini, la virtù sta nel mezzo. Cmq non condivido l'articolo. Ci sono sistemi per restare come società tecnologica complessa pienamente sostenibili. Il problema non è certo nella tecnologia, ma nell'egoismo e nell'avidità umana (e nella stupidità).
      Nell'articolo invece l'autore si scagila contro la tecnologia, segno che della saggezza dei corvi, non ha appreso nulla.

      Elimina
    3. Credo che il punto di fondo sia che ogni tecnologia apporta dei vantaggi e degli svantaggi a più lungo termine, che dovranno poi essere affrontati da una nuova tecnologia che avrà ulteriori svantaggi a lungo termine, che annulleranno i vantaggi a breve (il tutto in una progressione di tipo esponenziale o quasi). Questa catena ininterrotta porta la tecnologia a diventare una specie di mostro estremamente complesso ed ingestibile. Il problema non è la tecnologia in sé, ma la nostra incapacità di gestirla e di comprenderne i risvolti (che di solito sono grossi problemi). Man mano che troviamo 'soluzioni tecnologiche' ingrandiamo ulteriormente questi risvolti, rendendo il botto finale sempre più grosso. Nei sistemi, lo scopo è il motore e la leva principale; se lo scopo continua ad essere quello insostenibile e distruttivo della crescita, allora la tecnologia farà danni enormi, probabilmente irreparabili. Se, viceversa, cambiasse lo scopo, allora la tecnologia ci può aiutare a traghettarci verso un livello di complessità e sostenibilità che possono evitare il collasso. Ma questo tipo di tecnologia sarà per forza di cose meno complessa di quella che pretende di risolvere i problemi della crescita. Temo che a questo punto non sia possibile evitare una qualche forma di collasso, ma questo non significa che implementare tecnologie di transizione non sia una cosa buona. Di fatto è una delle poche cose che ci può risparmiare parte del dolore dovuto al collasso. Ma quando questa transizione sarà avvenuta (speriamo con successo), ricominciare a recuperare le capacità dei corvi sarà essenziale, se vorremo vivere (o sopravvivere) in un mondo con disponibilità di materie prime ed energia incredibilmente inferiori a quelle cui siamo abituati.

      Elimina
    4. Massimiliano, la tecnologia è uno strumento. Come il fuoco, come l'aratro, come la freccia o la spada. La tecnologia non è buona o cattiva, è buono o cattivo l'uso che ne fai.
      La tecnologia SE VOGLIAMO può essere pienamente compatibile e sostenibile. Ma il problema è il mercato economico che spinge al parossismo la ricerca del profitto. Probabilmente hai detto la mia stessa cosa, io la sto solo ribadendo ulteriormente.

      L'articolo è molto evocativo, ben scritto, il tizio è anche istruito si vede. Ma cmq restano solo un mare di corbellerie. O se volete in modo piu plebeo, un mare di stronzate.

      Se anche noi che siamo "una elite" di pensiero cadiamo in queste trappole semantiche, cioe considerare la tecnologia cattiva, allora il medioevo non lo possiamo proprio evitare.
      Leggo moltissimi che sono d'accordo con l'articolo e questo è veramente orribile.

      Voglio vedere se percaso (mai sia, auguro a tutti salute e 200 anni di vita) qualcuno si ammala di gravissime malattie non ricorrere all'uso della tecnologia moderna perche è "cattiva".
      Ragazzi quando leggiamo, anche articoli ben fatti, scritti con passione e ardore (si vede che il tipo ci crede) scindiamo sempre la fiction dalla realtà.

      Lo so che vi sto antipatico, che sono sgradevole, che uso un linguaggio scurrile e spesso sono offensivo nei riguardi di chi legge. Ma io non devo piacervi ne voi dovete volermi bene. Io dico le cose semplicemente come stanno nel mondo reale e con gli uomini reali viziati da difetti quali avidità, egoismo e stupidità.
      Di sicuro abbandonare la tecnologia, diventando una specie di setta religiosa come gli Amish non aiutera il genere umano (anzi).

      Elimina
    5. In tutto ciò, speriamo di cavarcela. Con o senza tecnologia.

      Elimina
  3. Molto pesante, un piccolo saggio molto duro. Rivedo tutti i fallimenti tecnologici che ho studiato nel corso del mio lavoro, alcuni dei quali prevedibili fin dalle premesse (vedere ad esempio "L'architettura del fallimento", di Douglas Murphy). Ho partecipato a ricerche specifiche per documentare molti impieghi di tecnologie fallimentari, ricerche che però poi sono state abbandonate e non saranno mai pubblicate. Probabilmente per un successo tecnologico ci sono migliaia di iniziative, per le quali si è speso molto, che sono finite in niente di fatto. Un bilancio impressionante, non so se mai nessuno ha voluto farlo.
    Temo che ad ogni livello e in ogni settore, la complessità (oltre che alla dimensione) abbia in sè il gene dell'autodistruzione, dell'impossibilità di mantenersi a lungo tempo.
    Oggi un buon corso di e-commerce costa più di 6 mila euro (3 mesi)... potrebbe essere utile a uno come me che deve cambiare mestiere da vecchio, ma in questa prospettiva non so. Non so se vivrò fino al collasso, quando magari alcune delle mie competenze primigenie potrebbero essere più utili. Per ora so solo che devo accettare (nonostante tanti anni di studi e ricerche) di ripropormi come merce, con nuove competenze utili al sistema, che non ha tutti i dubbi e i ripensamenti di Dave Pollard. La cosa più difficile mi sembra proprio questa: prepararsi andando controcorrente e contemporaneamente trovarsi le fonti di sostentamento... che sono elrgite solo dal solito sistema. Varoufakis, ora ministro delle finanze greco, sopravviveva (sopravvive?) come consulente di un'azienda di videogiochi...non mi sembra stupido. Mah?

    RispondiElimina
  4. Concordo con quasi la totalità dell'articolo.
    Solo, facendo i miei calcoli, NON credo che 1 barile di petrolio corrisponda al
    “lavoro di sei anni di una persona” (come dice l'articolo),
    ma a DUE anni.
    E poi NON credo che
    “ La tecnologia richiede …. petrolio a basso prezzo, lavoro straniero a basso prezzo e materie prime a basso prezzo ….” (come dice l'articolo),
    questo invece lo richiedono la finanza e l'economia spietate, che non hanno rispetto per la vita delle persone umane e per i diritti delle popolazioni che vivono con i piedi sopra le materie prime presenti nel sottosuolo.
    Per il resto, sono d'accordo in toto.
    .----
    Sono contento di leggere un articolo critico riguardo la tecnologia.
    Anche io sono favorevole alla rinuncia alla tecnologia.
    Sono favorevole, seppure in modo quasi obbligato in quanto mi sembra un male minore e necessario, alla tecnologia dei pannelli fotovoltaici e di sfruttamento di altre “energie rinnovabili”, per un utilizzo di alcuni decenni, nell'ottica della decrescita-transizione consapevole e felice ad un mondo senza o con pochissima tecnologia e con pochissima popolazione umana.
    .----
    Le popolazioni umane che utilizzano pochissima tecnologia sono più felici di noi, se le lasciamo in pace.

    Gianni Tiziano

    RispondiElimina
    Risposte
    1. "NON credo che 1 barile di petrolio corrisponda al “lavoro di sei anni di una persona” (come dice l'articolo), ma a DUE anni."

      Quello che hai calcolato tu è l'energia che serve all'uomo per vivere, se invece si considera l'energia utile che si può ottenere da un uomo con il suo lavoro, il risultato dipende da quanti giorni l'anno lo vogliamo fare lavorare.
      Se lavora 200 d/y: 1 bep equivale a 13 anni di lavoro
      se lavora 365 d/y: 1 bep equivale a 7,3 anni di lavoro.

      Per i calcoli vedete qui:
      http://www.sviluppoerisorse.it/sez_energia/base/conversione_unita.aspx

      Multiplo: bep (barile di petrolio equivalente)
      Scheda: Società

      Premere pulsante: "Elabora e Visualizza"

      Elimina
    2. Forse bisogna ricordarsi di Prometeo, di Icaro di Procuste, Pandora, di Tantalo e ancora qualche altro gaglioffo della mitologia antica greca.
      Per non parlare di Shiva della mitologia indù.
      La difficilissima arte è quella di riuscire a trarre il massimo dei vantaggi con il minimo degli inconvenienti, dalla tecnologia.
      La vita stessa è tecnologia arcaica ora giunta araffinatezza trascendente.
      Trascendente perchè nessun essere umano può capirne da solo la complessità.
      E nemmeno una società intera.
      Come mai non possediamo un armamentario di tutti i geni utili nel senso biochimico, scelti fra quelli possibili?
      In fondo che spazio occupa il DNA rispetto all'organismo che ne dispone?
      Ma tutti i geni possibili da quando la vita è comparsa sulla Terra sono in numero talmente grande da essere inimmaginabile.
      E anche quelli utili per noi scelti fra quelli, sono ancora in numero altrettanto inimmaginabile.
      Basti pensare alla progressione "n!", 1x2x3x4x5x6x7......e vedere dopo solo cento iterazioni dove porta.
      Arriviamo al la necessità della scelta, come al solito.
      Questo è il tempo dell'ingordigia demoniaca, parodia della divina prodigalità.
      Mica per caso assistiamo al taglio delle teste come fossero zucche nell'orto, Medusa docet.Perseo pure.
      Più indugiamo nella scelta, più il nodo di Gordio verrà tagliato con un colpo di spada.
      Più accettiamo la scelta più ritroverevo filo D'Arianna.

      Marco Sclarandis.


      Una risposta

      Elimina
  5. A chi dice che la tecnologia ha portato solo danni, lo farei vivere nel Medioevo, ma anche prima della rivoluzione industriale.
    Vediamo quanto bello era quel periodo:
    In Francia tra il XV e il XVIII secolo, ci fu una carestia ogni 8 anni. Durante la rivoluzione francese, il popolo moriva letteralmente di fame!

    Nel 1840 in Inghilterra 87% della popolazione era povera!
    Nel 1955 solo il 7% !!!

    Per chi pensa che la tecnologia sia un male, legga la seguente pagina che ho preparato con i dati del periodo pre-industriale e provate dopo ad affermare che: si stava meglio quando si stava peggio (se ne avete l'incoscienza).

    http://www.sviluppoerisorse.it/sez_ambiente/decrescita.aspx

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Alessandro, credo che tu sia animato da sincere e lodevoli intenzioni e sentimenti.
      A differenza di certi pusillanimi (d'animo piccolo) che infestano sovente i commenti nei blog.
      E che avendo un ego vorace come una tenia scrivono solo per nutrirlo.
      Ti faccio una domanda a bruciapelo o a spennapollo, se preferisci:
      Sei mai entrato in una cattedrale medievale?
      Sei mai stato nella capitale del Rinascimento (quello con la R maiuscola quindi per antonomasia? )
      Non c'è bisogno che tu risponda qui di seguito.
      Io posso dirti sì e sì, e dandoti queste due risposte confesso il mio privilegio.
      Ho anche incontrato durante il fugace tempo d'un sorriso, Freeman Dyson il fisico, anni fa al festival della matematica di Roma.Altro privilegio.
      Se penso ai privilegi di cui finora ho goduto, mi chiedo se non sono la reincarnazione del Re Sole.
      E quasi tutti implicano una dose da sballo lisergico di tecnologia.
      Solo che poi bisogna rientrare dai viaggi psichedelici, pena la morte e la follia.
      Oggi esiste una povertà differente da quella dickensiana, (nel 1840 in Inghilterra 87% della popolazione era povera!) ma la sola tecnologia è come una gamba di uno sgabello treppiede.
      Da sola è terribilmente instabile.
      Non dico altro, amo la sintesi, sia chimica che poetica, come tu ben sai.
      Si starebbe meglio se non si preparasse il peggio.
      Ancora una cosa:
      Mi sono letto anni fa, "L'ottimista razionale" di Matt Ridley.
      Ottimo scritto. Ma come antidepressivo ha parecchie controindicazioni, ma la scelta della concisione mi obbliga a non dirtele ora, almeno.

      Marco Sclarandis

      Elimina
    2. Ma anche nascondere che il prezzo di molte delle nostre tecnologie e del nostro benessere non lo abbiano pagato e non lo paghino altre popolazioni (che per questo muoiono di fame e sono decimate dalle malattie e dai conflitti armati) non è un bel servizio... no?

      Elimina
    3. xMarco:
      Lo sò che la tecnologia da sola non basta, servono almeno queste 3 cose:
      1) Energia
      2) Controllo demografico
      3) Ricerca / Innovazione / Tecnologia

      Se anche una sola di queste tre cose (piedi del tavolo) non viene soddisfatta adeguatamente, ci attende la catastrofe.
      ----
      Ho appena preso su Amazon il libro, da te letto, in formato Kindle. Appena posso ci dò uno sguardo.
      Negli ultimi 3 anni ho comprato 50 libri digitali (Kindle) e circa 100 libri cartacei; quindi non mi faccio problemi a comprare un libro, se mi dicono che è interessante.

      Elimina
    4. Alex (così risparmio battimento di tasti, la prossima, è chiaro.)

      Io credo che ne servano altre 8 (otto) di cose.

      Rivalutare
      Ricontestualizzare
      Ristrutturare
      Rilocalizzare
      Ridistribuire
      Ridurre
      Riutilizzare
      Riciclare.

      Lascio a te la ricerca sul motore che preferisci, di 8 R di un certo Serge.
      Siccome di jour-a-perdre ovvero perdigiorno ovvero ancora troll che appena sentono la fatidica parola dec*****ta
      sentono i conati di vomito salire su dall'esofago, mi tengo sul vago ma sottinteso.
      E dire che di fatto un sacco di cose stanno incresciosamente diminuendo.
      Come la fiducia nel roseo prossimo futuro collettivo.

      Ah, dimenticavo:

      Le otto "R" del Sergio sono tutte essenziali ma una mi pare la più urgente.
      Sai indovinare quale? (sugg. terza coniugazione ;-)
      (e ho anche risparmiato una parentesi!).

      Marco Sclarandis

      Elimina
    5. Ciao Marco,
      sfortunatamente debbo ricordarti alcune cose che in genere dico quando parlo in qualche conferenza.

      I problemi energetici e ambientali sono:
      1) COMPLESSI;
      2) ANTI-INTUITIVI

      Questo cosa significa?

      Significa che: dobbiamo fare analisi multi-criteriali e se anche una sola variabile viene dimenticata, si rischia di sbagliare tutto; che le leggi che valgono per il singolo individuo, non possono essere estesi all'intera umanità (c’è la stessa differenza che c’è tra Macroeconomia e Microeconomia; quello che vale per luna, può non valere per l’altra).
      Sono contro-intuitivi perché per capire come agiscono e interagiscono alcune variabili, bisogna avere i dati quantitativi (alcune variabili non possono essere stimate a intuito).

      Aggiungo questo detto:
      “Si può fare del male… facendo del bene; si può fare del bene…. Facendo del male!”

      Ci sarebbe molto da dire e da spiegare, ma andiamo avanti a quello che hai scritto tu.

      Delle 8 R di Serge, te ne contesto per adesso solo 2 (per non andare lunghi).

      E’ chiaro che ognuno di noi è mosso dai migliori auspici, soltanto che, spesso, tra due mali bisogna scegliere il minore.

      1) Ridistribuire: se avessimo ridistribuito uniformemente tutte le risorse energetiche (petrolio, gas, …) a tutta la popolazione mondiale, adesso la società moderna sarebbe già un ricordo lontano.

      Leggi questa mia analisi e poi ne riparliamo:

      http://www.sviluppoerisorse.it/sez_energia/confronti/PrevPassatoFossili.aspx

      2) Rilocalizzare: uno dei grandi pregi del capitalismo e della globalizzazione è quella di ottimizzare le risorse e le capacità umane e naturali. I beni e i servizi vengono prodotti e distribuiti da chi riesce a consumare meno risorse (costo più basso). Una eventuale localizzazione avrebbe come effetti quello di abbassare la qualità dei beni e di conseguenza della vita. Chiaramente si dovrebbe fare un discorso a parte per quanto riguarda il lavoro (occupazione) e segnalare che l’agricoltura non è sempre la migliore quella locale (l’Egitto non avrebbe da mangiare).

      Chiaramente è un discorso approssimativo se trattato in poche righe, ma si farebbe troppo lungo per un post.

      Concludo dicendo che:

      la realtà è molto più complessa di quello che si crede, e può capitare che, se anche spinti da buoni propositi, se non si fa un’analisi adeguata, si rischia di peggiorare la situazione.

      Elimina
    6. Alessandro, la realtà che vedo io è trascendentemente più complessa di quando credo tu ti possa immaginare.
      Hai mai sentito parlare di dimostrazioni a conoscenza zero?:

      http://it.wikipedia.org/wiki/Dimostrazione_a_conoscenza_zero

      Un'altra è lo "smarfone" ormai in mano anche al capo villaggio sudanese.Difficile che sappia cosa ci sta dietro per farlo funzionare, ma lo usa e forse anche anche per scopi più meritori di quanto non facciamo noi del mondo sazio e obeso.

      Vedi Alex, se a questo mondo si riuscisse a valutare esattamente il valore d'un sospiro di malinconia per la persona desiderata, e tradurlo in una unità di misura, che so, in struggìmetri o in microcupidyarde, probabilmente abbandoneremmo all'istante tanta di quella merce inutile e dannosa.
      D'una margheritina appassita faremmo un mazzo di rose fiammeggianti, senza minimamente dover dissodare altra terra vergine.
      Basterebbe l'intento e l'appassita composita, debitamente consegnata alla o al destinatario.
      Ma.
      La realtà, è in realtà molto più spropositata di quanto non siamo disposti ad accettare.
      Io almeno credo.

      Marco Sclarandis.


      Elimina
    7. Marco,
      l'uomo è composto dal corpo (hardware) e anima (spirito, software o quello che vuoi).

      Per saziare il corpo c'è bisogno di:
      energia, organizzazione, ricerca, innovazione, regole, leggi, ambiente produttivo, ecc.

      Per nutrire l'anima c'è bisogno di:
      pensieri, parole, bellezza, ... (tutte qualità astratte).

      Se si pensa solo al corpo, si tratta l'uomo peggio degli animali, come se fosse un oggetto.

      Se si pensa solo all'anima, si rischia di farlo morire di fame.

      C'è bisogno di entrambi.
      Quando si parla di una società in cui c'è una decadenza di valori, di mancanza del senso di comunità, di fratellanza; vuol dire che si sta nutrendo poco l'anima; in questa situazione, lo spazio lasciato vuoto, verrà occupato da malintenzionati (fanatismo, stregoneria, ...).

      Il senso è che:
      se anche risolvessimo i problemi energetici e ambientali, non ne consegue automaticamente che la popolazione raggiunga la felicità o un certo senso di beatitudine.

      Della serie: posso salvarti il corpo, ma non è detto che riesca a renderti felice e a salvarti l'anima.

      L'ideale sarebbe procedere in entrambi i settori; ricordando però che:
      un corpo senza un'anima può esistere;
      un'anima senza un corpo... sulla Terra non può esistere (nell'aldilà... chissà).

      Elimina
    8. Infatti Alessandro, bisogna perseguire l'ideale.
      E credo che chi s'accontenta di essere solo un involucro, un corpo deanimanto, se così si può dire, sia quasi come essere un cadavere pronto per la sepoltura.Roba, materia senza nome, biomassa, cibo per invertebrati.
      Anche se animarsi ormai sta diventando di nuovo un esercizio continuo di coraggio.

      Marco Sclarandis.

      Elimina
  6. Comunque siete in tema: 12 Risks That Threaten Human Civilisation - http://globalchallenges.org/publications/globalrisks/about-the-project/

    RispondiElimina
  7. Buongiorno Alessandro.

    Hai ragione.
    Ho rifatto i calcoli, usando le tabelle di conversione del link che hai fornito
    ( http://www.sviluppoerisorse.it/sez_energia/base/conversione_unita.aspx ).
    Risulta che
    1 BEP (Barile Equivalente di Petrolio) = 1,60 Mwh
    Sapendo che un essere umano, lavorando circa 8 ore al giorno di lavoro mediamente pesante produce circa 0,6 Kwh di lavoro, ne consegue che

    un barile di petrolio equivale a :

    1,6 Mwh / 0,6 Kwh = 2.666 giorni lavorativi / 365 = 7, 31 anni lavorativi uomo di 365 giorni,
    1,6 Mwh / 0,6 Kwh = 2.666 giorni lavorativi / 200 = 13,33 anni lavorativi uomo di 200 giorni.

    Grazie per l'attenzione e la segnalazione.

    Gianni Tiziano

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Chiunque abbia dei valori di energia che vorrebbe convertire facilmente in tutte le altre forme, può comunicarmeli e io li integrerò nelle tabelle di conversione.

      Ho trovato un libro in PDF gratuito, in cui ci sono tanti valori dei consumi di energia in ogni oggetto o attività quotidiana; appena possibile li integro.

      Elimina