Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


mercoledì 4 febbraio 2015

Il collasso dell'industria del petrolio di scisto statunitense

Da “RENew Economy”. Traduzione di MR (h/t Antonio Turiel)

Di Giles Parkinson

Da quando il collasso dei prezzi del petrolio è iniziato a metà dello scorso anno, tutti gli occhi sono stati puntati a come avrebbe risposto l'industria petrolifera. Di già, circa 200 miliardi in progetti sono stati o tagliati drasticamente o differiti, in gran parte perché non possono competere coi costi.

L'industria statunitense del petrolio di scisto è a sua volta sofferente. Questo grafico sotto dell'analista dell'industria Baker Hughes mostra il crollo drammatico del numero di piattaforme in funzione nell'industria dello scisto.



In soli tre mesi, il numero di piattaforme è crollato del 24%, o 389 dal massimo storico di 1609 registrato la settimana del 10 ottobre dello scorso anno. Come osserva Mark Lewis, della società di indagine con sede a Parigi Kepler Chevreux: “In tutti i dati storici di Baker Hughes che risalgono fino al luglio del 1987, non ci sono precedenti in quanto a un crollo di questa velocità e gravità”.
Dunque, cosa significa questo?

Lewis osserva che il numero di piattaforma statunitensi è un indicatore importante dell'offerta statunitense (più piattaforme ci sono, più offerta ci sarà). Per questa ragione, probabilmente al momento è il singolo indicatore più considerato nei mercati mondiali del petrolio, in quanto offre la migliore guida a quello che succederà all'offerta di petrolio di scisto statunitense nei prossimi mesi.

Ciò è importante perché è l'industria statunitense dello scisto che è stata il motore fondamentale dell'offerta globale di greggio negli ultimi 5 anni e senza l'enorme aumento del petrolio di scisto dal 2009, la produzione globale di petrolio greggio sarebbe del 2014 in realtà stata inferiore rispetto a quella del 2005. Questa è la stessa offerta che i sauditi e gli altri membri dell'OPEC hanno preso di mira.

Ciò che suggerisce il crollo improvviso del numero di piattaforme, dice Lewis, è che il mercato sta cominciando a rivalutare il modello del petrolio di scisto, deriso da alcuni come una specie di schema Ponzi a causa della sua dipendenza dal riciclaggio di capitale e da nuove trivellazioni per sostituire i pozzi che si esauriscono entro un anno o due.

Il significato di questo è che le previsioni della bolla dello scisto ora potrebbero avverarsi. Come ha scritto nella sua analisi “Drill, Baby, Drill” David Hughes del Post Carbon Institute, ci sono sempre stati dubbi su quanto sarebbe stata sostenibile la rivoluzione dello scisto.

“Primo, i pozzi di gas e petrolio di scisto hanno dimostrato di esaurirsi rapidamente, i giacimenti migliori sono già stati sfruttati e non si ipotizza nessuna scoperta di grandi giacimenti”, ha scritto nel 2013.

“Così, con una produttività media per pozzo in declino e sempre più pozzi (e giacimenti) necessari semplicemente a mantenere la produzione, un “tapis roulant di esplorazioni” limita il potenziale a lungo termine delle risorse di scisto”.

Hughes ha osservato questo dalla fine del 2011, i giacimenti migliori erano già in declino. Dal 2012, il tasso di declino molto alto dei pozzi di gas di scisto richiede 42 miliardi di dollari statunitense all'anno per trivellare più di 7.000 pozzi – solo per mantenere la produzione.

Il collasso del prezzo del petrolio sembra aver portato una fine prematura ma del tutto logica al boom.
Come ha osservato Hughes allora: “Bene che vada, il gas di scisto, il tight oil ed altre risorse non convenzionali forniscono una tregua temporanea dal dover affrontare i problemi reali: i combustibili fossili sono finiti (limitati, ndr) e la produzione di nuove risorse fossili tende ad essere sempre più costosa e ambientalmente dannosa.

“I combustibili fossili sono il fondamento della economia moderna globale, ma la continua dipendenza da essi crea rischi maggiori per la società che trascendono le nostre sfide economiche, ambientali e geopolitiche. Le migliori risposte a questo a questo enigma comporteranno un ripensamento della nostra attuale traiettoria energetica”.

7 commenti:

  1. Più che uno schema Ponzi,direi che sia un modello da buche Keynesiane, alimentate dalla politica monetaria espansiva della FED, che ha inondato le banche con trilioni di dollari. Rendendo fattibili anche le attività in perdita. Tutta questa liquidità è destinata a creare bolle.

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  2. Il tutto mi rammenta la corsa della Regina Rossa, che sgambettava come una matta soilo per restare ferma...
    Prima o poi la bolla dello scisto sarebbe crollata comunque, il collasso dei prezzi ha solo anticipato il redde rationem.
    Però bisogna allargare il discorso, ci sono tre effetti da tenere presenti:
    1 - le shale company non hanno grosse riserve finanziarie, alcune di loro hanno già portato i libri in tribunale, altre ricorreranno al chapter 11 in seguito, prima della fine del 2015 ci sarà un'ecatombe.
    Sicuramente la produzione continuerà, ma con il rapido declino tipico dei pozzi in shale, quindi aspettiamoci una minore offerta di olio già per la fine dell'anno.
    Le piccole compagnie verranno probabilmente assorbite da quelle grosse, ma anche a queste mancherà il capitale per nuovi pozzi, quindi il calo della produzione statunitense è irreversibile, almeno sul breve periodo (ma credo anche sul medio-lungo).
    2 - 400 impianti in meno significano 40.000 persone a spasso più l'indotto, e non sono stipendi da Wallmart o Mcdonald.
    E’ vero che nel 2014 sono stati creati quasi tre milioni di posti di lavoro , ma comunque un brutto colpo alle economie di alcuni stati, inoltre gli stipendi di tutti i lavoratori del settore stanno scendendo di parecchio.
    Un altro settore che sarà colpito dalla crisi probabilmente è quello della green economy, con un barile a 50 dollari diventerà più difficile fare profitti nel campo, e anche qui vedremo perlomeno un calo del ritmo di crescita, che nel 2014 è stato ottimo (solo nel solare sono stati creati 31.000 nuovi posti di lavoro).
    3 – Il prezzo del barile è destinato a risalire.
    Il crollo della produzione ha come corollario la risalita dei prezzi, personalmente stimo che non più tardi del primo trimestre del 2016 i prezzi inizieranno un rally che li riporterà ai livelli pre-crisi.
    Quindi sarà il resto dell’economia a rallentare, mentre i posti persi nell’industria petrolifera non verranno recuperati, dato che trovo difficile pensare a un nuovo boom dello shale dopo la batosta presa adesso.

    In definitiva per gli USA il crollo del prezzo al barile non è stato e non sarà un buon affare, per niente.

    Anacho

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    1. Pierluigi Di Pietro4 febbraio 2015 15:29

      Ciao, chi si rivede :)

      IN effetti l'ipotesi per me piu' probabile e' una oscillazione selvaggia dei prezzi, in futuri, finche non si rompe qualcosa di veramente grosso

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  3. in fondo si sono solo resi conto che il modello Ponzi applicato allo scisto non era sostenibile e hanno deciso di terminarlo. Come non è nemmeno sostenibile l'EROEI dello scisto a lungo andare. La strada è segnata dal 1972 e lo sanno.

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  4. Quoto i vostri commenti e sopratutto mi chiedo...dopo la batosta che sta arrivando e una volta i prezzi del barile inizieranno a salire, come la vedete la situazione?
    Personalmente credo che con una domanda distrutta dalla crisi e un offerta altrettanto ridotta a causa dei fallimenti a catena, potremmo vedere un periodo prolungato di prezzi stabili al di sotto dei cento dollari al barile. Vi torna il discorso?

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  5. “I combustibili fossili sono il fondamento della economia moderna globale, ma la continua dipendenza da essi crea rischi maggiori per la società che trascendono le nostre sfide economiche, ambientali e geopolitiche.

    Più che altro geopolitiche direi visto l'accanimento degli USA nei confronti della Russia per accaparrarsi le sue ricchezze.
    Piuttosto che cambiare il ns. modo di vivere ci distruggeremo a vicenda.
    Vale la pena tenere ancora in vita una specie così stupida?

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  6. Ci vorrebbe un indovino per risponderti. Personalmente, penso che non ci sarà niente di stabile, ma al contrario una volatilità molto elevata finché si rompe qualcosa di veramente grosso, come suggerito sopra Pierluigi. Il motivo è che il sistema economico rimane costruito in modo da essere costretto a crescere, mentre il limiti dello sviluppo si fanno di giorno in giorno più stringenti. Per questo penso che il sistema continuerà a rimbalzare in modo sempre più violento fra queste inconciliabili esigenze. Finché, giustappunto, il sistema economico nel suo complesso andrà in frantumi e cambieremo paradigma. Come? Ci sono diverse opzioni possibili, credo, ma nessuna divertente.

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