Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


giovedì 30 agosto 2012

Il Picco dei Negazionisti

Di Richard Heinberg. 

Da Energy Bulletin. Traduzione di Massimiliano Rupalti


In questi giorni, non si legge altro che “Tristi notizie per i Discepoli del Picco del Petrolio”, secondo il Financial Post.
L'ultimo esempio:Leonardo Maugeri, un membro del Geopolitics of Energy Project al Belfer Center for Science and International Affairs della Kennedy School — e critico di lungo corso dell'analisi del Picco del Petrolio – ha appena pubblicato un nuovo rapporto, “Petrolio: La Prossima Rivoluzione”, nel quale prevede un netto aumento della capacità produzione mondiale di petrolio e il rischio di un collasso del prezzo del petrolio. Il suo rapporto ha innescato una valanga di articoli di stampa con titoli come “Nessun Picco del Petrolio in Vista”, “Il potenzale boom petrolifero statunitense scuote le politiche energetiche,” e “Il Picco del Petrolio Semplicemente non è più una Minaccia”.

Queste seguono a ruota una serie di altri articoli che propagandano un aumento di produzione di petrolio da depositi di scisti “tight” negli Stati Uniti – pezzi con titoli tipo “Il  Picco del Petrolio ha raggiunto il Picco?” e “ L'idea del Picco del Petrolio è Morta?” E quelli che a loro volta cavalcano l'onda del largamente festeggiato libro di Daniel Yergin "The Quest", che ha foraggiato una frenesia contro il Picco del Petrolio nei media lo scorso anno.

Il recente diluvio di trionfalismo cornucopiano ha provocato alcune risposte riflessive, comprese “L'idea di Picco del Petrolio ha... raggiunto il picco?” e “Il Picco del Petrolio è Morto?”, entrambi i quali vagliano le prove e concludono che la produzione mondiale di petrolio si comprende meglio se visto attraverso le lenti dei “picchisti” piuttosto che da quelle degli occhiali rosei dei detrattori del Picco del Petrolio.

Non c'è dubbio che i picchisti continueranno a produrre articoli riflessivi, ben ragionati e pieni di fatti che delucidano la precarietà delle forniture globali di energia. Tuttavia, il gran numero e la loro prominenza mediatica dei pezzi “Niente Picco del Petrolio” (sul Wall Street Journal e New York Times, persino su NPR – National Public Radio) sta avendo effetto. I siti picchisti hanno un declino del traffico in rete. E mentre ora molta più gente ha sentito parlare del Picco del Petrolio che non pochi anni fa, molti credono, sbagliando, che la sua assunzione fondamentale sia stata in qualche modo “smontata”.

Coloro fra noi che sono stati dietro a questa discussione per più di un decennio – dai giorni nei quali il geologo petrolifero Colin Campbell ha coniato la frase “Picco del Petrolio” e il “movimento” consisteva più che altro in discussioni quotidiane su un'oscura mailing list – hanno visto crescere la cosa come un fenomeno di specie, con libri, newsletter, siti web organizzazioni dedite sia all'analisi sia all'attivismo come cittadini. Evidentemente la crescente preoccupazione del pubblico circa l'inevitabile declino della produzione mondiale di petrolio ha infastidito qualche personaggio potente che ha annodato le proprie corde in cerca di un po' di dati favorevoli (declino dei prezzi del petrolio, crescita della produzione) per usarli come pretesto per un linciaggio pubblico. La mentalità cornucopiana è sicuramente diffusa fra i leader nell'industria del petrolio  (Rex Tillerson, Amministratore delegato di ExxonMobil, recentemente ha detto su cambiamento climatico e sicurezza energetica “Noi [esseri umani] abbiamo passato la nostra intera vita ad adattarci. Ci adatteremo... è un problema di ingegneria e ci sarà una soluzione ingegneristica”). Ma una simile incapacità di immaginare null'altro che finali felici è diffusa anche fra molti ambientalisti, come ho avuto modo di imparare lo scorso fine settimana all'Aspen Environment Forum, dove ho avuto un dibattito con Mark Lynas, autore di "Sei Gradi" e di "Le Specie di Dio". Mentre gli ambientalisti vengono spesso accusati di essere allarmisti, essi possono anche manifestare un tratto di tecno-ottimismo 'si può fare'. Stewart Brand (fondatore di Whole Earth Catalog), che è stato un altro relatore alla conferenza si è trasformato in un futurista pro-nucleare, pro geo-ingegneria e verde brillante. Jim Kunstler, anch'egli ad Aspen, ha riassunto il suo punto di vista sull'evento: “Il tecno-narcisismo scorreva come uno Slurpee fuso (una specie di granita). . . .

Nel corso del dibattito, Lynas più di una volta ha citato una litania sulle previsioni sbagliate dei pessimisti, a cominciare da Malthus. Analogamente, Daniel Yergin ha guadagnato punti dichiarando che le profezie di un picco di produzione di petrolio nel mondo sono state provate come sbagliate ad ogni piè sospinto per un secolo o più. E' strano che le previsioni sbagliate degli ottimisti abbiano un'attenzione pubblica così insignificante al confronto, dato che sono almeno altrettanto numerose. L'esempio più rilevante: intorno al 1998, quando la discussione odierna sul Picco del Petrolio era appena agli esordi, la Intenational Energy Agency (IEA), il Dipartimento Americano per l'Energia e l'USGS (United State Geological Survey) avevano fatto tutti previsioni dicendo che la prosduzione mondiale sarebbe cresciuta costantemente fino a raggiungere i 120 milioni di barili al giorno nel 2020, mentre i prezzi sarebbero rimasti ad un livello di 20$ al barile (in dollari del 1998) anche oltre quella data. Nel 2004, quando era già chiaro che quelle previsioni non avevano alcuna opportunità di realizzarsi, Daniel yergin ha dichiarato che i prezzi del petrolio sarebbero rimasti a 40$ al barile per i successivi 15 anni, né l'IEA, né la DOE né l'USGS né Daniel Yergin hanno previsto una situazione nella quale la produzione di petrolio greggio avrebbe raggiunto un plateau per 7 anni a cominciare dal 2005 o nella quale i prezzi sarebbero schizzati fino ai 147$ a barile come hanno fatto nel 2008. Sì, alcune delle previsioni sul Picco del Petrolio della produzione mondiale secondo le quali il declino sarebbe cominciato fra il 2005 e il 2008 erano premature, ma è ovvio che i picchisti abbiano avuto punti di vista più precisi e utili sui livelli dei prezzi e della fornitura del petrolio mondiale durante lo scorso decennio. Quindi è umanamente comprensibile perché il risentimento si sia consolidato fra gli Yergin ed i Maugeri del mondo.

E così, uno zampillo di nuova produzione da depositi scistosi di “tight” ora serve da pretesto per dicharare vittoria. I picchisti avrebbero dovuto vederlo arrivare, dopotutto; gli alti prezzi del petrolio, infatti, innescano aumenti delle riserve e della produzione da risorse di qualità inferiore. Infatti, alcuni dei migliori analisti lo hanno visto arrivare. Ricordo Jeremy Gilbert, ex ingegnere petrolifero della BP, che parlava del potenziale della nuova tecnologia di produzione ad una conferenza dell'Association for the Study of Peak Oil (ASPO) un paio di anni fa. “Dei giacimenti che stiamo attualmente inseguendo ne eravamo a conoscenza da lungo tempo, in molti casi”, notava, “ma erano troppo complessi, troppo fratturati, troppo difficili da produrre. Ora la nostra tecnologia e comprensione [sono] migliori, il che è buono, perché questi giacimenti difficili è tutto ciò che ci resta”.

Il dibattito sul Picco del Petrolio non è un evento sportivo. Ciò che conta non è quale parte vince, ma quale realtà abbiamo di fronte. Vedremo il proseguimento di un plateau nella produzione globale di petrolio greggio? Quanto a lungo durerà? Quanto sarà grande in percentuale il contributo alla produzione di “tutti i liquidi” totali di sabbie bituminose, scisto ed altri non convenzionali? Quale sarà l'impatto climatico visto che il petrolio mondiale arriva da forniture sempre più derivate da risorse di qualità inferiore? E quale sarà l'impatto economico?

Noi del Post Carbon Institute speriamo di risolvere alcuni dei problemi relativi al petrolio non convenzionale in un rapporto (in uscita a settembre) di David Hughes, un seguito del suo rapporto del 2011 verifica sullo stato della produzione di gas di scisti negli Stati Uniti. Ma le più grandi domande ambientali ed economiche continueranno senza dubbio a generare incertezze per un po'.

Tuttavia, ci sono poche osservazioni che un analista energetico serio non possa contestare. I costi dell'esplorazione e della produzione petrolifera sono saliti alle stelle (la Bernstein Research stima che quest'anno l'industria abbia bisogno di prezzi nella gamma dei 100$ al barile per giustificare nuovi progetti). I giacimenti petroliferi super giganti che costituiscono ancora il 60% della produzione di greggio mondiale sono vecchi e quindi il modesto contributo di quelli non convenzionali, che ci si aspetta che siano sia cari che lenti da mettere in produzione, devono spingere contro una marea di esaurimento e declino. E' solo questione di quando il declino della produzione complessiva comincia, non se. Intanto, alcuni dei combustibili conteggiati dalla IEA nella categoria “tutti i liquidi” (etanolo, liquidi del gas naturale) hanno un'energia significativamente inferiore per unità di volume che non il petrolio greggio convenzionale. Così, un aumento in barili giornalieri di “tutti i liquidi” non necessariamente significa un aumento della quantità di energia consegnata alla società. Inoltre, tutti i combustibili liquidi non convenzionali (compresi i biocombustibili, sabbie bituminose, petrolio “duro”) offrono un basso ritorno energetico sull'energia investita per produrli (EROEI). Quindi, anche se il numero di barili di combustibili liquidi consegnati al mercato sta ancora gradualmente aumentando, la quantità di energia utile netta resa disponibile dalle industrie del petrolio e dei biocombustibili, se vengono conteggiati i costi per produrla, è probabilmente già in declino. E questo è quasi certamente vero negli Stati Uniti – la locandina promozionale per la produzione di petrolio non convenzionale. Infine, le quantità di greggio disponibili per l'esportazione stanno rapidamente declinando via via che i paesi produttori ne usano di più per il proprio consumo – lasciandone ogni anni di meno per i paesi importatori come Stati Uniti, Europa e Cina (questo tasso di declino è molto più alto che non il tasso di crescita relativamente inferiore della produzione mondiale di “tutti i liquidi”).

Intanto, l'impennata dei prezzi del petrolio ed il crollo dei rendimenti energetici reali dai combustibili liquidi hanno già lasciato una carneficina al loro passaggio, mentre un sistema finanziario globale arroccato su un monte di debito è stato affrontato colpo su colpo dal fallimento dell'economia reale nell'espandersi come ci si aspettava. Risulta che la produzione industriale ed il commercio globale dipendano dall'energia, non solo dal credito e dalla fiducia. In giugno si sono visti prezzi del petrolio più deboli, ma questo era dovuto ad un'erosione accelerata della forza economica mondiale (che porta all'aspettativa di una caduta della domanda di petrolio), non alla moderazione dei prezzi di produzione del petrolio o all'aumento della produzione sostanziale.

Come molti picchisti hanno continuato a dire, sapremo per certo quando la produzione globale di petrolio raggiungerà il picco (in termini di tasso di produzione in barili al giorno) solo quando possiamo vedere un declino costante nello specchietto retrovisore. Ma allora, sarà troppo tardi per la società per prepararsi agli impatti economici del picco del petrolio. Quindi, il “movimento” del Picco del Petrolio – non come esercizio di analisi, ma come sforzo per avvisare il mondo e prevenire la catastrofe – è destinato al fallimento? Forse. Ma per lo stesso motivo per cui lo è gran parte del movimento ambientalista, se non tutto. Non cambiamo sostanzialmente il nostro comportamento collettivo finché la crisi non ci arriva addosso.

Ma anche se non possiamo evitare una crisi, possiamo preparare una parte della popolazione alle sue conseguenze. Possiamo costruire la resilienza della comunità. Possiamo seminare le conversazioni pubbliche con l'informazione che minano l'inevitabile, riflessivo sforzo di incolpare il disfacimento economico con facili capri espiatori. Inoltre, il futuro sarà migliore se proteggiamo almeno qualche specie, qualche habitat, qualche zona selvaggia, un po' d'acqua e un po' di suolo prima del crollo dell'economia causato dall'energia, di modo da avere una base ecologica per l'attuale esistenza in assenza di macchine, aerei, iPads e di combustibile abbondante ed economico.

In breve, le cose andranno meglio per noi se resistiamo alla negazione piuttosto che se ci impegniamo in essa.

martedì 28 agosto 2012

Il futuro digitale (II)

Da The Oil Crash. Traduzione di Mssimiliano Rupalti


Immagine da http://debok.myweb.usf.edu




Dal blog di Antonio Turiel

Cari lettori,
prosegue la mia fatica nella capitale del Regno (Madrid) e ho poco tempo libero. Ma fortunatamente abbiamo un nuovo contributo, in questo caso di Carlos de Castro, che amabilmente ha accettato di scrivere un post che amplia quello precedente. Devo dire che è un onore ospitare su questo blog un'opinione tanto documentata come quella di Carlos. Vi lascio con lui.

Saluti.
AMT

Le TIC (Tecnologie di Informazione e Comunicazione): alcuni limiti e proposte

Energia.

L'energia (principalmente elettrica) che consumano le TIC  si attesta intorno al 10% dell'energia elettrica totale se si tiene conto del consumo energetico che richiede la fabbricazione dei dispositivi e dell'infrastruttura, che si prendono circa la metà di questi consumi. Solo i “ data centers” che sostengono internet contano già più del 1% di questa elettricità.



Questo, che ci può sembrare sostenibile, in realtà ci da una traccia di quando si fermerà la crescita. Il numero di computer che si connettono a internet decuplica ora circa ogni 5 anni, altre cose lo stanno facendo in meno tempo (per esempio i cellulari). Il traffico di internet decuplica circa ogni due anni. E' difficile stimare ogni quanto tempo il consumo energetico si moltiplica per 10, perché per ogni bit trasmesso consumiamo sempre meno energia. Direi che le nostre necessità energetiche per le TIC decuplicano in un lasso di tempo maggiore di 2 anni e minore di 10. Se decuplicano nei prossimi anni ogni 5 anni, significherebbe che nel 2022, circa il 40% dell'elettricità che produciamo ora si dovrebbe produrre per alimetare l'industria delle TIC entro 10 anni. E' possibile ciò?

La crescita del settore elettrico a livello mondiale è stata del 3% all'anno negli ultimi decenni ed ha risentito della sventura della crisi del 2008-9 con una decrescita (per la prima volta in molti decenni) del 1,5% nel 2009. In uno scenario BAU dovrebbe crescere del 5% all'anno per soddisfare la domanda “naturale” più la domanda delle TIC. Non sono a conoscenza di nessuna agenzia internazionale che preveda una crescita tanto rapida dell'elettricità, fondamentalmente perché si sono solite limitarsi a progettare il passato recente, quando le TIC, le auto elettriche ed altre tecnologie emergenti consumatrici di elettricità partono da una percentuale di consumo basso ora e che lo stesso BAU prevede che sfruttino. In scenari diversi dal Bau (di decrescita o di collasso), semplicemente le TIC non richiederanno tanto della domanda e pertanto smetterebbero di tendere al raddoppio in questo stesso decennio.

Materiali.

Alimentare le TIC richiede materiali. Molti e diversi. Oggi usiamo gran parte della tavola periodica nei nostri gadget elettronici. Negli anni 90 del secolo scorso, nella composizione di un circuito elettronico si usavano circa 15 elementi della tavola periodica, mentre ora ne usiamo 60. Se scartiamo alcuni gas nobili ed elementi radioattivi, le TIC stanno usando già praticamente tutta la tavola periodica, siamo giunti al picco della diversità possibile. Questo, che alcuni vedono come prova delle robustezza visto che diversificando sembriamo più resilienti, ha generato generato anche un aumento della diversità dei problemi. L'Indio, fondamentale oggi per tutti i nostri schermi e touch screen LCD, dovrà essere sostituito prima di quanto pensiamo. L'Indio è anche richiesto da altri settori energetici, come quello fotovoltaico, e risulta essere scarso. Le attuali tendenze triplicherebbero la produzione attuale per soddisfare le nuove industrie in uno scenario BAU, ma possiamo aspettarci il picco di produzione delle riserve seguendo la teoria di Hubbert (comprese quelle economiche), e dato il consumo attuale per 25 anni, entro il 2015 e se ricicleremo abbastanza lo potremmo ritardare al 2020. A partire da quel momento ci saranno meno produzione e meno schermi con questa tecnologia. Anche se l'Indio è il più critico, abbiamo anche l'Argento, il Germanio, il Gallio, il Tantalio... per tutti questi è richiesto almeno il raddoppio della produzione attuale per tutti gli usi, solo per soddisfare la domanda ulteriore prevista per le TIC da qui a 20 anni. E per molti di questi è previsto il picco di produzione molto a breve anche solo proiettando l'attuale domanda e senza tenere conto del forte incremento che avranno le TIC.


Elemento
R/P anni (2011)
% dedicata alle TIC nel 2011
Ag
20
4%
Au
20
4%
Zn
20-40
4%
Cr
20
2%
Ta
20-40
60%
Cd
30
2%
Co
75
8%


(R: Riserve; P: produzione)

La tabella è stata elaborata a partire dai dati di riserve e produzione del USGS (United States Geological Survey). La percentuale dedicata alle TIC suppone che i 400 milioni di personal computer venduti ogni anno abbiano nel complesso lo stesso contenuto di minerali dei 15 milioni di cellulari che si vendono ogni anno (Gatner.com). La massa di ogni minerale proviene da uno studio del USGS  (“Recycled Cell Phones—A Treasure Trove of Valuable Metals”). Esistono forze contrastanti; da un lato la sostituzione dei materiali critici libera pressione, e il riciclaggio anche, e le riserve cresceranno quando la scarsità porterà all'aumento del prezzo, ma, dall'altra parte, Riserve/Produzione è un quoziente ingannevole come sa il “piccopetrolista”. Il picco di questi materiali arriverà prima che lo indichi la relazione R/P. Nessuno si aspetta che l'argento, l'oro e la gran parte degli elementi dei quali la proporzione usata per le TIC non è alta, aumenteranno molto di più della produzione. Pertanto, un 2, 4 o 8% non produce molta pressione su questi minerali adesso, ma se le TIC raddoppiano o triplicano tenderebbero ad anticipare il picco di produzione di qualche anno. Inoltre, c'è la diminuzione della concentrazione del minerale nelle miniere. Come accade col petrolio, spenderemo sempre più energia per estrarre e produrre quei minerali, per cui la domanda energetica delle TIC tenderà a crescere da questo lato. 

In conclusione: un'elettronica con materiali più comuni ed elevati tassi di riciclaggio sarà quindi un imperativo in tempi molto brevi. Tanto brevi che dubito che la capacità di adattamento dell'industria possa essere tanto rapida (le stanno crescendo molti dei 60 nani tutti insieme). La scarsità di energia e materiali del BAU verrà di nuovo alimentata dalle TIC e, se cade il BAU, le TIC diventeranno un problema sociale ed economico (un'elettronica del 1990 nel 2020? Agli adolescenti di oggi provocherebbe una crisi di nervi).

Informazione.

Cosa accadrà all'informazione immagazzinata se non proseguiamo nel BAU?
Nella transizione di civiltà che avremo in questo secolo, cosa lasceremo alla civiltà che segue? Bisogna pianificarlo adesso. Io in un'isola deserta non mi porterei tre e-book, sceglierei tre libri cartacei. Se lo scenario di collasso non è ancora scartabile, allora bisogna cominciare a pensare a cosa lasciamo alle future generazioni che valga la pena. Che sistemi “informatici” sarabbero adeguati e non dipendenti da una elevata tecnologia e da un alto consumo energetico e di materie prime?

I militari nordamericani hanno TIC robuste, flessibili, non dipendenti dall'elettricità di rete, nelle loro missioni di guerra. Queste potrebbero essere parte della tecnologia del futuro (anche se non importa loro l'energia spesa in anticipo che è carissima). In uno scenario di transizione più dolce, si dovrà risparmiare molta energia e molte materie prime. La legge di Moore è una beffa in buona misura per questo testo che, scritto su Microsoft Word, può contenere venti volte più informazioni (e più materiali ed energia) di un .txt.

Quando si pensa a quello di cui era capace di fare la ZX Spectrum e lo confrontassimo con un computer attuale, semplicemente non che facciamo migliaia o milioni di volte più cose e più veloci. Gli informatici del futuro dovranno essere efficienti in termini di consumo di energia-materia prima-memoria come loro priorità maggiore e maneggiare meno in termini di prestazioni visive-economiche-quantitative di informazione

Qualcuno dovrebbe cominciare a preoccuparsi di cose, come e dove andiamo a mettre la “memoria” per le generazioni future. Il BAU (e le sue Scuole di Informatica e Telecomunicazione) non si preoccupa di questo perché presume passeremo dai Tera agli Zeta in un progresso infinito. Sarebbe un peccato che, ancora una volta, bruci la biblioteca di Alessandria, perché allora prederemmo 500 anni di cultura e tecnologia ci costerà altri 500 anni per poter essere recuperata.























Il Futuro Digitale

Da The Oil Crash. Traduzione di Massimiliano Rupalti


Immagine da http://www.tallerdecomputocancun.com/

Di Antonio Turiel


Cari lettori,

un paio di mesi fa un lettore del blog, professore molto impegnato nell'installazione delle Tecnologie di Informazione e Comunicazione (TIC) mi chiedeva per e-mail circa la possibilità che i sogni tecno-ottimisti di un futuro dominato da queste tecnologie possa un giorno vedere la luce. Risulta che da uno o due anni in Spagna il grande dibattito nelle aule fosse per l'installazione di lavagne digitali e delle nuove Tecnologie di Comunicazione, Solo un anno più tardi, la cruda realtà della crisi ha cancellato dalla mappa la prospettiva di marcia trionfante verso il nuovo Eldorado tecnologico e le proteste dei docenti, sempre più ridotta di numero e di efficacia, riempiono le strade un giorno sì e l'altro pure. Ma molti di coloro che allora hanno comprato questa propaganda credono che il sogno ipertecnologico sia ancora raggiungibile ed anche che un giorno le lezioni saranno online e non di presenza fisica – fra le altre cose perché non hanno capito che questa crisi non finirà mai.

Alla fine, questo lettore chiedeva una mia opinione sulle TIC. La verità è che e avesse saputo dove ci troviamo mentre avanziamo verso la Grande Esclusione, non sarebbe difficile supporre cosa avverrà alle TIC, che si ridurrebbero, se possibile, ad essere un prodotto per una minoranza di ricchi. Tuttavia, tale analisi è troppo banale per meritare un post specifico, così credo che sia più interessante adottare qui un altro punto di vista, anche se non è quello che può accadere con più probabilità. Supponiamo per un momento che avessimo un attacco collettivo di buon senso e ci sedessimo a pianificare in modo sereno e ragionevole la transizione a un mondo dove la quantità di energia disponibile sarà molto inferiore a quella attuale. Quale potrebbe essere il ruolo delle TIC durante la transizione ed eventualmente nello stato successivo? Qual è la dimensione ragionevole che può avere l'attuale elettronica di consumo?

L'argomento è abbastanza complesso e non posso fare una valutazione esaustiva della stessa, ma si possono indicare alcuni dati che ci permettono di immaginare come potrebbe essere, dove si riferisce ai limiti fisici, questo futuro. 

La fine della legge di Moore: dagli anni 70 del decennio passato si è osservato che la quantità di transistor che si poteva integrare in un chip decuplicava ogni 18 mesi circa: è la cosiddetta Legge di Moore. Ciò ha fatto sì che ogni 18 mesi, più o meno, uscissero CPU il doppio più veloci e che i chip di memoria e le capacità dei dischi seguissero dei ritmi analoghi. Tuttavia, la densità dei transistor era talmente alta che gli effetti quantici dovevano cominciare a manifestarsi, ponendo in breve fine a questa regola empirica. E anche se qualcuno pretende, come col picco del petrolio, che lo scarto della legge di Moore non sia importante o che la stagnazione attualmente osservata si debba alla paralisisi di varie fabbriche giapponesi a causa del terremoto e dello tsunami dello scorso anno, la realtà è che la Legge di Moore non è più quello che era, e che per compensare l'evidente incapacità di aumentare la miniaturizzazione dei circuiti integrati si ricorre a mettere sempre più microprocessori nei computer... ma senza tecniche adeguate di Calcolo Parallelo (che non sono per niente facili da attuare) è certo che buona parte di questa capacità extra di calcolo non si sfrutti e i nostri computer non sono, in pratica, sempre più potenti. La fine della Legge di Moore ha implicazioni anche in materia energetica, visto che un suo corollario è che nella misura in cui l'integrazione dei transistor avanzava, la quantità di energia e tempo necessari per fare un calcolo diminuiva. Ora non è più il caso e questi computer con nuclei multipli consumano come vari computer connessi fra loro, come di fatto sono. Per cui, il consumo di energia da parte del sistema informatico, che non è mai diminuito per la sua crescente proliferazione – una specie di paradosso di Jevons informatico – ora cresce a velocità doppia. Pertanto, non è il caso di aspettarsi molte migliorie, in quanto all'efficienza energetica dei nostri sistemi.

Consumo energetico di Internet: Uno studio dell'Università della California di Berkeley delllo scorso anno calcola il consumo di energia di internet (inteso non solo come rete fisica, ma tutti i dispositivi ad essa collegato e conteggiando l'energia di fabbricazione dei diversi apparati) fra l'1 e il 2% di tutta l'energia (attenzione, non solo elettrica, di tutta l'energia) che si consuma sul pianeta. La cifra è impressionante, perché, essendo realisti, a lungo termine l'essere umano potrà conservare una frazione di tutta l'energia che consuma adesso, forse il 10% e se si gioca bene le sue carte, per cui quello che consuma internet su questa scala avrebbe un grande peso. Si deve inoltre pensare che la maggiore domanda di internet si ha nei paesi più ricchi che sono anche quelli che in questo momento consumano più energia e quelli ai quali costerà di più mantenere tali livelli di consumo. Tutto indica che internet dovrà ridursi probabilmente di una o due ordini di grandezza, per cui molti dei servizi di streaming di oggigiorno saranno semplicemente impossibili. E questo senza parlare del 'cloud computing', che sta ancora in fasce e che non supererà ma la condizione di esperimento su piccola scala, a causa degli innumerevoli requisiti in termini di capacità di computazione, che alla fine sarebbero richiesti anche in energia.

Impatto del silicio nei microchip: i chip di microelettronica si fabbricano col silicio, che è uno dei minerali più abbondanti sulla crosta terrestre (la comune sabbia è fondamentalmente ossido di silicio). Tuttavia, le cialde di silicio con le quali si fabbricano devono avere una purezza di silicio estrema, del 99,9999%, il che richiede stanze speciali in condizioni di pulizia eccezionale (stanze bianche), il che obbliga ad una grande spesa energetica, che è tanto più grande quanto è meno puro il materiale di partenza. E' per quello che per produrre silicio puro si è soliti esigere minerali speciali, non la semplice sabbia di una spiaggia, e il quarzo di grande purezza è uno dei preferiti, ma questo è un materiale abbastanza più scarso della sabbia (potete consultare un riassunto abbastanza buono sulla produzione di silicio in rete, sul sito Connexions, in un articolo dal titolo “Semiconductor grade silicon”). Quando la produzione di questi minerali speciali comincia a diminuire (per l'esaurimento dei giacimenti e per l'aumento dell'energia richiesta per lo sfruttamento di quelli rimanenti) la produzione dei microchip di silicio ne risentirà, rendendoli più cari. L'effetto di rincaro sarà fortemente non lineare, visto che ci sono tre fattori che contribuiscono all'aumento dei prezzi: primo, la crescente scarsità dei materiali que richiedono meno energia per essere purificati, il che porterà ad usarne altri con un maggior costo energetico; secondo, il rincaro intrinseco dell'energia in un mondo con minore disponibilità della stessa, il che in un processo come questo, che ne richiede molta, è determinante; e terzo, all'aumentare del prezzo la domanda cadrà, anche, appesantita dal resto dei problemi di degrado sociale, per cui la produzione di chip non potrà sfruttare più di tanto dei benefici dell'economia di scala ed il prezzo schizzerà ancora di più per questo effetto. Una politica di riciclaggio intelligente potrebbe mitigare questi effetti, ma per queste sarebbe necessario cambiare i piani attuali che non facilitano l'estrazione facile delle cialde (wafer) di silicio usate.

Difficoltà di accedere alle terre rare: abbiamo già discusso qui, due anni fa, i problemi di accesso alle terre rare, materiali che, nonostante la loro abbondanza sulla crosta terrestre, si presentano in depositi con una concentrazione non sfruttabile economicamente, il che comporta forti limitazioni nella loro produzione e che, in combinzaione a certi movimenti del mercato, hanno fatto sì che la Cina sia giunta a controllare il 97% della produzione di questi materiali. Molte terre rare, come detto a suo tempo nel post, sono di un'importanza capitale nei dispositivi ad alta tecnologia che usiamo oggigiorno, dai colori degli schermi LCD ai materiali per drogare le proprietà semiconduttrici del silicio o e che servono per servono per affinare la frequenza di lavoro dei chip, aumentarne la miniaturizzazione e diminuirne il consumo. Terre rare a parte, ci sono altri metalli che hanno usi importanti nei nostri sofisticati dispositivi e che stanno cominciando a scarseggiare come oro e argento (sui quali spero di fare un post quest'estate) e, a breve, anche il rame.

Declino del capitale disponibile, collasso della complessità: il grande problema che quasi nessuno sembra in grado di vedere, è che la nostra società industriale è essenzialmente instabile. E' progettata per produrre una gran quantità di merci, distribuirle rapidamente e consumarle allo stesso ritmo. Ma siamo in una situazione in cui la produzione di nuove merci richiede quantità crescenti di capitale e sta arrivando ad un punto in cui i conti economici non tornano (in fondo, a causa del declino della redditività energetica) e la redditività non è sufficiente a mantenere il macchinario in funzione. I flussi di capitale diminuiscono e così anche il capitale disponibile. Il problema è che quanto più ci addentriamo in questo sentiero di perdita e distruzione di capitale verso una crescita già ora impossibile, più difficile è finanziare nuove imprese. E arriva un momento in cui non potremo neanche mantenere le strutture esistenti, perché la società non si autofinanzia, non produce sufficienti risorse per mantenere tutte le infrastrutture (è di nuovo il problema dell'EROEI decerscente: con meno energia netta si possono mantenere meno infrastrutture). Come abbiamo detto da poco, i problemi delle risorse vengono visti abitualmente come problemi intrinsecamente economici e non collegati all'energia, per cui non vien riconosciuto che la decadenza economica che stiamo vivendo non può cambiare internamente perché è limitata da fattori esterni (la mancanza di materie prime). 

Senza renderci conto, a poco a poco stiamo perdendo la capacità di fare le cose più complesse in primis (quelle che richiedono più capitale umano, nel senso di specializzazione, e di risorse) e progressivamente stiamo perdendo anche la capacità di fare le cose più semplici, fondamentali e necessarie. Essenzialmente, si produce una riduzione forzata della complessità della società (ciò che secondo Joseph Tainter – vedi anche qui, ndT. - è la causa del collaso della società). Non è necessario percorrere questo sentiero, almeno non fino alla fine, anche se disgraziatamente è ciò che stiamo facendo. E nel contesto della discussione di oggi, la perdita di complessità fa sì che le apparecchiature informatiche e ad alta tecnologia siano le prime a cadere. Un giorno chiudono le fabbriche di certi microchip disperse su tutto il pianeta finché non rimarranno che due o tre siti che possono fornire, a causa della loro grande dimensione, tutto il mondo. Poi, la diminuzione delle vendite fa chiudere tutte le fabbriche tranne una. Poi, questa fabbrica si vede obbligata a fare cambiamenti, aggiustamenti, a causa del crollo della domanda causata da una esclusione sociale crescente e dalla caduta del consumo di massa. Alla fine, si producono chip più semplici, più economici, meno funzionali, ma con una redditività maggiore adattata ai sempre meno apparecchi con elettronica digitale... Insisto, non è per forza il futuro, ma al momento è la direzione nella quale stiamo camminando. 

Alla fine, in uno scenario che assumesse anche le tinte più luminose, per noi sarebbe di scarsità e sarebbe naturale ripensare la scala sulla quale vogliamo usare l'informatica. Non dobbiamo rinunciare ad avere dei computer, di fatto sarebbe molto conveniente che non perdessimo questa tecnologia data la sua incredibile utilità nella gestione di un'infinità di sistemi complessi che per noi sono vitali. Tuttavia, quello che risulta abbastanza discutibile è se questi computer debbano essere personali. Il grande vizio della società industriale è quello di fomentare il consumo per accrescere il beneficio anche quando questo presuppone uno spreco ingiustificabile.  Mi risulta difficile capire perché in ogni casa debbano esserci due, tre, quattro o più dispositivi in grado di connettersi a internet e tutti con un'enorme capacità di elaborazione. Sì, è divertente, ma non necessario e in realtà non ce lo possiamo permettere per ciò che ho spiegato prima. Ciò implica anche che internet dovrebbe avere una dimensione più ridotta e meglio adattata alla circolazione di vera informazione (e non a tanto rumore, come ora). Dobbiamo ripensare il nostro concetto di proprietà ed evolvere verso quello di condivisione delle risorse che non si possono generalizzare per la loro scarsità, per il loro costo energetico e per il loro impatto ambientale, ma che conviene che siano accessibili a tutti, come lo sono le TIC. E' un diverso modello di proprietà, ma probabilmente non ci resta alternativa e sicuramente può essere ugualmente soddisfacente si viene gestito adeguatamente e senza abusi. Purtroppo, la cultura umana, soprattutto in Occidente, deve evolversi ancora molto per imparare a condividere senza abusare...

Saluti.
AMT




















domenica 26 agosto 2012

Preghiamo per la Pioggia!

Da “Cassandra's Legacy”.Traduzione di Massimiliano Rupalti

























La scritta “Preghiamo per la Pioggia” è stata attaccata col nastro adesivo alla porta di ingresso del santuario della Madonna del Sasso, non lontano da Firenze.


La siccità in Italia è così terribile che possiamo soltanto pregare per un po' di pioggia, la quale sembra non essere in arrivo, comunque. Per fare un esempio di quanto si terribile, non ho mai visto i fichi che si seccano sui rami, ma quest'anno sta accadendo. Guardate:


Potete trovare altre immagini della siccità in campagna questo link.

Ora, perché questa terribile siccità (direi “Biblica”)? Be', è un fenomeno in corso, chiaramente collegato al cambiamento climatico. Guardate questa immagine del NOAA (fonte).




















Guardate la zona del Mediterraneo: è previsto che sarà la più colpita dalla siccità di tutto il pianeta. Quindi, quello che stiamo vedendo oggi è solo un preludio a qualcosa di molto peggiore che potrebbe svilupparsi negli anni e nei decenni a venire.

Ora siamo ridotti a pregare per la pioggia e a sperare che il Buon Dio faccia il miracolo per noi. Ma non possiamo dire di non essere stati avvisati.



sabato 25 agosto 2012

Luca Mercalli risponde a Vaclav Klaus




Questo articolo di Luca Mercalli non sembra esistere on-line sul sito de "La Stampa". "Effetto Cassandra" lo ha ottenuto direttamente dall'autore e lo riproduciamo qui. Sul disgraziato sfogo di Vaclav Claus apparso qualche giorno fa, vedi anche il post precedente su "Effetto Cassandra"


I termometri europei bruciano i record. Ecco perché ridurre i gas serra conviene 


di Luca MERCALLI

LA STAMPA 22.08.2012

Il tifone «Tembin» minaccia Taiwan, fa molto freddo solo alla base di ricerca Vostok, in Antartide, con 78 gradi sottozero alla fine dell’inverno australe, ma è l’ondata di caldo africano sull’Europa a dominare la cronaca meteorologica di questa settimana.

A partire da venerdì 17 agosto l’ennesima struttura anticiclonica subtropicale di questa stagione si è espansa dal Marocco – dove lunedì 20 Marrakech boccheggiava a 47 gradi – alla Spagna, da giorni sotto una cupola d’aria ad oltre 40 C – giungendo in Francia, dove sabato Montgivray, nell’Indre, toccava i 42,4 C, un primato assoluto per la regione centro-settentrionale dell’Esagono, e anche Parigi non scherzava con 38 C. Domenica 19 oltre ai 41,5 C di Châtillon-sur-Seine (Côte-d’Or), cadevano i record termici del 2003 nelle Alpi francesi, con 35,8 C ai 1300 metri di Briançon, 37,4 C a Bourg Saint Maurice (865 m) e ben 13,4 C ai 3845 m dell’Aiguille du Midi, nel cuore del massiccio del Bianco. Poco più a ovest, 30 gradi a Zermatt, 7 ai 4560 metri della Capanna Margherita sul Monte Rosa e 12,8 all’osservatorio dello Jungfraujoch (3580 m), record assoluto della serie di misura dal 1959, mentre nelle città elvetiche a bassa quota i valori non hanno superato quelli del luglio 1983 e agosto 2003. Ma non è finita, lunedì 20 ha visto i record termici fioccare in Germania, con i 37,2 C di Lipsia e Dresda, i 38,7 C di Holzdorf e i 16,1 C sulla Zugspitze, a quasi 3000 metri.

Nuovi massimi termici assoluti pure su gran parte della Repubblica Ceca, culminati a Dobrichovice, presso Praga, dove il termometro ha toccato 40,4 C. Dati che dovrebbero far riflettere il presidente ed economista ceco Václav Klaus che su questo giornale se la prendeva con gli “adepti del riscaldamento globale” confondendo l’ideologia con la fisica dell’atmosfera, affetta beninteso da incertezze come tutte le scienze, ma non certo dottrinaria.

Mario Molina, docente all’Università della California e Nobel per la chimica insieme a Crutzen e Rowland per la scoperta del buco dell’ozono, ha dichiarato ieri a Filadelfia al meeting dell’American Chemical Society, che riguardo al riscaldamento globale: “non c’è dubbio che il rischio è molto alto e possiamo andare incontro a conseguenze anche molto dannose e, sia pure con bassa probabilità, perfino catastrofiche” perciò la riduzione delle emissioni di gas serra avrebbe “un costo per la società minore di quello dei danni climatici qualora la società non faccia nulla”.

Luca Mercalli

venerdì 24 agosto 2012

La testa nella sabbia: credere solo a chi è d'accordo con te






Pochi giorni fa, "La Stampa" ha pubblicato un pezzo di Vaclav Klaus il cui contenito si può riassumere in due righe come: "Io al cambiamento climatico non ci credo e solo quelli che sono d'accordo con me sono persone serie. Tutti gli altri sono dei fanatici pseudo-religiosi". Di fronte a un atteggiamento del genere da parte te di uno che non ha qualifiche di nessun tipo in scienza del clima, ti cadono le braccia e ti viene voglia di lasciar perdere. Tuttavia, Sandro Federici, esperto di mitigazione climatica nel settore agro-forestale , prova a rispondere riga per riga alle sciocchezze dell'articolo con una lettera al direttore de "La Stampa".



From: Sandro Federici
Date: 2012/8/21
Subject: Cambiamenti Climatici
To: mario.calabresi@lastampa.it


Egregio Direttore,

ho appena terminato di leggere l'articolo di Vaclav Klaus sul riscaldamento globale. Anzi sulla "dottrina del cambiamento climatico che minaccia la prosperita' della nostra societa".

Tale scritto mi ricorda letteratura di regime dove a prescindere dalle evidenze si esprimono opinioni basate a volte sull'ignoranza a volte sullo scientifico uso di argomenti che facciano presa sull'ignoranza del lettore. Mi rendo conto della necessita' di garantire liberta' di opinione a tutti ma le opinioni del sig Vaclav Klaus meritano una risposta per garantire, a sua volta, il diritto dei lettori di essere informati correttamente.

A questo link  http://www.giss.nasa.gov/research/news/20120806/) trova informazioni che chiariscono che quanto stiamo vivendo e' un profondo cambiamento del clima che sta determinando oltre che un riscaldamento globale una variazione della frequenza e dell'ampiezza degli eventi estremi. Per il nostro Paese le conseguenze sono estati calde e siccitose ed autunni molto pivosi (con conseguenti alluvioni).

Sul fatto che il cambiamento climatico sia conseguenza dell'alterata composizione chimica dell'atmosfera, dovuta all'immissione di gas ad effetto serra quale conseguenza delle attivita' umane, e di conseguenza delle sue qualita' fisiche c'e' totale congruenza di vedute per circa il 99.9% del mondo della scienza. In Italia c'e' un sito web http://www.climalteranti.it/ che si occupa di cio'.

Sul fatto che i costi dei cambiamenti climatici siano gia' ad oggi alti e' facile dimostrarlo. Si leggano i bollettini del costo delle alluvioni dello scorso autunno (e si preventivino quelli delle alluvioni di questo autunno) e si quantifichino i danni all'agricoltura di questa estate infuocata; ed i costi, anche energetici, delle misure che ognuno di noi sta prendendo per sfuggire al calore.
 Per non parlare dei costi che la siccita' (http://droughtmonitor.unl.edu/) impone agli USA e che se il Mississippi dovesse chiudere esploderebbero considerando che il 60% dei cereali, il 20% del petrolio e del carbone americani su quel fiume vengono trasportati (sempre che si trovi un sufficiente numero di trucks per movimentarle). http://usnews.nbcnews.com/_news/2012/08/15/13295072-drought-sends-mississippi-into-uncharted-territory?lite

Sui danni futuri, e' facile prevedere che un intensificazione nella freuenza, nell'intensita' e nella durata degli eventi estremi aumentera' esponenzialmente i costi. Costi molto piu' grandi di quelli necessari per decarbonificare oggi la nostra economia. Si veda ad esempio la Stern Review on the economics of climate change (allego l'executive summary).
Costi comunque che determinerebbero anche risposte di altro genere, essendo troppo costosi o non essendo l'economia in grado di affrontarli; si veda ad esempio questo articolo http://grist.org/climate-policy/2011-03-10-nicholas-stern-climate-inaction-risks-new-world-war/ o il piu' esplicito http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2011/may/20/climate-change-climate-change-scepticism che lega la sicurezza nazionale al cambio climatico.

Se si considera poi che la vera unica ricchezza del nostro Paese e' ed e' stato il clima, si vede che l'Italia ha molto piu' da perdere di altri da un cambiamento del clima. Dovrebbe quindi essere una delle piu' attive nel combattere i cambiamenti climatici, ma cosi' non e'. Sarebbe meritorio se il suo giornale volesse impegnarsi in una simile battaglia.

Cordiali Saluti


Sandro Federici

giovedì 23 agosto 2012

Non si contratta lo spread con la natura!

di LUCA MERCALLI (da "La Stampa")

Ad aprile è stato inserito nella Costituzione italiana il pareggio di bilancio, ovviamente riferito al denaro. Ma c’è un bilancio estremamente più importante per la nostra vita. Vita che prima di essere soggetta ai capricci dell’economia è ferreamente dominata da flussi di energia e materia: è quello delle valute «fisiche» disponibili sul pianeta Terra. Un dato che, per quanto denso di conseguenze per il futuro dell’Umanità, nessuno considera strategico, né lo si inserisce nelle Costituzioni, salvo forse che in quella dell’Ecuador. In sostanza, non si possono prelevare dal conto terrestre più risorse di quante i sistemi naturali siano in grado di rigenerare né immettere rifiuti e inquinanti più di quanto la biosfera sia in grado di metabolizzare.

L’Overshoot Day di quest’anno, annunciato ieri, definisce la data nella quale il nostro conto corrente con l’ambiente è andato in rosso. Abbiamo speso tutti gli interessi in questi primi 234 giorni dell’anno, e da oggi al 31 dicembre dilapideremo una parte del capitale, con conseguenze talora irreversibili, come il riscaldamento globale o l’estinzione di specie viventi.

Il pareggio di bilancio mondiale è stato rispettato più o meno fino alla metà degli Anni 70, quando l’umanità contava 3,5 miliardi di individui. Oggi siamo 7 miliardi, consumiamo e inquiniamo come non mai e preleviamo l’equivalente di una terra e mezza. La biosfera è un sistema resiliente, e per brevi periodi può sopportare uno stress senza collassare, a patto che si rientri nei limiti imposti dalle leggi universali che governano i cicli biogeochimici, il clima, la riproduzione della fauna ittica, la rigenerazione delle foreste. Ma, come accade a un motore lanciato a folle corsa, quando la lancetta del contagiri entra in zona rossa, per non sbiellare bisogna ridurre la velocità.

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martedì 21 agosto 2012

Gli esseri umani sono troppo insignificanti per condizionare il clima?

Da Cassandra's Legacy. Traduzione di Massimiliano Rupalti


Gli esseri umani sono davvero così piccoli ed insignificanti che le loro attività non hanno alcuna influenza sul clima? Alcune persone lo sostengono ma, se siete anche voi di questa opinione, dovreste cambiare idea una volta che avrete letto quanto le attività umane influenzino la crosta terrestre. Per esempio, la quantità di roccia e suolo che movimentiamo ogni anno potrebbe riempire il Gran Canyon in circa 50 anni.



Estratto da un libro in preparazione di Ugo Bardi - titolo provvisorio "risorse minerali e il futuro dell'uomo”

Le quantità di minerali estratte oggigiorno sono immense e diventano anche più grandi se consideriamo come “estrazione” anche l'uso del suolo fertile in agricoltura, suolo che viene consumato dal processo chiamato erosione. E' stato stimato che vengono erosi e scaricati negli oceani circa 4 miliardi di tonnellate di suolo agricolo ogni anno solo negli Stati Uniti (1). In tutto il mondo, la quantità totale è stata stimata in 75 miliardi di tonnellate all'anno da Pimentel et al. (2) e in 120 miliardi di tonnellate da Hooke (3). Queste quantità fanno sembrare insignificanti quelle create dall'erosione naturale, almeno di un ordine di grandezza più piccole.

A questa quantità collegata all'agricoltura dobbiamo aggiungere la quantità di roccia e sabbia spostata dall'industria dell'edilizia. Dai dati del USGS (United Staes Geological Survey), scopriamo che la produzione mondiale di sabbia e ghiaia potrebbe superare i 15 miliardi di tonnellate all'anno. La produzione mondiale complessiva di cemento nel 2008 è stata di 2,8 miliardi di tonnellate. La Cina, da sola, ne produce più di un miliardo di tonnellate all'anno, che sono circa 450 kg a persona di media. Secondo Bruce Wilkinson (4), possiamo visualizzare la quantità totale di roccia e suolo movimentati dagli esseri umani annualmente considerando che queste quantità sono “circa 18.000 volte quella dell'eruzione del Krakatoa, in Indonesia, nel 1883, circa 500 volte il volume del Bishop Tuff in California e circa due volte il volume del Monte Fuji in Giappone. A questi ritmi, questa quantità di materiali riempirebbe il Grand Canyon in Arizona in circa 50 anni”.


1) Azimut, 29 giugno 2011, John Baez http://johncarlosbaez.wordpress.com/2011/06/27/this-weeks-finds-week-315/ (Visitato il 12 agosto 2011)
2) David Pimentel; C. Harvey; P. Resosudarmo; K. Sinclair; D. Kurz; M. McNair; S. Crist;. L. Shpritz; L. Fitton; R. Saffouri; R. Blair. 1995, Science, New Series, Vol. 267, p. 1117-1123
3) Hooke, R.L.B., 2000, On the history of humans as geomorphic agents, Geology, v. 28 p 843-846
4) Wilkinson, Bruce, 2005, “Humans as geologic agents: a deep-time perspective”, Geology, 22 pp 161-164


domenica 19 agosto 2012

Una recensione di Giorgio Nebbia de "I limiti alla crescita rivisitati"

Ugo Bardi, “The Limits to Growth Revisited”, Springer, New York, 2011





Di Giorgio Nebbia

Due vite parallele a migliaia di chilometri di distanza. Un ingegnere nordamericano, Jay Forrester (nato nel 1918), specializzato nella progettazione dei calcolatori elettronici, docente nel prestigioso Massachusetts Institute of Technology, stava utilizzando, già negli annicinquanta, i calcolatori per risolvere dei problemi di previsione. Per esempio come cresce la produzione industriale in seguito alla crescita o alla diminuzione dei soldi disponibili; come la mobilità in una città è influenzata dalla crescita del numero degli abitanti, delle automobili o dei mezzi di trasporto pubblico. Forrester aveva chiamato “dinamica dei sistemi” lo studio dei rapporti fra fenomeni il cui cambiamento può essere previsto mediante equazioni matematiche differenziali. Per inciso, equazioni simili erano già state usate trent’anni prima, per descrivere come aumentano le popolazioni animali, dagli studiosi di ecologia, un esempio della unità dei fenomeni dell’economia e dell’ecologia. Forrester aveva pubblicato libri di grande successo come “Industrial dynamics” (1961) e “Urban dynamics” (1969).

Dall’altra parte del continente americano, in Argentina, un economista italiano, Aurelio Peccei (1908-1984), alto dirigente della Fiat e di imprese impegnate nella progettazione e costruzione di opere pubbliche nei paesi emergenti, aveva cominciato a chiedersi quale avrebbe potuto essere il futuro dell’umanità davanti ad una popolazione rapidamente crescente, ad una crescente richiesta di beni materiali e di risorse materiali; negli anni sessanta si cominciavano infatti a vedere i segni di quella che sarebbe stata chiamata la crisi ecologica.

L’incontro fra Peccei e Forrester, nel 1968, è stata l’occasione per progettare una ricerca sul futuro dell’umanità. Peccei aveva creato da poco il “Club di Roma”, un circolo internazionale di intellettuali attenti al futuro, che dette incarico a Forrester di analizzare il sistema planetario globale con le sue tecniche. Il risultato fu rivoluzionario. Nel 1971, quarant’anni fa, Forrester e i suoi collaboratori, i giovani coniugi Meadows, furono in grado di presentare al Club di Roma i risultati di uno studio che analizzava le conseguenze di una continua crescita della popolazione mondiale. Lo studio non faceva previsioni, ma indicava che la crescita della popolazione avrebbe richiesto una crescita della produzione industriale, della richiesta di prodotti agricoli alimentari e che di conseguenza si sarebbe verificata una crescita dell’inquinamento planetario e un impoverimento delle riserve di
risorse non rinnovabili come petrolio, carbone, minerali, eccetera.

Le anticipazioni dello studio cominciarono ad arrivare anche in Italia; furono inviate nel 1971 da Aurelio Peccei, presidente del Club di Roma, al Senato dove era in corso una indagine sui problemi dell’ecologia; furono oggetto di uno speciale fascicolo della rivista inglese “Ecologist”, subito tradotto in italiano da Laterza col titolo: ”La morte ecologica”, e alla fine divennero un agile libretto, pubblicato in molte lingue contemporaneamente, intitolato “I limiti alla crescita” (ma l’edizione italiana fu pubblicata con un titolo ingannevole, “I limiti dello sviluppo”). Nel libro erano contenuti alcuni grafici, ottenuti con i calcolatori elettronici, da cui appariva che se fosse continuata la crescita della popolazione mondiale ai ritmi che nel 1970 erano di
80 milioni di persone all’anno, un giorno non ci sarebbero state risorse e materie prime sufficienti e sarebbero scoppiati conflitti per la loro conquista, la scarsità di cibo avrebbe diffuso epidemie e morti per fame, l’inquinamento avrebbe diffuso malattie e le condizioni di vita della popolazione mondiale sarebbero peggiorate al punto da provocare un forzato declino del numero dei terrestri. Se ciò fosse avvenuto, la minore popolazione restante avrebbe potuto far fronte ai problemi di scarsità e di inquinamento. Altrimenti la crescita della popolazione e della produzione industriale e della pressione sull’ambiente sarebbero diventate un giorno insostenibili.

Il libro fu venduto nel mondo a milioni di copie, provocò innumerevoli dibattiti e critiche. Fu visto con interesse dal nascente movimento ambientalista (stiamo parlando del 1971-72); il mondo cattolico intravvide dietro le curve tracciate dai calcolatori lo spettro del detestato Thomas Malthus (1766-1843), l’economista inglese che per primo, nel 1799, aveva auspicato un controllo delle nascite; i comunisti sostennero che in una società socialista la pianificazione avrebbe risolto tutti i problemi. Ma soprattutto si arrabbiarono gli economisti che furono spietati nella critica di un testo che metteva in discussione il mito fondamentale della scienza economica, quello della crescita. Dopo pochi anni, peraltro, l’interesse per i “Limiti alla crescita” declinò; due aggiornamenti a venti e trenta anni dalla prima edizione passarono quasi inosservati. Finalmente, proprio in questo periodo di disordine economico mondiale, il prof. Ugo Bardi dell’Università di Firenze ha ripreso in mano lo studio del Club di Roma, analizzandolo alla luce di quanto è avvenuto negli ultimi decenni in un libro, pubblicato nel 2011 dall’editore internazionale Springer, col
titolo, tradotto in italiano: “I limiti alla crescita rivisitati”.

Il grande interesse del libro sta nella ricostruzione storica degli eventi che hanno portato alla pubblicazione, quarant’anni fa, del libro del Club di Roma, nella rassegna delle lodi e critiche che il libro ha suscitato nel mondo. Ma l’importanza del libro di Bardi sta soprattutto nell’esame di come sono cambiate, negli ultimi quarant’anni, le variabili allora considerate: il numero dei terrestri e le condizioni di benessere, la produzione di merci industriali e agricole, la disponibilità di risorse non rinnovabili e l’inquinamento ambientale. Purtroppo, al di là dei numeri assoluti, molte tendenze indicate nel libro si sono verificate: il prof. Bardi è il presidente della sezione italiana di una associazione internazionale per lo studio del “picco” del petrolio (ASPO) ch eanalizza come nel mondo, a mano a mano che “cresce” la domanda di una risorse non rinnovabile (sia petrolio o zolfo, litio o la stessa fertilità del suolo) l’entità delle riserve residue diminuisce e crescono le tensioni e le guerre per conquistare quanto resta: nello stesso tempo cresce l’inquinamento ambientale e crescono i danni alla salute e al benessere delle persone sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri.

Il messaggio che emerge da una rilettura del libro sui “limiti alla crescita” non è di
disperazione; niente a che fare con possibili “limiti dello sviluppo” umano, che dipende dalla libertà, dalle condizioni igieniche e alimentari, dalle conoscenze, e che può benissimo crescere anche in un mondo con meno e differenti merci e consumi e minore sfruttamento della natura. Il libro anzi stimolava a fare, come diceva Croce, “delle difficoltà sgabello” a condizione di riconoscere che la “crescita”, quel nome magico, che canoro discende dalle bocche di economisti, uomini politici e imprenditori, dipende dalle cose materiali, e che la crescita della produzione delle merci (siano acciaio per le navi o cemento per gli edifici, o occhiali, o conserva di pomodoro, o divani, o telefoni cellulari) comporta una inevitabile diminuzione delle risorse disponibili per le generazioni future e una inevitabile crescita della quantità di gas e di sostanze che inquinano l’aria e i fiumi e il suolo. A questa realtà, alla necessità di scegliere, sotto questi vincoli naturali, che cosa produrre, la rilettura dei “Limiti alla crescita”, offerta dal libro di Bardi, richiama coloro che devono prendere delle decisioni per il futuro dei singoli paesi e dell’intera comunità umana. Non a caso i rapporti risorse-merci-ambiente (per citare il titolo di un dimenticato libro del 1966) sono l’oggetto degli studi universitari di Merceologia; non a caso il prof. Bardi è un chimico, docente delle disciplina che, per eccellenza, insegnano a fare i conti con i chili di materia e i chilowattora di energia.

sabato 18 agosto 2012

2052: Intervista con Jorgen Randers

Intervista con Jorgen Randers: ’2052′ – “E' la storia dell'umanità che non è all'altezza della situazione”




Da “Transition Culture”. Traduzione di Massimiliano Rupalti.

Jorgen Randers è professore di strategia climatica alla BI, Scuola Norvegese per il Commercio, e fra le molte cose è stato coautore de I Limiti dello Sviluppo nel 1972, Oltre i Limiti, nel 1992 e Limiti dello Sviluppo: l'aggiornamento dei 30 anni nel 2004 Potete leggere la sua biografia completa qui). Recentemente ha pubblicato ‘2052: una previsione globale per i prossimi quarant'anni‘. Potete vedere un suo video mentre parla del libro al suo lancio qui. Ho avuto il grande onore di intervistare di recente Jorgen, attraverso Skype dal suo studio a casa in Norvegia. Potete sentire l'audio dell'intervista qui. '2052' è disponibile qui se siete negli Stati uniti o qui se siete nel Regno Unito (ancora niente traduzione italiana, ndT.).


Rob Hopkins: La prima domanda che ti volevo fare è: qual'era il tuo obbiettivo quando ti sei seduto a scrivere '2052'?

Jorgen Randers: Ho 67 anni, ho passato 30 anni della mia vita a lavorare in vano per la sostenibilità (non è stato affatto invano ndT.) ed ho finalmente deciso che sarebbe stato interessante scoprire se avevo davvero bisogno di preoccuparmi continuamente del futuro come lo sono stato durante gli ultimi 40 anni, perché me ne rimangono solo 20-25 da vivere. Ho pensato che fosse interessante cercare di scoprire cosa accadrà realmente in quei 40 anni. Questo è, naturalmente, in contrasto con la mia disciplina accademica, che è analisi dei sistemi, dove  si sa, naturalmente, che non puoi fare previsioni, tutto ciò che puoi fare è fare analisi di uno scenario, per dire fondamentalmente che se l'uomo si comporta così, allora questo accadrà, oppure se fa in altro modo quest'altra cosa accadrà. Oppure puoi lavorare come un ideologo, puoi spingere una determinata soluzione. Puoi dire  che abbiamo bisogno di fare certe cose in un certo ordine per evitare la catastrofe climatica. Ma ho deciso che per amore di me stesso sarebbe stato interessante almeno sapere cosa succederà in dettaglio sufficiente per me per crederci, in modo che possa decidere se ho bisogno di continuare a preoccuparmi per il futuro e questa era l'ambizione molto chiara 18 mesi fa. Ora il libro esiste e mi da in molti modi una grande pace mentale, perché credo nella previsioneche ho fatto lì e in molti modi questo rende la mia vita più semplice, penso, per una persona che si è preoccupata della sostenibilità per così lungo tempo.

RH: Per la gente che non ha ancora letto il libro, puoi raccontarci del 2052? Come sarà?

JR: E' un libro che descrive quanto più in dettaglio mi era possibile cosa accadrà da adesso al 2052, quindi è una storia sugli sviluppi del mondo durante i prossimi 40 anni. Ho concluso dividendo il mondo in 5 regioni, ho osservato gli Stati Uniti, la Cina, al resto del mondo industrializzato, alle grandi economie emergenti e al resto del mondo, è la mia previsione per il mondo è la somma delle previsioni per ognuna di quelle 5 regioni. 

Ad un livello molto globale, ciò che dice la previsione è che l'umanità cercherà con tutti i mezzi la crescita economica, la crescita del reddito per i prossimi 40 anni. L'umanità continuerà di cercare di mettere in campo o di avere accesso all'energia sufficiente per alimentare quelle economie. Continueremo a lavorare nei campi dell'efficienza energetica. Parleremo molto dei gas climalteranti e in una certa misura riusciremo a ridurne la produzione per unità di energia usata, ma non faremo abbastanza di queste cose, cosicché nel 2052 avremo +2° centigradi in più rispetto ai tempi preindustriali, che è la soglia di pericolo generalmente accettata, cioè quando la temperatura è di 2 gradi maggiore di quella del 1750. La scienza dice fondamentalmente che siamo sulla sul punto di fare un reale danno al mondo e se faccio girare i miei modelli un po' più in avanti, nel 2080, le temperature saranno di +3° centigradi al di sopra dei tempi preindustriali e questo secondo me è sufficiente per innescare il cambiamento climatico autosostenuto, scioglimento della tundra che quindi emetterà una grande quantità di metano, che renderà tutto molto, molto più caldo. Quindi per molti aspetti è una storia triste, i prossimi 40 anni, perché è una storia di un'umanità non all'altezza della situazione. D'altra parte, molte delle critiche al libro dicono che è una storia positiva e lenitiva, perché non prevedo una crisi – nessuna crisi reale, nessuna crisi alimentare, crisi petrolifera o quant'altro entro i prossimi 40 anni ed i miei critici dicono che un libro come questo non dovrebbe essere scritto, perché dicendo che non ci sarà una vera crisi nei prossimi 40 anni io avrei ulteriormente demotivato quella piccola risposta che avrebbe potuto esserci.

RH: Nel trailer del film di prossima uscita, "The Last Call" (L'ultima Chiamata), dici “la democrazia non risolverà questi problemi, abbiamo bisogno di un cambio di paradigma nel governo”. Cosa intendi con questo, la democrazia è compatibile con la risoluzione di questa crisi? E se no, cosa proponi al suo posto?

JR: Se vai al dunque, la ragione per cui l'umanità non risolverà il problema del clima durante i prossi 40 anni non è che è tecnicamente impossibile. Al contrario, è tecnicamente molto semplice. Tutti noi speriamo di costruire abitazioni ben isolate, sappiamo come fare auto elettriche e sappiamo come fare pannelli solari e pale eoliche anziché impianti a carbone. Le tecnologie esistono e le ragioni per cui non faremo abbastanza per il 2052 non sono perché sia tremendamente costoso farlo, probabilmente costa l'1-2% del PIL, che sostanzialmente significa che avremo un certo livello di ricchezza nel luglio 2020 anziché nel gennaio 2020. Questo significa posticipare la gratificazione da sei mesi a un anno, ecco cosa sarebbe bastato per risolvere il problema del clima.

Così quando fai la domanda “perché non facciamo niente?”, le tecnologie ci sono ed i costi per applicarle sono abbastanza limitati, la risposta è che la società, la società moderna come la conosciamo, è estremamente a breve termine. E' finemente regolata alla massimizzazione dei benefici a breve termine, in alcuni casi al costo dei problemi futuri, e le due maggiori istituzioni di oggi sono, naturalmente, la democrazia da un lato e il capitalismo dall'altro. Gran parte della gente accetta che il capitalismo è a breve termine, gran parte della gente sa che il capitalismo stanzia i capitali per progetti che hanno il ritorno più alto e il tasso di sconto usato (il peso posto sul futuro delle cose) è molto alto, questo significa che i capitalisti non stanziano i soldi per progetti che hanno gran parte dei benefici dopo 20 anni e stanziano i capitali per cose in cui i benefici arrivano in 4 anni o meno. Quindi potresti dire che per essere in grado di regolare il capitalismo in modo tale che dal punto di vista dei capitalisti sia più redditizio fare la cosa giusta, ciò che è socialmente utile anziché ciò che è più redditizio, e sì, questo è vero, e naturalmente è quello quello che stiamo cercando di fare quando abbiamo provato ad introdurre una tassa sul carbonio, una tassa sui gas climalteranti, significa fondamentalmente rendere meno redditizio fare impianti a carbone e più redditizio fare pale eoliche e cose del genere.

Ma lì puoi vedere la natura a breve termine della democrazia emergere come il vero problema, perché quando provi a far passare la legge che rende il combustibile o la potenza più costose a breve termine, gran parte della gente non vota per quei politici. In una società democratica è molto difficile avere le condizioni quadro intorno alle decisioni del commercio in modo tale che i commerci comincino a fare ciò che è socialmente utile piuttosto che ciò che è redditizio a breve termine. Il problema di base è che né il meccanismo del capitalismo né la società democratica mettono abbastanza enfasi sui benefici per i nostri nipoti e di conseguenza stiamo facendo oggi cose fondamentalmente a nostro beneficio che costeranno molto ai nostri figli e in particolare ai nostri nipoti. Questo non è inevitabile, si potrebbe facilmente fare in altro modo, la tecnologia esiste, i costi sono bassi, ma a causa della natura a breve termine della democrazia e del capitalismo non sarà fatto. Questo è il mio messaggio principale.

RH: Hai una qualche idea di come potrebbe essere per la democrazia un interesse a lungo termine o per evitare il cambiamento climatico l'unico modo è di introdurre una specie di legge marziale o cose del genere? 

JR: Ho già dato la risposta, sai cosa serve per fare in modo che la società capitalista stanzi il capitale per ciò di cui ha bisogno la società al posto di ciò che è redditizio. E questo è sostanzialmente un cambiamento in alcuni dei prezzi che stanno intorno al commercio, il più importante, naturalmente, è la tassa sui gas climalteranti. Se si potesse raggiungere un prezzo 10 volte tanto quello che è attualmente nel mercato europeo, o se si potesse far passare una carbon tax sul petrolio e sul gas, questo, nel mio libro, risolverebbe il problema in tempo. Ma come fai passare nelle società democratiche nel mondo una tale legislazione? E' questo il grande problema e dovresti cominciare chiedendo che la società democratica deleghi l'autorità a qualcuno sopra o oltre di essi nel breve periodo in modo da realizzare il bene a lungo termine. E la risposta è sì, i dittatori di Roma furono nominati per un periodo di tempo limitato, per essere in grado di far passare decisioni tecnocratiche in modo rapido quando Roma affrontava delle sfide.

Un altro esempio moderno più interessante è la banca centrale, che è un'istituzione inventata dalla società democratica in cui il parlamento sostanzialmente delega a qualcun altro per superare la situazione, quanto denaro stampare, e molte società democratiche hanno scelto di fare così, di gestire cioè la politica monetaria a condizioni di mercato. Il mio sogno sarebbe di fare la stessa cosa con i diritti di emissione dei gas climalteranti, che ci fosse una banca centrale per le emissioni di gas climalteranti che di fatto stanzi per ogni nazione il numero di diritti di emissione sotto i quali dovranno operare e questo, a mio modo di vedere, risolverebbe il problema. Quindi i miei critici direbbero che questo è ciò che facciamo coi negoziati alle Nazioni Unite sotto condizioni quadro sul cambiamento climatico, ma io risponderò che sì, questo è vero, ed abbiamo visto il dibattito andare avanti per 20 anni e non siamo arrivati da nessuna parte per 20 anni. Anche se l'obbiettivo è quello giusto, ho paura che le nazioni che partecipano a questi negoziati non raggiungeranno un accordo finché non sarà troppo tardi.

RH: Una delle supposizioni che fai nel libro è che credi che il numero di posti di lavoro sarà sufficiente a tenere il passo della forza lavoro per gran parte del tempo e quasi dappertutto, proprio come in passato. Ma, dato la crisi dell'Euro che si sta dipanando e il 50% di disoccupazione dei giovani ora in Spagna, per esempio, ci credi ancora?

JR: Sì, ci credo, e la ragione è che sto parlando del lungo periodo, ancora, di decennio in decennio. Non parlo di mese per mese, di trimestre in trimestre, di semestre in semestre, di anno in anno e non di elezione in elezione. Sto parlando di orizzonti dai 10 ai 20 anni. Credo fondamentalmente che la disoccupazione resterà entro un livello ragionevole se parliamo del lungo periodo, un orizzonte dai 10 ai 20 anni, semplicemente perché se la disoccupazione aumenta troppo, avremo disordini sociali e rivoluzione.

Credo che si vedano già gli esempi più semplici di questo in evoluzione. E' interessante per gente anziana come me e per la mia classe socio economica medio-alta, negli ultimi 40 anni, sai, abbiamo dato per scontato che le nostre pensioni sarebbero state pagate. Ora sembra che quei paesi che hanno prestato soldi agli Stati Uniti, alla Grecia e ad altri, anch'essi si aspettano che i loro soldi vengano restituiti. Pongo la domanda nel libro – ha senso che una persona di 28 anni, che passa un brutto momento nel mercato del lavoro e nel trovare un posto dove vivere sia bello almeno la metà di quello dei suoi genitori, debba ripagare il debito cresciuto negli ultimi 15-20 anni durante la vita felice dei propri genitori?

Dal mio punto di vista, se lo guardi da un punto di vista esterno, non vedo alcuna ragione. Questo è l'inizio della redistribuzione che avrà luogo quando la disoccupazione e la distribuzione asimmetrica dei benefici nella società moderna diventano troppo estreme.

RH: Questa è una delle cose che emergono in maniera forte per me – la tensione intergenerazionale che tu dici ci sarà. Tu sostieni che i giovani si contrapporranno sempre di più alla miseria che gli è stata lasciata con le pensioni, il cambiamento climatico, l'austerità e così via. Come pensi che se ne possa uscire? 

JR: Prima di tutto penso sia una dimensione molto importante da avere intorno, sai tenere in mente, e in secondo luogo la domanda su come i giovani si ribelleranno contro il vecchio in questo momento nel tempo e, ancora più interessante, come si ribelleranno le future generazioni contro il nostro attuale stile di vita. Riguardo ai giovani, mi sembra che ciò che vediamo nel sud dell'Unione Europea a questo punto potrebbe essere quel tipo di cosa. Fondamentalmente, che decidono contro il pagamento del debito. Se la persona che possiede il debito non fa la guerra – e non penso che la faranno – questa sarà una redistribuzione della ricchezza da quelli che prima erano ricchi a quelli che che hanno la parte corta del bastone. Se questo accadrà negli Stati Uniti è una domanda interessante, naturalmente, il paese nel mondo dove l'iniquità è aumentata in modo più drammatico durante gli ultimi 20-30 anni – perlomeno, il paese industrializzato dove l'iniquità è aumentata in modo più drammatico. Tuttavia se parli ai giovani americani l'idea di provare a mettere in piedi una rivoluzione, per controbilanciare la proprietà in quel paese, non sembra che sia dietro l'angolo, sai, l'idea della ribellione o della rivoluzione è molto lontana dal pensiero americano, nemmeno fra le tute blu che non hanno avuto un aumento salariale negli ultimi 30 anni.

RH: Il movimento di Transizione è concentrato su una localizzazione intenzionale come punto chiave della risposta alle minacce che identifichi. Scrivi nel libro, “su scala anche più ridotta, regioni lungimiranti all'interno di qualche nazione si concentreranno sempre di più nel gestire la propria decrescita inevitabile. Cercheranno di costruire resilienza locale a fronte del disordine economico mondiale e alla diminuzione dell'accesso all'energia a buon mercato. Per fare questo, organizzeranno sistemi che si affidano al cibo locale, all'energia locale e a programmi che rafforzino le economie regionali o locali”. Perché pensi che questo sarà su scala ancora più ridotta? Cosa pensi possa frenare questo approccio dal prendere piede, specialmente nel contesto del quale hai appena parlato di un'intera generazione di giovani che cercano attivamente modelli diversi?

JR: Sì, ci saranno sacche dove queste cose accadono, ma la ragione per la quale non accadranno su vasta scala è la stessa ragione per la quale non è accaduto durante gli ultimi 40 anni che ho seguito così da vicino. Quando ho cominciato a lavorare sui problemi della sostenibilità nel 1972, veramente nel 1970, la prima cosa che è successa è stata che si è manifestato l'equivalente del movimento di Transizione, raggruppato in torno a “Mother Earth News” ed altre riviste americane di sinistra e rivoluzionarie. L'entusiasmo era grande ma il numero di seguaci è rimasto ben al di sotto del 1% della popolazione mondiale. In seguito, negli anni 90, ho passato un decennio della mia vita a lavorare per il WWF. E' stato interessante vedere fin dove puoi arrivare con una grande ONG. Si era stabilizzata a circa 5 milioni di membri e, ancora una volta, è l'1% della popolazione mondiale che paga volontariamente 25 sterline all'anno per sostenere la conservazione della biodiversità. Quindi la mia principale risposta – e mi scuso per questo – è che non penso che più del 1-5 e probabilmente del 10% della popolazione educata delle regioni del mondo deciderà entro i prossimi 40 anni di sacrificare qualcosa oggi in modo da portare un beneficio ai nostri nipoti. Le mie argomentazioni sono basate sull'osservazione della nostra storia. Non riesco a vedere cosa potrebbe essere diverso nei prossimi 40 anni rispetto ai 40 passati.

RH: Quando ho preso il libro per la prima volta, c'era una parte che ho letto che ho trovato molto provocatoria, la parte dove parli del perché una delle tue raccomandazioni per la gente è che non dovrebbe insegnare ai loro figli ad amare la natura selvaggia perché non ne rimarrà alcuna. L'ho scritto su Transition Culture come provocazione per vedere cosa pensava la gente e questo ha provocato molto dibattito. Molta gente pensa che sicuramente il modo migliore per insegnare ai giovani come prendersi cura della Terra sia di far mettere loro radici nella natura selvaggia. Ora c'è anche questa sindrome identificata come “Disordine da deficit di Natura” per cui i giovani ai quali viene negato l'accesso alla Natura ed al selvaggio si chiudono su molti livelli e non si sviluppano nemmeno. Di sicuro se vogliamo avere una generazione che si prenda sufficientemente cura di questo pianeta e fare le cose che abbiamo bisogno di fare e che hai indicato nel libro, negare loro l'accesso alla natura selvaggia non è controproducente?

JR: Mi fa piacere che hai preso questo aspetto del libro perché è uno fra gli elementi più vicini al mio cuore. Ho passato 30 anni pieni della mia vita 'dall'altra parte' di quello di cui sto parlando ora. Fondamentalmente, credere che se solo avessimo potuto educare i giovani 30 anni fa, quelli che sono arrivati al potere ora, avrebbero deciso in modo completamente diverso. Come elettori, sarebbero anche stati molto di più a favore dei partiti Verdi, partiti che pensano al sacrificio di oggi per dare un futuro migliore ai nostri nipoti. La cosa triste è che ho sviluppato l'educazione ambientale nelle scuole in occidente e abbiamo lavorato molto duramente nel WWF per raggiungere centinaia di migliaia di insegnanti orientati ecologicamente educati in Cina e in altri luoghi ed ora vivo nella schifosamente ricca Norvegia, che è ricca oltre ogni altro paese sulla superficie della Terra, che ha avuto scuola di libero accesso per 50 anni a tutti i livelli, dall'asilo al dottorato, e dove la democrazia funziona ed ha funzionato per 50 anni, e nonostante questo non c'è una singola tendenza che ci sia una maggioranza di votanti che sia in qualche modo interessata a sacrificare alcunché nel breve termine per aiutare i nostri figli a lungo termine. Questo è il mio punto di partenza davvero pessimistico.
 
Quindi si può dire che sia un obbligo per i gentiluomini anziani come me di non dire questo, perché dovremmo sperare ancora che qualcosa cambi e divenga differente nei prossimi 40 anni e spero tu abbia ragione, ma ho scritto il libro proprio per scoprire quanto è necessario che mi preoccupi e non per altri scopi. Quindi, per il consiglio concreto di non insegnare ai nostri figli di amare le foreste vergini. La ragione per cui ho aggiunto quel consiglio lì è leggermente ironico, leggermente in modo da far realmente pensare la gente su quale inferno sta presentando ai propri figli e nipoti. Ma è anche perché, ripensandoci, quando penso ai miei ultimi 40 anni, quello che mi ha infastidito di più in questa incessante distruzione della Natura che è andata avanti, è che noi siamo diventati consapevoli di questo con Rachel Carson negli anni 60, quindi ho cominciato a lavorare duramente su questi problemi negli anni 70, ho lavorato duramente durante gli anni 90 nel WWF e per tutto questo tempo la barriera corallina veniva distrutta dai turisti e le foreste venivano tagliate a velocità folle, sempre più velocemente, l'introduzione dei disboscamenti a tappeto, ogni cosa bella e naturale è stata attaccata dalla maggioranza. Non è la società capitalista che lo sta facendo. Fondamentalmente sono i proprietari delle foreste e nel nostro paese ci sono decine e decine e decine di migliaia di coloro che preferiscono di gran lunga altre cento sterline in banca che uno sguardo alla foresta centenaria che gli cresce oltre l'uscio. Quindi la tristezza che ho dovuto vivere negli ultimi 30 anni, perché ho visto la natura andare sempre più veloce, non che la meritino i miei nipoti. E di conseguenza è molto meglio che si innamorino dei giochi al computer e della realtà virtuale dei quali ci sarà abbondanza nei prossimi 40 anni, che non cercare di amare l'ambiente incontaminato e tranquillo, di cui ce ne sarà molto meno, tristemente.

RH: Infine, scrivi che le tue scoperte sono desolanti, ma non quanto temevi potessero essere. Mi chiedevo quali motivi di ottimismo, se ci sono, si potrebbero trarre dal libro. Se fossi un teenager spagnolo, ad esempio, leggendo questo libro sentendosi già privi di futuro, con la disoccupazione al 50% e l'economia che cade a pezzi, cosa potrebbero prendere da questo libro che possa motivarli ed ispirarli a pensare?

JR: Fondamentalmente penso che quello che dovrebbero fare e che possono fare è prendere il proprio futuro in mano cominciando a costruire una società sostenibile da zero. Non è più complicato di così, devono abbassare diversi livelli in quanto a beni di consumo per un po', ma fondamentalmente significa cominciare a costruire la propria casa e costruirla in modo che non richieda molta energia, quindi cercare di accelerare o di spostare la fornitura energetica lontano da petrolio, carbone e gas e verso eolico e pannelli solari che cominciano ad esistere. Smettere di guidare automobili, smettere di spendere tutti i propri soldi in aerei ecc, e cercare di creare una comunità locale gradevole, proprio come sta cercando di fare il tuo movimento.

Perché allora si può chiedere: sarà abbastanza? Il 10% dei disoccupati hanno scelto di farlo. La risposta probabilmente è no, perché il cambiamento climatico avviene lo stesso. Il problema non diventa cruciale ancora per una generazione o due. Nel frattempo, c'è molta speranza e molte opportunità nel cercare di formare comunità più piccole che realmente trovino nuovi modi ed è questa la mia raccomandazione, e parlando ora del mio libro non ancora uscito, ho imparato che finisco sempre dicendo quali sono le quattro cose che la gente dovrebbe fare. Ecco cosa dovrebbe fare: punto primo, dovrebbe fare meno figli, particolarmente il mondo ricco, dovrebbe vedere vedere la popolazione mondiale declinare anziché crescere. La seconda cosa che dovrebbe fare è smettere di usare carbone, petrolio e gas, qualsiasi cosa usi questi per il riscaldamento o per l'elettricità dovrebbe essere lasciato perdere. La terza cosa che dovrebbe fare è cercare di impegnarsi per la redistribuzione globale e questo dovrebbe essere fatto nel senso che il mondo ricco dovrebbe costruire e pagare per un sistema energetico a basso impatto di carbonio nel terzo mondo, quindi, fondamentalmente, dovremmo costruire pale eoliche, pannelli solari e centrali idroelettriche è la cattura del carbonio e lo stoccaggio del mondo più povero darlo a loro, in modo che non spendano un'altra generazione a costruire strutture a carbone, petrolio e gas che dovranno poi essere smantellate prima che possiamo arrivare al vero punto.

E, infine, la quarta cosa. Dovrebbe essere rumorosamente a favore delle istituzioni sovranazionali, istituzioni che possano moderare la natura a breve termine degli stati nazionali. Significa fondamentalmente uscire fuori ed essere fortemente a favore di una forte Unione Europea che possa varare una legislazione ambientale che sia molto più radicale di quella della maggioranza degli stati membri, o essere a favore di una dura risoluzione nell'Euro +20. Be', sappiamo che non ci siamo riusciti, ma in qualche modo hanno provato a ottenere degli accordi internazionali e farli entrare in vigore e che realmente mettessero restrizioni su quello che le nazioni possono fare  dal punto di vista climatico. Queste sono le 4 cose che la gente dovrebbe fare e contemporaneamente cercare di costruire una comunità locale sostenibile.