Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 29 aprile 2012

Quando la domanda supera l'offerta: ragioni strutturali degli alti prezzi del petrolio

Da “The Oil Crash” del 14 settembre 2011. Traduzione di Massimiliano Rupalti





Guest post di Antonio Turiel


Cari lettori,

Mentre preparavo la conferenza che devo tenere questo sabato all'Espai La Caixa di Girona ho avuto modo di provare ad elaborare alcuni argomenti circa la carenza di petrolio, soprattutto a causa del divario osservato per oltre un anno fra l'offerta e la domanda di petrolio; alla fine le mie analisi sono risultate essere troppo complesse per presentarle nel contesto di una chiacchierata su aspetti più generali, ma il materiale risultante credo sia utile e illustrativo per fare un post. Eccolo.

I puristi mi diranno che offerta e domanda coincidono sempre per definizione, poiché si realizzano solo quando coincidono. Questo è certo, ma nel caso del petrolio c'è una piccola sottigliezza dovuta al fatto che i paesi e le industrie accumulano riserve di petrolio comprato in anticipo e questa dispensa genera certi piccoli scompensi fra il petrolio che si consuma e quello che si produce in modi diversi (ricordiamo che quello chiamiamo petrolio oggigiorno comprende petrolio greggio, che è quello che realmente si estrae dal sottosuolo, e poi tutta una pletora di petroli sintetici derivati dai liquidi del gas naturale, la trasformazione dello stesso gas naturale in qualcosa di equivalente al petrolio, i petroli sintetizzati dalle sabbie bituminose del Canada e i biocombustibili). Queste riserve, quelle strategiche delle nazioni e quelle industriali o operative che l'industria gestisce, hanno funzioni diverse. Le riserve strategiche sono pensate per far fronte ad interruzioni della fornitura di petrolio dovute a problemi principalmente geopolitici e coprono, su mandato della IEA (International Energy Agency), 60 giorni di fornitura per tutti i paesi OCSE, intendendo questa quantità come la domanda o le importazioni rispetto al periodo immediatamente precedente, quella che risulti essere maggiore fra le due quantità. In quanto alle riserve dell'industria, sono pensate per far fronte a fluttuazioni nell'arrivo delle petroliere e dei maggiori mezzi di fornitura e servono anche per ammortizzare l'aumento o il ribasso dei prezzi; in pratica l'industria è prossima ad avere anch'essa attorno ai 60 giorni di fornitura in magazzino.

Ho compilato i dati di tutte informative disponibili al pubblico su offerta e domanda di petrolio a livello globale, accessibili dalla pagine dell'Oil Market Report della IEA. Queste informative ci permettono di risalire indietro di soli 20 anni, ma per quello che intendiamo dimostrare è sufficiente. Dalle informative ho preso i valori trimestrali della fornitura e di domanda globale di petrolio (ricordate, queste due cifre non corrispondono a causa dello stoccaggio), prendendo la precauzione di prendere la cifra più aggiornata degli stessi (le stime iniziali per i quattro trimestri di un anno dato si revisionano e aggiornano nelle edizioni di due anni più tardi). Questi valori di produzione e domanda di petrolio si esprimono in milioni di barili giornalieri (Mb/g) che rappresentano il flusso medio durante il trimestre in corso. La curva della domanda riflette un chiaro andamento stagionale con picchi di consumo in estate e inverno, qualcosa di più addolcito rispetto a quella della produzione; per rendere l'insieme un po' più gradevole alla vista ho lavorato con valori “non-stagionali”, prendendo per ogni trimestre il valore medio di questo più i tre precedenti. Il risultato è mostrato nel seguente grafico:


Curve non-stagionali (nel senso che si riferiscono ad una media annuale, ndT.) di produzione (in rosso) e domanda (in verde) di petrolio su scala globale; dati dell'OMR e dell'IEA

Come si vede, entrambe le curve si intrecciano frequentemente, anche se come norma generale è la curva di produzione che di solito supera quella della domanda, a eccezione di questo ultimo anno. Ricordiamo che dal maggio 2010 la domanda si sta rivelando consistentemente superiore alla produzione di petrolio, con un deficit medio, per questo periodo di 16 mesi già trascorsi, di circa 1 Mb/g. Data la scala verticale del grafico qui sopra, è difficile apprezzare come siano significative le differenze fra la produzione e la domanda, così che la cosa migliore è prendere la differenza (calcolata come la produzione meno la domanda) e rappresentarla: 

Serie non-stagionale di produzione meno la domanda di petrolio su scala globale.


Si vede che normalmente la curva è a volte positiva (si produce più di quanto si consumi e pertanto l'eccedenza viene stoccata) e a volte negativa (si consuma di più di quanto si produca e la differenza proviene da quanto stoccato precedentemente). I periodi di deficit possono durare anche due anni (per esempio 2002-2004) anche se il deficit non è mai stato grande quanto adesso (intorno a 1 Mb/g). Accade così che le eccedenze (per esempio 1997-1999) erano di maggior entità dei deficit, ma quello che mostra il grafico è che le prime siano sempre più ridotte e, in modo preoccupante, per la prima volta l'ultima eccedenza sta per essere superata in grandezza dall'attuale deficit. Eppure, vedendo il grafico non possiamo sapere rapidamente qual è lo stato delle riserve globali in questo momento, o meglio, quanto siano cambiate dall'anno in cui comincia la serie. Per farsi un'idea completa di qual è lo stato delle riserve stoccate di petrolio, ciò che si deve fare è integrare questa serie, cioè, accumulare i valori di deficit e delle eccedenze col tempo (prendendo la precauzione di moltiplicare la produzione media giornaliera del trimestre per i 91,25 giorni che lo stesso ha in media) e così otteniamo una curva sul modo in cui sono cambiate le riserve stoccate di petrolio durante gli ultimi 20 anni.


Bilancio aggregato della differenza produzione-domanda di petrolio su scala globale.

La curva sopra ci dice che, nonostante i suoi alti e bassi, la quantità di petrolio stoccata in modo permanente è cresciuta tendenzialmente col tempo. Qui è giusto fare un chiarimento: oltre alle riserve operative e strategiche, ci sono altri tipi di stoccaggio, il più importante dei quali è lo stoccaggio fluttuante: i petrolieri che possono arrivare a stoccare più di 600 milioni di barili (Mb). Tuttavia è uno stoccaggio in genere abbastanza dinamico (a parte nel 2009, quando alcuni petrolieri persero mesi prima di scaricare) e, siccome la serie è non-stagionale ed ora integrata su un grande periodo di tempo, il suo impatto è trascurabile.

Vedendo la figura precedente arriviamo alla conclusione che, nonostante la tendenza al ribasso dell'ultimo anno, non c'è nulla di allarmante nell'evoluzione del differenziale di produzione-domanda, e in quel senso la differenza dal 2010 al 2011 non pare nemmeno un fatto eccezionale. Tuttavia, questa interpretazione è erronea tenendo conto di come funzionano le riserve strategiche ed operative. Ed è che, come ho detto, devono coprire insieme circa 120 giorni di consumo, di domanda; ma durante i 20 anni della serie mostrata lì sopra, il consumo ha continuato ad aumentare. Pertanto, si dovrebbe comparare la serie accumulata della differenza di produzione-domanda con la serie degli aumenti delle riserve stoccate delle nazioni. Sappiamo che le nazioni dell'OCSE risparmiano intorno a 120 giorni di consumo e ad una prima approssimazione considereremo che il resto delle nazioni faccia lo stesso. Ciò significa che l'incremento necessario delle riserve per le nazioni è come 120 per la differenza della domanda fra il punto attuale ed il punto iniziale della serie. Sottraendo quella serie di incrementi di riserve dalla serie accumulata dalla differenza produzione-domanda, otteniamo la serie seguente di scostamento tendenziale:


Scostamento tendenziale delle riserve per nazione su scala globale.

Quest'ultima serie, nel grafico subito sopra a queste righe, mostra fino a che punto le differenze osservate fra la produzione e la domanda si esplicano con la necessità di continuare ad ampliare le riserve stoccate per ogni nazione (strategiche + operative) nella misura in cui la domanda aumenta. Sarebbe normale se questa fosse piatta, costantemente uguale a zero, anche se logicamente, data l'inerzia dei meccanismi di risposta, ci si aspettano certe oscillazioni rispetto a questo valore. Tuttavia, ciò che si osserva è qualcosa di diverso. Verso il 1993 siamo incorsi in un deficit importante delle riserve stoccate per ogni nazione (probabilmente derivate dal sostenere i costi per l'uscita dalla crisi del 1991, la riunificazione tedesca e la drastica caduta della produzione nella ex URSS) e non torna alla stabilità fino al 1999. Stabilità che dura fino al 2003. A partire dal 2003, tuttavia, si produce un persistente e grande scostamento tendenziale, un grande svuotamento delle riserve stoccate per ogni nazione, che pertanto vengono fissate ad un livello di 800 Mb inferiore a quello cui si trovava solitamente. Verso il 2005 inizia un processo di riacquisto del petrolio per recuperare le riserve, il che probabilmente spiega perché nel 2005 i prezzi del petrolio iniziano e salire senza fermarsi finché, poco prima del 2008, si decide di abbandonare questa strategia e continuare a liberare riserve. Arriva la crisi del 2008, cade la domanda, cadono i prezzi e le riserve possono tornare a riempirsi, con petrolio a prezzi economici, ma il processo si arresta verso l'inizio del 2010 e da allora lo svuotamento delle riserve ha accelerato, giungendo a dimensioni mai viste prima di più di 1.000 milioni di barili. Ed il processo non si è ancora fermato. 

A questa analisi si potrebbe obiettare l'approssimazione grezza che ho adottato per valutare la relazione fra la domanda e la dimensione delle riserve. Così come nell'OCSE la differenza fra il valore reale delle riserve stoccate e quei 120 giorni di domanda non è troppo grande, è difficile sapere cosa facciano esattamente gli altri paesi, specie quelli tanto riservati come la Cina. Tuttavia credo che quest'analisi ci può dare una prima idea ed approssimazione dei processi che possono essere in corso.

Come conclusione del mio studio, i dati mostrano che dal 2003 si sta vivendo un processo storico di sussidio del prezzo del petrolio a costo dello spendere il petrolio che si aveva precedentemente o di non aggiornare le riserve seguendo quella che era la pratica normale. Questo trasferimento di rendimento petrolifero si è fermato nel 2005 e a partire da lì ha seguito una traiettoria complicata condizionata dalle alterne vicende economiche.

Nel momento attuale stiamo vivendo un'acutizzazione di questo processo, e ci siamo incamminati decisamente verso una maggiore riduzione delle riserve; pertanto mettendoci in una posizione peggiore rispetto al futuro. In questo momento, la caduta della domanda già osservabile dovrebbe abbassare il prezzo del petrolio, ma data la mancanza di 1,5 Mb/a della Libia, la discrepanza fra produzione e domanda non si è chiusa e questo porta a continuare lo svuotamento a discapito delle riserve di petrolio. Non alla velocità desiderabile per far abbassare il prezzo e questo in parte ha motivato la liberazione di 60 Mb delle riserve strategiche annunciate dalla IEA il giugno scorso , una sciocchezza in confronto all'ampiezza, di varie volte più grande, nel movimento osservato. Quindi il prezzo non si abbassa e se a un certo punto l'industria della distribuzione del petrolio decidesse che non può continuare a contrarre oltre le sue riserve perché complicherebbe l'esercizio dei suoi affari, dovremo tornare a comprare petrolio, il prezzo tornerà a salire con forza e ciò aggraverà la recessione che sta iniziando. L'unico modo per evitarlo sarebbe che la domanda cadesse da sé con ancora più forza, il che implicherebbe che la recessione è più grave di quanto ci aspettassimo. In conclusione: la nuova recessione che sta iniziando sarà molto più grande del previsto e molto più di quanto figuri nelle mappe degli economisti mainstream.

Saluti.
AMT


Appendice (del 16 settembre 2011): seguendo il suggerimento del commento di Roger O. e per dare un'idea della sensibilità di queste analisi, particolarmente la valutazione dello scostamento tendenziale alla cifra che si è usata per stimare le riserve globali (120 giorni di domanda), ho rifatto questo grafico valutando le riserve in 90 e 150 giorni di domanda.

Scostamento tendenziale a partire da riserve stimate in 90 giorni (linea verde), 120 giorni (linea rossa) e 150 giorni (linea azzurra) di domanda. 

Come si vede, le conclusioni qualitative del post continuano inalterate in questa classifica, cambiando solo la classifica quantitativa della detrazione delle riserve. Il grafico diventa positivo solo nella parte finale (ma con la tendenza negativa e raggiungendo lo zero alla fine del 2011) quando si prendono un po' meno di 60 giorni di domanda mondiale come stima del volume desiderato delle riserve su scala globale. 








giovedì 26 aprile 2012

martedì 24 aprile 2012

Al Casinò del clima può uscire lo zero o il doppio zero.

In seguito all’intervento di William Nordhaus pubblicato sul New York Review of Books (vedi il post “Perché sbagliano gli scettici del riscaldamento globale”), tre famosi “scettici”, Roger Cohen, William Happer e Richard Lindzen, hanno inviato una risposta, che è stata pubblicata assieme alla replica dello stesso Nordhaus, che contiene altri spunti interessanti su come demolire l’argomento che non conviene agire perché ci sono ancora alcune incertezze nella scienza del clima .
 
Pubblichiamo in parallelo con Climalteranti la traduzione di di Massimiliano Rupalti.

Risposta a William Nordhaus di Roger Cohen, William Happer e Richard Lindzen

Sulla New York Review of Books del 22 marzo 2012, William Nordhaus esprime un’opinione sul perché “sbagliano” gli scettici del riscaldamento globale in generale, e i sedici scienziati ed ingegneri che hanno scritto due editoriali sul Wall Street Journal (1) in particolare. Siamo tre di quei sedici scienziati e rispondiamo qui al Professor Nordhaus.

Il saggio del Professor Nordhaus contiene sei punti. Il primo punto rigira il fatto ovvio che non c’è stato nessun riscaldamento statisticamente significativo per circa quindici anni, in un’affermazione che non abbiamo fatto, cioè che non c’è stato riscaldamento durante gli ultimi due secoli. Il Professor Nordhaus continua a confondere questo con il problema dell’ attribuzione: per esempio, determinare di cosa ha causato il riscaldamento. L’attribuzione è una materia distinta. Mentre ci sarebbe molto da ridire sulle registrazioni delle temperature, è generalmente accettato il fatto che ci sia stato un aumento della temperatura media globale simile a quella mostrata nel primo grafico del Professor Nordhaus.

Il periodo precedente di due o tre secoli era molto più freddo ed è conosciuto come la Piccola Era Glaciale. Una registrazione più lunga avrebbe ovviamente mostrato periodi ancora precedenti come ugualmente caldi se non più caldi di quello presente.
L’osservazione che gli ultimi anni comprendono alcuni degli anni più caldi mai registrati non implica affatto un riscaldamento futuro, così come i massimi registrati dalla borsa non implicano un mercato futuro in costante crescita. Il fatto che il riscaldamento sia molto rallentato implica, per lo meno, l’esistenza di altri processi attualmente in competizione con l’aumento costante di gas serra.

Il secondo punto riguarda la nostra osservazione sugli attuali modelli climatici che sembrano esagerare il riscaldamento dovuto alla CO2. Questo ha  a che fare con problema cruciale della sensibilità climatica, l’aumento della temperatura causato da un raddoppio della CO2. Il Professor Nordhaus presenta due grafici del rapporto del 2007 dell’IPCC (2) che pretende di mostrare che, senza le emissioni antropogeniche, i modelli simulano con successo le temperature medie fino a circa il 1970 ma non riescono a farlo da lì in poi. Questa è la base della dichiarazione dell’IPCC secondo la quale è probabile che la maggior parte del riscaldamento degli scorsi 50 anni sia dovuto alle emissioni umane. Una procedura simile esige che il modello includa correttamente tutte le altre fonti di variabilità. Tuttavia, viene riconosciuto che il fallimento dei modelli nel prevedere lo iato nel riscaldamento durante gli scorsi 15 anni indica che tale condizione non sia stata soddisfatta. (3) Inoltre c’è il fatto imbarazzante che i modelli non riproducono il riscaldamento dal 1910 al 1940, che è quasi identico a quello dal 1970 al 2000, ma è avvenuto prima che le emissioni umane divenissero tali da essere considerate importanti.

Per quanto riguarda la sensibilità del clima, va notato che l’IPCC si riferiva a tutte le emissioni umane e non alla sola CO2. La ragione è che senza l’effetto raffreddante degli aerosol che si formano con certe emissioni, i modelli sovrastimano significativamente il riscaldamento da gas serra. Tuttavia, ogni modello aveva bisogno di un valore diverso per annullare l’effetto degli aerosol (4). La mancata coerenza significa che gli aerosol erano un mero fattore di aggiustamento per portare i modelli ad accordarsi alle registrazioni storiche, pur mantenendo un’elevata sensibilità del clima. Pertanto, l’affermazione che i modelli non possono rendere conto del riscaldamento dopo il 1970 senza includere le emissioni umane, è priva di significato scientifico.

Il terzo punto è la nostra affermazione secondo la quale la CO2 non è un inquinante, forse basata su una definizione comune, da dizionario, di inquinante. L’Oxford English Dictionary definisce “agente inquinante; esp. una sostanza nociva o tossica che inquina l’ambiente”. Secondo il Professor Nordhaus, “contestare che la CO2 sia un inquinante è un accorgimento retorico”. Ritiene invece definitiva la decisione della Corte Suprema, sottoscritta da 5 giudici su 4. In effetti, la maggioranza della Corte Suprema non ha stabilito che la CO2 è un inquinante, ha semplicemente preso atto che la definizione del Clean Air Act è così ampia che la CO2 rientra in quello statuto, senza considerare i fatti in materia.

Il consenso di un economista (Richard Tol) viene poi assunto a conferma dell’esistenza di esternalità specifiche associate alla CO2. Noi consideriamo tale riferimento come il vero “accorgimento retorico” perché oscura i problemi scientifici-chiave: come sapere se questa componente critico della biosfera terrestre causerà un riscaldamento globale significativo e distruttivo.

Con un altro svolazzo retorico, il quarto punto del Professor Nordhaus ci fa dire, travisandoci, che “i climatologi scettici vivono in un regime di terrore, temendo per la propria sopravvivenza professionale e personale”. Questa reductio ad absurdum è inappropriata, ma osserviamo che individui come il climatologo James Hansen, il militante ambientalista Robert Kennedy Jr e l’opinionista Paul Krugman hanno trattato chi critica l’allarme sul clima da “traditori del pianeta”. Abbiamo osservato il sistematico licenziamento di direttori di riviste che pubblicavano articoli peer-reviewed che mettono in discussione l’allarme sul clima, così come le paure legittime dei docenti fuori ruolo, la cui promozione dipende dalle loro pubblicazioni e da finanziamenti. Osserviamo qui che direttori, quale Donald Kennedy della prestigiose rivista Science, si sono dichiarati contrari a pubblicare articoli i cui risultati sono in opposizione al dogma sul clima (5). Le e-mail del Climategate (6) descrivono specificamente queste tattiche e numerosi esempi sono stati dati da Richard Lindzen (2012) (7). Se nella scienza è normale difendere i paradigmi esistenti, l’attuale situazione è chiaramente patologica nell’imporre la conformità. Non possiamo parlare della situazione in economia, ma l’idea che le voci dissidenti e le nuove teorie siano incoraggiate nella scienza del clima è decisamente sciocca, anche se il Professor Nordhaus ha ragione nel vedere un tale incoraggiamento come cruciale per una scienza sana.

Sfortunatamente, l’attuale situazione delle scienze del clima è ben lungi dall’essere sana. Il Professor Nordhaus ci contribuisce quando soccombe alla falsa analogia con il tabacco e richiamando i leader politici a “essere molto attenti ad impedire ai mercanti di dubbio di inquinare [sic]  il processo scientifico” non è atipico nella situazione attuale.

Il quinto punto del Professor Nordhaus è che nulla dimostra l’influenza del denaro. Noi semplicemente osserviamo che dai primi anni Novanta i finanziamenti per la scienza del clima sono aumentati di 15 volte e che la maggior parte di questi finanziamenti scomparirebbero in assenza di allarme. L’allarmismo climatico alimenta un’industria da cento milioni di dollari, che va ben al di là della mera ricerca.

Gli economisti normalmente sono sensibili alla struttura degli incentivi, così è curioso che gli enormi incentivi per promuovere l’allarmismo climatico non siano presi in considerazione dal Professor Nordhaus. Non ci sono incentivi lontanamente comparabili da parte della posizione contraria, quella delle industrie che, egli dichiara, sarebbero danneggiate dalle politiche che sostiene.

Nel suo sesto punto, il Professor Nordhaus dice che non abbiamo riportato in modo appropriato i suoi risultati, laddove diciamo che “il miglior rapporto costi-benefici si raggiunge con altri 50 anni di sviluppo economico non intralciato da un controllo dei gas serra”. Egli obbietta che non questo rapporto, ma i benefici netti sono il metro di misura adeguato: “Nozioni di base di economia aziendale e di costi-benefici insegnano che quel rapporto non è il criterio corretto per scegliere investimenti e interventi.”
Eppure i calcoli del rapporto costi-benefici sono evidenziati nelle tabelle di riepilogo 5-3 del suo libro A Question of Balance (8). Infatti, questo rapporto è spesso usato come guida nel mondo degli investimenti veri. Una ragione è che può essere relativamente insensibile alla scelta del tasso di sconto e quindi può dare una visione più robusta, mentre i benefici netti possono essere estremamente sensibili a questa scelta (torneremo su questo punto più avanti).

Sia il rapporto costi-benefici sia i benefici netti hanno la loro utilità. Ma il metro di misura utilizzato è importante. La differenza fra la politica ottimale della carbon tax del Professor Nordhaus e un rinvio di 50 anni è economicamente o climaticamente insignificante date le grandi incertezze sulla [1] futura crescita economica (comprese le riduzioni nell’intensità delle emissioni di carbonio); [2] la scienza fisica (per esempio la sensibilità climatica); [3] i futuri impatti ambientali positivi e negativi (per esempio, la “funzione del danno” economico); [4] la valutazione dei costi e dei benefici economici a lungo termine (per esempio il tasso di sconto) e [5] il processo politico internazionale (per esempio l’impatto di una minor partecipazione).

Il Professor Nordhaus calcola in 0,94 mila miliardi di dollari la differenza fra i benefici netti delle due posizioni, cioè il 4% soltanto del massimo di 22,55 mila miliardi calcolati per il presunto danno ambientale. I risultati sono dati da tre o quattro cifre significative. Tuttavia non disponiamo neppure di una singola cifra significativa per sapere quale sia il motore di tutto questo: la sensibilità climatica.
Questa differenza relativamente piccola, in effetti sia positiva che negativa, dipende in modo cruciale da fattori tipo quelli elencati sopra, in particolare dal valore della sensibilità climatica. Il Professor Nordhaus sceglie 3,0° C per il raddoppio della CO2 (9), un valore che l’evidenza empirica suggerisce essere molto esagerato (10). Per illustrare il punto, nel caso di una sensibilità climatica di 1° C – un valore suggerito da una serie di studi empirici – il modello DICE del Professor Nordhaus calcola che i benefici netti della politica ottimale scendono da circa 3 mila miliardi i di dollari a un costo netto di circa mille miliardi e il rapporto costi-benefici precipita da2,4 a 0,5. La politica del rinvio di 50 anni è dunque ampiamente preferibile.

Ci viene richiesto di prendere sul serio la differenza calcolata fra le due posizioni nonostante il risultato (11) del Professor Nordhaus secondo cui, rispetto a un rinvio, le misure ottimali in definitiva fanno “risparmiare” appena uno 0,1 ° C di riscaldamento globale. Per mettere il dato in prospettiva, 0,1° C  è all’incirca il 10% del riscaldamento osservato dal1850 in poi, ed è una tipica fluttuazione tra un anno e l’altro. Il modello DICE  prevede che questa sottile differenza avvenga da50 a 200 anni nel futuro, quando i modelli climatici non sono nemmeno riusciti a fare previsioni a 20 anni.
Inoltre, come delineato nei nostri editoriali, è riconosciuto che i forti impatti ambientali negativi assunti in funzione di un danno economico nel modello DICE sono estremamente incerti. Esistono benefici potenziali netti da un aumento della CO2 atmosferica, in particolare per una bassa sensibilità climatica (per esempio nella produzione agricola e di legname) (12).

Non siamo i primi ad osservare che la politica ottimale della carbon tax del Professor Nordhaus è difficilmente distinguibile da quella del rinvio. Per esempio, in un saggio intitolato “La carbon tax di Nordhaus: una scusa per non fare niente?” (13) e uscito poco il libro del Professor Nordhaus, l’economista Clive Hamilton ha scritto che “per alcuni dei contrari a ogni azione, il sostegno a una carbon tax è diventata la tattica di moda”. Sostenitori come il Dr. Hamilton e Sir Nicholas Stern favoriscono un tasso di sconto di gran lunga al di sotto di qualsiasi valore usuale in un’economia di mercato, perché altrimenti – secondo  Hamilton –  “gli interessi delle future generazioni scompaiono dall’analisi”. Insieme agli scenari dei danni climatici molto esagerati, è necessario per giustificare aggressivi interventi a breve termine come quelli proposti da Gore e Stern (14). Dal momento che i benefici netti calcolati per un orizzonte di duecento anni sono estremamente sensibili alla scelta del tasso di sconto, il dibattito sul tasso di sconto è molto più che tecnico.

Così, se si considera la natura e la grandezza delle incertezze per la sensibilità climatica, la funzione del danno economico e il tasso di sconto, è difficile capire perché il Professor Nordhaus difenda una differenza tra i vari interventi tutto sommato  minuscola  rispetto a tali incertezze.

Il punto più importante qui è che le incertezze nella scienza fisica ed economica vanno prese in giusta considerazione. Come suggerito sopra, un’incertezza-chiave nell’analisi economica può essere trattata esaminando l’impatto economico di valori realistici per la sensibilità climatica. Abbiamo visto che una sensibilità climatica probabilmente piccola trasforma i valori di politica economica da ottimali a fortemente negativi. Madre Natura continua a dirci che la sensibilità del clima si trova probabilmente al di sotto della forbice considerata dal Professor Nordhaus (15). Ciò non sorprende perché la scelte dei suoi valori più probabili e i suoi “spread” statistici sono stati fortemente influenzati da una serie di modelli climatici accomunati da parecchi problemi, che hanno esagerato il riscaldamento passato. Queste considerazioni rendono l’opzione del Professor Nordhaus, di ritardare gli interventi di 50 anni, la scelta più saggia.
Roger W. Cohen
Membro dell’American Physical Society
Non riceve finanziamenti e dichiara di non avere conflitto di interessi.

William Happer
Professore di Fisica all’Università di Princeton
La sua ricerca è finanziata dallo United States Air Force Office of Scientific Research.
Dichiara di non avere conflitto di interessi.

Richard Lindzen
Professore di Scienza Atmosferica, MIT.
Le sue ricerche sono state finanziate dalla NSF (Nationl Science
Foundation), dalla NASA e dal DOE (Department of Energy).
Al momento non percepisce alcun finanziamento e dichiara di non avere conflitto di
interessi.

1. Claude Allègre et al., “No Need to Panic About Global Warming”,The Wall Street
Journal, 27 gennaio 2012; Claude Allègre et al., “Concerned Scientists Reply on
Global Warming, The Wall Street Journal online, 21 febbraio 2012.
2. Climate Change 2007: The Physical Science Basis: Contribution of the Working
Group I to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on
Climate Change, a cura di S. Solomon et al., Cambridge University Press, 2007,
p. 687.
3. D.M. Smith, S. Cusack, A.W. Colman, C.K. Folland, G.R. Harris, J.M. Murphy,
Improved Surface Temperature Prediction for the Coming Decade from a
Global Climate Model”, Science, vol. 317 (2007); N.S. Keenlyside, M. Latif, J.
Jungclaus, L. Kornblueh, and E. Roeckner, “Advancing Decadal-Scale Climate
Prediction in the North Atlantic Sector”, Nature, vol. 453 (2008).
4. J.T. Kiehl, “Twentieth-Century Climate Model Response and Climate
Sensitivity”, Geophysical Research Letters, vol. 34 (2007).
5. D. Kennedy, “Science, Policy, and the Media,” Bulletin of the American Academy
of Arts & Sciences, vol. 61 (2008).
6. I documenti completi sul Climategate si possono facilmente trovare sul web. Un
breve riassunto è disponibile http://www.climateaudit.info/pdf/mcintyreheartland_
2010.pdf.
7. R.S. Lindzen, “Climate Science: Is It Currently Designed to Answer Questions?
Euresis Journal (in stampa).
8. William D. Nordhaus, A Question of Balance: Weighing the Options on Global
Warming Policies,YaleUniversity Press, 2008.
9. Nordhaus, id., p. 45.
10. Prove di una bassa sensibilità climatica possono essere trovate nella letteratura scientifica e online. Sono i risultati da una varietà di approcci empirici, compresi (1) analisi di serie temporali delle temperature; (2) esame delle risposte ad eventi climatici transitori delle radiazioni in uscita dalla Terra; (3) studi calorimetrici del sistema oceano-atmosfera; (4) meccanismi secolari di cambiamento climatico dovuti alla circolazione oceanico e a influenze astronomiche; e (5) trasferimenti di calore radiante e convettivo negli oceani e nell’atmosfera.
11. Nordhaus, A Question of Balance, Table 5–8.
12. The Impact of Climate Change on the United States Economy, a cura di Robert
Mendelsohn e James Neumann,CambridgeUniversityPress, 1999; Robert
Mendelsohn, The Greening of Global Warming, AEI Press, 1999.
13. Clive Hamilton, “Nordhaus’ Carbon Tax: An Excuse to Do Nothing?”, 4 Maggio
2009.
14. Nordhaus, A Question of Balance, p. 18.
15. Nordhaus, id., p.127.


Replica di William Nordhaus:

Nel leggere la lettera di Roger Cohen, William Harper e Richard Lindzen (CHL), ho avuto la sensazione di trovarmi in una rissa da bar. Difendono l’articolo dei sedici scienziati sul Wall Street Journal sparando a vista una raffica di lamentele su chiunque si muova, inclusi il direttore di Science Donald Kennedy, climatologi ai quali sono state rubate le email, l’opinionista Paul Krugman, il biologo Paul Ehrlich, l’attivista Robert Kennedy Jr., l’economista Nicholas Stern e persino l’ex vice presidente Al Gore.

Una volta diradati i fumi però, guardi da dietro il tavolo e quello che vedi può essere riassunto in un singolo punto centrale. Sostengono che il riscaldamento globale è pieno di incertezze, ma i suoi pericoli sono stati sistematicamente esagerati dai climatologi. In questa replica, esaminerò gli elementi chiave. All’inizio CHL sono d’accordo sul fatto che da un secolo le temperature globali sono davvero aumentate. Ecco superato almeno uno degli ostacoli posti dagli scettici del
cambiamento climatico.

Nel loro articolo originale, affermavano che le temperature sono diminuite durante
l’ultimo decennio. A mia volta ho spiegato che, siccome gli andamenti annuali nelle temperature sono molto volatili, i declini decennali contengono poca informazione. Ecco un modo utile per capirlo: abbiamo una lettura della temperatura media globale dal 1880 al 2011 (mostrata nella figura del mio articolo).

Calcoliamo il cambiamento decennale della temperatura per ognuno dei 122 anni a disposizione. Di questi, 41 mostrano un declino. In altre parole, se prendessimo un anno a caso, c’è una possibilità su tre che sia negativo. In serie così volatili, gli andamenti a breve non danno informazioni sulle tendenze a lungo termine (a). Ultimo commento sulla loro discussione: sa di trito, di gente che ripete vecchi argomenti che non riflettono la scienza attuale. Nel cercare prove del cambiamento climatico causato dall’uomo, gli scienziati non si sono limitati alla temperatura media globale. Hanno trovato svariati indicatori del riscaldamento provocato dagli esseri umani, compreso lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte di ghiaccio, il contenuto di calore degli oceani, gli schemi seguiti dalle piogge, l’umidità atmosferica, il prosciugamento dei fiumi, il raffreddamento della stratosfera e l’estensione del ghiaccio marino dell’Artico. Coloro che guardano solo alla tendenza della temperatura globale sono come investigatori che usano solo le deposizioni dei testimoni oculari e ignorano prove basate sulle impronte digitali e sul DNA.

Nella risposta di CHL, il secondo punto riguarda i modelli climatici. Quelli valutati dall’IPCC, ho fatto notare, mostrano che nel secolo scorso, le tendenze delle temperature durante l’ultimo secolo non si spiegano con le sole forzanti naturali (tipo eruzioni vulcaniche) . L’IPCC ha indicato che l’aumento a lungo termine delle temperature globali durante l’ultimo secolo si spiega solo se l’influenza della CO2 e di altri fattori umani è introdotta nei modelli.

CHL non contestano il fatto che le simulazioni dei modelli siano in grado di catturare le tendenze della temperatura globale. Piuttosto, ritengono che i modelli sovrastimino la sensibilità del clima alle concentrazioni atmosferiche di CO2 (b). Questo punto viene studiato intensamente da oltre trent’anni. Diversi modelli climatici mostrano diverse sensibilità climatiche e le differenze fra loro non sono state risolte. Il valore potrebbe essere più piccolo o più grande di quanto accettato comunemente, ma CHL non hanno alcuna tesi o dato per dimostrare che hanno ragione e gli altri hanno torto. Ritornerò sul problema delle incertezze nell’ultimo punto (c).

I successivi tre punti sono polemici e di scarso significato scientifico. A sorpresa, l’affermazione dei sedici scienziati “la CO2 non è un inquinante” è difesa con un riferimento a un comune dizionario, non a una fonte scientifica (d). Ma alla fine CHL concordano: il vero problema è se questa “componente causerà un riscaldamento globale significativo e distruttivo”. Ciò riporta semplicemente il dibattito al tema centrale.

Li ho anche criticati per aver detto che gli scettici del cambiamento climatico sono sottoposti a un regime di terrore, come i genetisti sovietici nell’era Lysenko; essi respingono la mia critica come uno “svolazzo retorico”. Se non intendevano paragonare  la situazione dei genetisti sovietici a quella degli scettici del clima occidentali, perché hanno citato quell’esempio? La mossa somiglia a quella del candidato alle elezioni che sorride bonario e dice “non chiamerei mai il mio oppositore comunista”.

Come quinto punto, CHL difendono il loro argomento secondo cui la scienza del clima è corrotta dalla necessità di esagerare il riscaldamento per ottenere fondi di ricerca. Elaborano questo argomento affermando che “Non ci sono incentivi lontanamente comparabili da parte della posizione contraria, quella delle industrie che, egli dichiara, sarebbero danneggiate dalle politiche che sostiene”.

Il paragone è grottesco. Per mettere qualche fatto sul tappeto, confronterò due casi: quello della mia università e quella del precedente datore di lavoro del Dr. Cohen, Exxon Mobil. All’Università di Yale dove lavoro, nell’ultimo decennio i fondi federali per le ricerche sul clima sono stati in media di 1,4 milioni all’anno, lo 0,5% degli introiti totali del 2011.

Per contro, nel 2011 le vendite di Exxon Mobil per la quale il Dr. Cohen ha lavorato come direttore della pianificazione e dei programmi strategici, sono state pari a 467 miliardi. Exxon Mobil produce e vende principalmente combustibili fossili, che emettono grandi quantità di CO2. Una tassa sostanziale sulle emissioni di CO2 ne aumenterebbe il prezzo e ridurrebbe le vendite di prodotti quali petrolio, gas e carbone.

Da diverse inchieste, risulta che Exxon Mobil abbia perseguito il proprio interesse economico operando per minare la scienza climatica ufficiale. In un rapporto della Union of Concerned Scientists, si legge che “fra il 1995 e il 2005, haincanalato circa 16 milioni di dollari a una rete di organizzazioni ideologiche e promozionali per fabbricare incertezza” in merito al riscaldamento globale (e). Per minare di soppiatto la scienza, ExxonMobil ha speso più di quanto l’università di Yale ha ricevuto per stabilirla.

Alla fine della loro risposta, CHL tornano all’economia del cambiamento climatico e agli interventi pubblici. Dicono due cose importanti: la differenza fra l’agire ora e il non fare niente per 50 anni è “insignificante sia economicamente che climaticamente” e le questioni politiche sono dominate da grandi incertezze.

La differenza fra agire ora e aspettare 50 anni è davvero “economicamente insignificante”? Data la rilevanza della domanda, ho ricalcolato la cifra usando i modelli più recenti. Riportata ai prezzi del 2012, la perdita è di 3,5 mila miliardi di dollari, il foglio di calcolo è disponibile sul web per chi volesse verificare di persona (f). Se gli scettici del clima pensano davvero che sia una cifra insignificante, non dovrebbero obiettare a spese molto inferiori per cominciare da ora a rallentare il cambiamento climatico.

Il punto più importante però è che l’economia e gli interventi del cambiamento climatico hanno grandi incertezze. CHL ne hanno menzionate cinque: crescita economica, scienza fisica, impatti del cambiamento climatico, politica e tasso di sconto. Gli economisti hanno fatto grandi sforzi per includerle nei loro modelli. Tuttavia, altre incertezze si sono rivelate molto più resistenti ai nostri tentativi. La prima riguarda le minacce al “patrimonio culturale e naturale” (per citare le parole della World Heritage Convention dell’UNESCO), di cui i grandi ghiacciai, la biodiversità marina e terrestre, siti archeologici, città e insediamenti storici.
L’innalzamento del livello dei mari, per esempio, rappresenta una grave minaccia per Londra e Venezia e per diversi ecosistemi delle pianure costiere (g). Ecologisti ed economisti non sono stati in grado di trovare modi affidabili di includere queste minacce nei modelli economici. Una seconda incertezza, più pericolosa ancora, riguarda i “tipping points” (punti di non ritorno) nel sistema terrestre su scala globale, come il collasso delle calotte di ghiaccio in Groenlandia e in Antartide, il cambiamento della circolazione oceanica, i processi per i quali il riscaldamento innesca altro riscaldamento e l’acidificazione degli oceani (h).

La tesi di CHL è che le incertezze si risolveranno probabilmente a favore dell’inazione piuttosto di una forte azione politica per rallentare il cambiamento climatico e, in ogni caso, spiegano, date le dimensioni delle incertezze gli interventi politici non hanno molta importanza.

Le incertezze hanno buone probabilità di risolversi a favore dell’inazione? Se sapessimo la risposta, non saremmo incerti, ovviamente. Ma i modelli economici hanno tentato di riflettere lo stato della conoscenza scientifica e le incertezze, così come si riflettono nelle valutazioni migliore e non pregiudiziali. Su un aspetto trattato abbastanza a lungo e sul quale è possibile dare un giudizio – l’impatto sul clima dell’aumento delle concentrazioni di CO2 – la scoperta interessante è che dopo un’analisi approfondita fatta nel 1979 le valutazioni sono cambiate di poco.

Le conclusioni di CHL hanno però il grave problema di ignorare i pericoli delle incertezze del cambiamento climatico. Per illustrarli, immaginiamo di giocare alla roulette al Casinò del clima. Ogni volta che la roulette si ferma, risolviamo una delle incertezze. La scommessa migliore, al momento, è che il raddoppio della CO2 aumenterà le temperature di3°C; se la pallina finisce sul nero sarà di2°C; sul rosso di4°C. Allo stesso modo, una pallina in una casella nera porterà a danni minimi da una certa quantità di riscaldamento e nella casella rossa a un riscaldamento molto più alto del previsto. Al prossimo giro, una pallina sul nero produrrà una bassa e rallentata crescita di emissioni di CO2, sul rosso una loro crescita rapida. E così via.

Al Casinò del clima però, la pallina può anche fermarsi sullo zero o sul doppio zero. Se si ferma sullo zero, perdiamo quantità significative di specie, ecosistemi e luoghi di interesse culturale come Venezia. Se si ferma sul doppio zero, vinciamo uno spostamento anticipato del sistema climatico terrestre, come una rapida disintegrazione della calotta glaciale in Antartide occidentale.

CHL ritengono che in realtà la pallina si fermerà sempre nella casella nera. Possiamo sperarlo, ma su cinque giri di ruota le probabilità di un tale risultato sono soltanto una su 50 (i). E quando le diverse incertezze interagiscono, la non linearità del sistema fisico aumenta la probabilità di esiti più costosi. Poniamo, per esempio, che le incertezze climatiche siano maggiori e gli impatti fossero molto più dannosi del previsto. I danni sarebbero sproporzionatamente più grandi rispetto a quelli della “migliore delle ipotesi”.

CHL capovolgono il senso dell’incertezza. Una politica sensata pagherebbe un premio per evitare di giocare alla roulette al Casinò del clima. Vale a dire che nei modelli economici, i costi del non far nulla per 50 anni sono sottostimati perché non possono includere tutte le incertezze, né quelle note come la sensibilità climatica, né quelle dello zero e del doppio zero come i punti di non ritorno e le incertezze tuttora ignote.
Gli argomenti dei sedici scienziati nel Wall Street Journal, nella loro risposta qui e altri attacchi contro la scienza e l’economia del clima sono a volte gravi e a volte insensati. Ci viene detto che non possiamo agire perché gli scienziati non sono sicuri al 100%  del riscaldamento globale che avverrà. Ma un bravo scienziato non è mai sicuro al 100% di un fenomeno empirico. Il famoso fisico Richard Feynman aveva colto la portata dell’incertezza scientifica:

Qualche anno fa ho avuto una conversazione sui dischi volanti con un non addetto ai lavori… “Non penso che esistano,” ho detto io.  “È impossibile che esistano dischi volanti? Può dimostrare che è impossibile?” ha chiesto il mio antagonista.
 “No”, gli ho detto, “non posso provare che sia impossibile. È solo molto improbabile”. Al che ha risposto, “Lei è poco scientifico. Se non può provare che è impossibile, come può dire che è improbabile?”? Ma è proprio così il modo scientifico. È scientifico dire soltanto cos’è più probabile e cosa lo è di meno e non provare sempre il possibile e l’impossibile (j).

Questa storia ci ricorda come procede la scienza. È possibile che il mondo non si scalderà negli anni a venire. È possibile che gli impatti saranno piccoli. È possibile che sarà inventata una tecnologia miracolosa per estrarre CO2 dall’atmosfera a basso prezzo. Viste le prove che già abbiamo però, sarebbe sciocco scommettere su questi risultati solo perché sono possibili.

In fin dei conti questa rissa da bar è solo un divertente diversivo. Scienziati, economisti e politici hanno problemi seri da risolvere, oltre a schivare le distrazioni. Dobbiamo continuare a migliorare le conoscenze scientifiche, particolarmente degli impatti del cambiamento climatico; dobbiamo intervenire per aumentare il prezzo di mercato del carbonio e fornire così incentivi alle famiglie per modificare i consumi e passare a una dieta a basso tenore di carbonio; dobbiamo anche aumentare i prezzi del carbonio per segnalare a imprese come Exxon Mobil che il loro futuro sta nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione di carburanti a basso tenore di carbonio e dobbiamo escogitare un meccanismo che unisca le nazioni in uno sforzo globale e non limitato all’Europa nord-occidentale. Tutti questi sforzi devono iniziare adesso, non fra 50 anni.

Note

a) Più in generale, si può considerare come segue. Poniamo che, sulla base dei dati storici, la temperatura abbia la tendenza ad aumentare in media di0,006°Call’anno ed una variabilità casuale (deviazione standard per un normale errore) di0,133°Call’anno. Statistiche elementari mostrano che questo processo ha declini decennali delle temperature nel 44% degli anni.

b) Più precisamente, CHL sostengono che le stime correnti della sensibilità climatica agli aumenti di CO2 e altri gas serra siano esagerate. Il termine tecnico è “equilibrio della sensibilità climatica”, che è l’equilibrio o la media del riscaldamento della superficie a lungo termine a seguito di un raddoppio della concentrazione della CO2 atmosferica.

c) CHL sostengono inoltre che i dati immessi nei modelli di simulazione del clima passato sono aggiustati a posteriori per produrre i risultati, cioè che sono scelte determinate forzanti radiative per adattare i modelli ai dati storici delle temperature. “Forzanti radiative” è un termine tecnico che denota l’impatto dei vari gas e fattori che condizionano il clima nel bilancio energetico della Terra. Le forzanti sono misurate in watt per metro quadrato nella bassa atmosfera, ma io le chiamo semplicemente “unità di riscaldamento”. CHL indicano correttamente le grandi incertezze su questo punto.

La principale riguarda la forzante dovuta agli “aerosol”, fondamentalmente delle particelle provenienti da impianti per la produzione di energia, agricoltura e deforestazione. (Mi baso sull’autorevole discussione nel IV Rapporto di valutazione dell’IPCC, Climate Change 2007: The Physical Science Basis: Contribution of Working Group I to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, a cura di S. Solomon et al., Cambridge University Press, 2007.)

Per dare un senso delle grandezze, l’IPCC stima che dal 1750 al 2005  il cambiamento nella forzante della sola CO2 sia di 1,7 unità di riscaldamento, mentre il totale che include tutti gli altri fattori è di circa 1,6 unità. Tuttavia è molto incerto l’impatto delle altre forzanti, in particolare degli aerosol. L’IPCC stima che la forbice di incertezza per il riscaldamento totale sia di 0,6 – 2,4 unità di riscaldamento (p. 4). L’intervallo percentuale di confidenza (5, 95) riflette l’esperto giudizio degli autori secondo cui ci sono almeno 9 possibilità su 10 che il numero reale stia entro questa forbice.

L’incertezza è nota da anni e gli scienziati lavorano per ridurla, ma costruire modelli non è semplice come misurare una curva. Un recente confronto tra i modelli mostra chiaramente l’importanza degli aerosol nella simulazione di climi storici. L’insieme dei modelli con soltanto gli aerosol ottiene una riduzione della temperatura media globale di circa 0,5°Cdurante l’ultimo secolo. Le simulazioni che includono tutte le forzanti tranne gli aerosol ottengono una previsione in eccesso all’incirca della stessa quantità (vedi Olivier Boucher et al., “Climate Response to Aerosol Forcings in CMIP5”, CLIVAR Exchanges, n. 56, vol. 16/2, maggio 2011). La risposta definitiva all’incertezza non è di cestinare i modelli climatici ma di migliorare le misurazioni, in particolare degli effetti degli aerosol.

d) Per esempio, un buon punto di partenza per rifletterci è un ottimo manuale sull’inquinamento dell’aria che cita le seguenti definizioni dell’Environmental Protection Agency: “Inquinamento dell’aria: presenza in aria di sostanze contaminanti o inquinanti che interferiscono con la salute o con il benessere umana o producono altri pericolosi effetti ambientali.” Daniel A. Vallero, Fundamentals of Air Pollution, quarta edizione, Academic Press, 2008, p. 3.

e) “Smoke, Mirrors, and Hot Air”.

f) Per chi volesse vedere il programma Excel con il quale sono stati fatti questi calcoli e verificarli o provarne altri, è disponibile qui. Scaricate il programma Excel, andate sul foglio “50yeardelay” e seguite le istruzioni. Potrete verificare la cifra citata nel testo e fare altri calcoli.

g) In Augustin Colette et al., Case Studies on Climate Change and World Heritage, UNESCO World Heritage Centre, Parigi, 2007.

h) Una fonte importante è Timothy M. Lenton et al., “Tipping Elements in the Earth’s Climate System”, Nature, vol. 105, n. 6,12 febbraio 2008.

i) Più esattamente (16/38) 5 = 0.0238. Inoltre, su cinque giri di ruota, c’è un 24% di possibilità che accada un evento catastrofico di tipo zero o doppio zero. Queste probabilità sono solo esempi per mostrare come interagiscono le incertezze multiple.

j) Richard Feynman, The Character of Physical Law, MIT Press, 1970.


Traduzione di Massimiliano Rupalti; revisione di Sylvie Coyaud.

sabato 21 aprile 2012

La Maledizione "anti-Cassandra": essere sempre creduti

Traduzione da Cassandra's Legacy a cura di Massimiliano Rupalti



E' noto che Cassandra era stata maledetta cosicchè le sue profezie non sarebbero mai state credute. Ma esiste anche una maledizione opposta che colpisce i leader carismatici che vengono sempre creduti dai loro seguaci. Alla lunga, i leader si illudono di essere infallibili ed i risultati sono spesso nefasti. La potremmo chiamare la maledizione “anti-Cassandra”.


La gente si fa abbindolare facilmente nel seguire leader carismatici, come è ben risaputo. Ma mentre la psicologia degli adepti non è difficile da capire (tutti noi potremmo cadere nella trappola, almeno occasionalmente), è meno chiaro cosa passa per la testa dei leader. Credono veramente di essere intelligenti e potenti così come si presentano ai loro seguaci? Oppure ingannano consciamente i loro adepti per un guadagno personale? Naturalmente entrambe le possibilità possono essere vere in diverse circostanze, ma un recente post di Sam Harris mi ha convinto che, in molti casi, il leader è ancora più illuso delle/degli sue/suoi seguaci.

Lasciate che vi spieghi. Prima di tutto date uno sguardo a questa clip presa dal blog di Sam Harris. (Non è necessario guardarla tutta, bastano i primi minuti).





Ora, penso che sarete d'accordo con me che quello che abbiamo visto sembra proprio un combattimento simulato. E' difficile dire cosa stiano facendo quei tipi esattamente: forse è uno spettacolo o forse si stanno esercitando come attori per qualche film cinese sul Kung Fu. Di sicuro sembra impensabile che il loro leader vestito di nero, il Sig. Yanagi Ryuken, possa credere di poter veramente battere le persone in questo modo, senza nemmeno toccarle.

Davvero? Bene, allora date uno sguardo a questa clip dove vediamo ancora il “maestro” Ryuken ma in una situazione molto diversa: combatte contro un avversario difficile che non accetta di essere intimidito dal presunto potere di Ryuken. (Attenzione, il video è scioccante).




Come mai il Maestro Ryuken ha accettato di sottomettersi a questa punizione? La sola spiegazione che possa pensare è che lui credesse realmente nel suo potere magico del chi. Questa è anche l'opinione di Sam Harris  che dichiara :

Il Maestro Ryuken credeva apparentemente di essere capace di sconfiggere molteplici attaccanti senza degnarsi di toccarli. Piuttosto si sarebbe affidato al potere magico del chi. Il video di lui che dimostra la sua devastante abilità mostra che i suoi studenti erano grottescamente complici in ciò che doveva essere un lungo e colorato processo di auto-inganno. Quei giovani atleti pensavano davvero di essere scaraventati a terra contro la propria volontà? Difficile dire. Quello che sembra sicuro, tuttavia, è che il Maestro Ryuken era arrivato a credere di essere invincibile, altrimenti non avrebbe invitato un maestro di arti marziali di un'altra scuola a venire a sperimentari i suoi poteri.

Penso che sia un principio generale: i leader sono facilmente preda di questo tipo di auto illusioni che potremmo chiamare la maledizione “anti-Cassandra”. Mentre Cassandra era maledetta in modo che non fosse mai creduta, i leader carismatici sono maledetti in modo da essere continuamente creduti e lodati dai propri seguaci. Apparentemente, ad un certo punto qualcosa va in corto circuito nella loro mente ed cominciano a pensare di essere davvero invincibili geni, capaci di gesta miracolose. Il Sign. Ryuken ci dà un esempio particolarmente impressionante nel campo delle arti marziali.

Ma l'effetto anti-Cassandra è attivo in molti settori e potrebbe essere comune in politica. Pensate a Benito Mussolini, il leader carismatico italiano per più di 20 anni. Durante quel periodo, uno slogan politico comune in Italia era “Mussolini ha sempre ragione”. Alla fine, a forza di sentirlo, ha condizionato la mente di Mussolini ed i risultati disastrosi sono ben conosciuti. Dall'invasione della russia da parte di Hitler all'invasione del Kuwait di Saddam Hussein, i potenti sovrastimano in modo consistente il loro potere, molto probabilmente fuorviati dall'aura di potere che la loro stessa propaganda crea.

La scienza non è immune dalla maledizione anti-Cassandra. Pensate al recente caso dell' “Enegy Catalyser” o “E-Cat”, il miracoloso dispositivo nucleare inventato dal Sign. Andrea Rossi. La mancanza di prove sui poteri dell'E-Cat sta rapidamente consegnando il dispositivo alle profondità della “scienza patologica” alla quale appartiene. Ciononostante, Rossi dichiara ancora che la sua invenzione è un reattore nucleare e conserva un certo numero di fedeli seguaci che lo lodano (vedete qui). Il Sig. Rossi crede veramente nel potere dell'E-Cat, come il Sig. Ryuken in quello del chi? Naturalmente, non possiamo dirlo con certezza, ma ci sono prove che Rossi possa essere uno che ci crede, non un truffatore. Se avesse consciamente frodato, avrebbe potuto facilmente usare dei trucchi per far sembrare che il suo dispositivo può produrre energia in abbondanza. Invece, quello che vediamo nelle presunte “dimostrazioni” dell'operazione E-Cat è semplicemente una cattiva impostazione dell'esperimento che non dimostra nulla. Questo, naturalmente, lascia spazio ai “credenti” di mantenere intatta la loro fede. Questo è un gruppo che potrebbe includere lo stesso Sig. Rossi.

Ci sono molti altri esempi di effetto anti-Cassandra in atto, ma a questo punto il meccanismo dovrebbe essere chiaro. E' il risultato di una retroazione che avviene fra il leader ed i suoi (raramente le sue) seguaci. Si auto sostiene: più i leader sono sostenuti dai loro seguaci, più essi si convincono dei loro poteri. Questo li rende molto sicuri di sé stessi e questo influenza i loro seguaci che credono sempre di più nel potere dei loro leader. Il risultato finale può solo essere disastroso. Potremmo usare il termine “Effetto Ryuken” per definire il triste destino di un leader solitario ed illuso. Ma, più spesso, il disastro colpisce anche i suoi seguaci o gente che non c'entra nulla.

Alla fine, forse è meglio essere una normale Cassandra. Nessuno ti crede, ovviamente, ma almeno non sopravvaluti i tuoi poteri!








martedì 17 aprile 2012

Perché gli Scettici del Riscaldamento Globale sbagliano

Di William D. Nordhaus
Traduzione dall'originale sul New York Review of books a cura di Massimiliano Rupalti

William Nordhaus è uno dei più grandi economisti viventi; certamente non un catastrofista fanatico. Il fatto che qui prenda posizione con grande forza sulla questione del cambiamento climatico è una buona indicazione su come si stia prendendo coscienza del pericolo che corriamo in settori sempre più ampi della scienza e della politica.

Olaf Otto Becker

Iceberg nella laguna di Jökulsárlón in Islanda, laguna che si sta costantemente allargando mentre il ghiacciaio Vatnajökull – Il più grande d'Europa -  si scioglie. Fotografia di Olaf Otto Becker dal suo libro Sotto la Luce del Nord: un viaggio nel tempo, Islanda 1999-2011, che è appena stato pubblicato da  Hatje Cantz


La minaccia del cambiamento climatico è un problema sempre più importante per il globo. A causa del coinvolgimento di questioni economiche ha ricevuto un'attenzione relativamente scarsa. Avevo scritto un libro non tecnico per la gente che volesse vedere come gli approcci di mercato potevano essere usati per formulare politiche sul cambiamento climatico. Quando ho mostrato una prima bozza ai colleghi, la loro risposta è stata che avevo lasciato fuori gli argomenti degli scettici sul cambiamento climatico e di conseguenza li ho affrontati a lungo.
Ma una delle difficoltà che ho trovato esaminando le visioni degli scettici climatici è che essi sono sparpagliati ampiamente in blog, conferenze e pamphlet. Poi ho visto un articolo di opinione sul Wall Street Journal del 27 gennaio 2012, di un gruppo di sedici scienziati, intitolato “Non c'è alcun bisogno di allarmarsi per il riscaldamento globale”. Il che è molto utile, perché contiene molte delle critiche standard in una dichiarazione succinta. Il messaggio di base dell'articolo è che il globo non si sta scaldando, che le voci dissidenti vengono soppresse e che le politiche di ritardo per rallentare il cambiamento climatico per i prossimi cinquanta anni non avranno nessuna conseguenza seria sull'economia e sull'ambiente.

La mia risposta è progettata principalmente per correggere la loro descrizione fuorviante della mia ricerca, ma è anche diretta in modo più ampio al loro tentativo di discreditare gli scienziati e la ricerca scientifica [1]. Ho identificato sei problemi chiave che vengono sollevati nell'articolo e vi fornisco commenti sulla loro sostanza e precisione. Essi sono:

• Il pianeta si sta davvero scaldando?
• Le influenze umane contribuiscono al riscaldamento?
• l'anidride carbonica è un inquinante?
• Stiamo vedendo un regime di paura per gli scienziati scettici?
• Le visioni degli scienziati climatici mainstream sono guidate dal desiderio di guadagno economico?
• E' vero che maggior anidride carbonica e riscaldamento aggiuntivo saranno benefici?

Come indicherò sotto, su ognuna di queste questioni i sedici scienziati forniscono risposte non corrette o fuorvianti. In un tempo in cui abbiamo bisogno di chiarire le confusioni pubbliche sulla scienza e l'economia del cambiamento climatico, essi hanno intorbidito le acque. Descriverò i loro errori e spiegherò le scoperte dell'attuale scienza ed economia del clima.

1.

La prima affermazione è che il pianeta non si sta riscaldando. Più precisamente, “Forse il fatto più scomodo è la mancanza di riscaldamento globale per ben più di 10 anni”.

E' facile perdersi nei più piccoli dettagli qui. Molta gente trarrà beneficio a tornare sui propri passi e guardare le registrazioni delle reali misurazioni delle temperature. La figura sotto mostra i dati dal 1880 al 2011sulla temperatura media globale calcolata da tre fonti differenti [2]. Non abbiamo bisogno di nessuna complicata analisi statistica per vedere che le temperature stanno salendo e inoltre che sono più alte nell'ultimo decennio di quanto non fossero nei tre precedenti [3].



Uno dei motivi per cui trarre conclusioni sulle tendenze di temperatura è difficile è che la serie storica delle temperature è molto volatile, come si può vedere nella figura. La presenza di volatilità a breve termine richiede di guardare le tendenze a lungo termine. Un'analogia utile è quella degli stock market. Supponete che un analista dica che a causa dei veri stock i prezzi sono diminuiti durante l'ultimo decennio (il che è vero), ne segue che non c'è alcuna tendenza alla crescita. Qui, ancora, un esame dei dati di lungo termine mostrerebbe rapidamente che questo non è corretto. L'ultimo decennio di temperature e stock market non è rappresentativo delle tendenze di lungo termine.

La scoperta che la temperatura globale sta aumentando durante l'ultimo secolo o più, è una delle scoperte più solide della scienza del clima e della statistica.

2.

Un secondo argomento è che il riscaldamento è inferiore da quanto predetto dai modelli: La mancanza di riscaldamento per più di un decennio – in effetti, il riscaldamento più piccolo del previsto durante 22 anni da quando l'IPCC ha iniziato a pubblicare le proiezioni – suggerisce che i modelli computerizzati hanno grandemente esagerato il riscaldamento che la CO2 può provocare.

Quali sono le prove sulle prestazioni dei modelli climatici? Prevedono le tendenze storiche accuratamente? Gli statistici affrontano d'abitudine questo tipo di domande. L'approccio standard è quello di fare un esperimento in cui (caso 1) i modellatori inseriscono i cambiamenti nella concentrazione di CO2 ed altre influenze climatiche in un modello climatico e valutano il corso delle temperature risultanti, poi (caso 2) i modellatori calcolano cosa accadrebbe nella situazione controfattuale dove i soli cambiamenti erano di origine naturale, per esempio il Sole o i vulcani, senza alcun cambiamento di origine umana. Poi confrontano i reali aumenti della temperatura del modello (caso 1) con le previsioni di origine solo naturale (caso 2). Questo esperimento è stato fatto molte volte usando i modelli climatici. Un buon esempio è l'analisi descritta nella Relazione sulla Quarta Valutazione dell'IPCC (per la figura, vedere il materiale di accompagnamento online [4]). Diversi modellatori hanno fatto funzionare entrambi i casi 1 e 2 descritti sopra – uno che includeva i cambiamenti indotti dall'azione umana ed uno con le sole origini naturali. Questo esperimento ha mostrato che le proiezioni dei modelli climatici sono coerenti con le temperature registrate durante gli ultimi decenni solo se sono inclusi gli impatti di origine umana. La divergenza nella tendenza è particolarmente pronunciata dopo il 1980. Dal 2005, i calcoli che tengono conto delle sole origini naturali non prevedono il reale aumento della temperatura di 0,7°, mentre i calcoli che includono le origini umane si accordano alla vera tendenza della temperatura molto bene. Revisionando i risultati, il report dell'IPCC concludeva: “nessun modello climatico che usa forze naturali (per esempio fattori di riscaldamento naturale) da sole, ha riprodotto la tendenza al riscaldamento globale osservato nella seconda metà del ventesimo secolo”. [5]

3.

I sedici scienziati in seguito attaccano l'idea che la CO2 sia un inquinante. Scrivono: “il fatto è che la CO” non è un inquinante”. Con questo, probabilmente essi intendono che la CO2 non è in sé tossica per gli umani o altri organismi in una gamma di concentrazioni che è probabile incontrare, e infatti concentrazioni più alte di CO” possono essere benefiche. Tuttavia, questo non è il significato di inquinamento sotto la legge degli Stati Uniti o nell'economia standard. Il Clean Air Act degli Stati uniti definiva un inquinante dell'aria come “ogni agente che inquina l'aria o combinazione di tali agenti, compresa ogni sostanza o materia 'fisica, chimica, biologica, radioattiva... che venga emessa nell'aria o che vi entri in qualche altro modo”. In una decisione del 2007 su questa questione, la Corte Suprema ha legiferato chiaramente su questo tema: “Anidride carbonica, metano, ossido di azoto e idrofluorocarburi sono senza dubbio [e] sostanze...chimiche che [vengono] emesse nell'aria'... I gas serra si adattano bene all'interno della ampia definizione del Clean Air Act di 'inquinante dell'aria' “. [6] In economia, un inquinante è una forma negativa di esternalità – cioè un sottoprodotto dell'attività economica che causa danni ad astanti innocenti. La questione qui è è se le emissioni di CO2 ed altri gas serra causeranno danni reali, ora ed in futuro. Questa questione è stata intensamente studiata. La più recente indagine approfondita da parte dello studioso leader nel settore, Richard Tol, trova una vasta gamma di danni, in particolare se il riscaldamento è maggiore di 2°. [7] La principali preoccupazioni sono l'innalzamento del livello dei mari, uragani più intensi, perdita di specie ed ecosistemi, acidificazione degli oceani, così come le minacce all'eredità naturale e culturale del pianeta. In breve, la contesa se la CO2 sia o no un inquinante è un artificio retorico e non è supportato dalle leggi americane, dalla teoria economica o dagli studi.

4.

La quarta contestazione dei sedici scienziati è che gli scienziati del clima scettici vivano sotto un regime di terrore riguardo alla loro sopravvivenza professionale e personale. Scrivono:

“Malgrado il numero di scienziati che dissentono pubblicamente sia in crescita, molti giovani scienziati dicono che mentre nutrono seri dubbi sul messaggio del riscaldamento globale, essi temono di esporsi per la paura di non essere promossi – o peggio....

Questo non è il modo in cui dovrebbe funzionare la scienza, ma lo abbiamo visto in precedenza – per esempio nel periodo spaventoso quando Trofim Lysenko aveva sequestrato la biologia in Unione Sovietica. I biologi sovietici che avevano rivelato di credere nei geni, che Lysenko considerava una finzione borghese, sono stati licenziati dal loro lavoro. Molti sono stati spediti nei Gulag ed alcuni condannati a morte”. 

Mentre dobbiamo sempre fare attenzione all'istinto del gregge, questa storia lurida è fuorviante all'estremo. Qualche notizia su Lysenko sarà utile. Era il leader di un gruppo che rifiutava la genetica standard e sosteneva che le caratteristiche acquisite di un organismo potevano essere ereditate dai loro discendenti. Ha sfruttato l'ideologia sovietica sull'eredità, la necessità di produzione agricola ed il favore di un potente dittatore – Stalin – per attrarre accoliti alla sua teoria. Sotto la sua influenza, la genetica è stata ufficialmente considerata non scientifica. Una volta ottenuto il controllo della biologia russa, le ricerche genetiche sono state proibite e migliaia di genetisti sono stati licenziati. Molti importanti genetisti sono stati mandati in esilio nei campi di lavoro in Siberia, avvelenati o fucilati. La sua influenza è cominciata a svanire dopo la morte di Stalin, ma ci sono voluti molti anni alla biologia russa per superare l'affare Lysenko. [8] L'idea che gli scienziati del clima scettici siano stati trattati come i genetisti russi nel periodo stalinista di fatto non ha alcun fondamento. Non c'è alcun dittatore politico o scientifico negli Stati Uniti. Nessun scienziato climatico è stato espulso dall'Accademia Nazionale delle Scienze degli stati Uniti. Nessuno scettico è stato arrestato o rinchiuso in un gulag o equivalente moderni della Siberia. Infatti, gli autori dissenzienti sono nelle più grandi università del mondo, compresa Princeton, MIT, Università di Cambridge e Università di Parigi. Posso parlare personalmente del vivace dibattito sulla politica del cambiamento climatico. Ci sono controversie su molti dettagli della scienza e dell'economia del clima. Mentre alcuni affermano che non possono pubblicare i propri saggi, i documenti di lavoro ed Internet sono aperti a tutti. Penso il contrario di quanto i sedici scienziati affermano essere la verità: le voci dissidenti e le nuove teorie sono incoraggiate perché sono fondamentali per acuire la nostra analisi. L'idea che la scienza e l'economia del clima siano state soppresse da un moderno Lysenkismo è pura fantasia.

5.
Un quinto argomento è che gli scienziati del clima mainstream beneficiano del clamore sul cambiamento climatico:

Perché c'è così tanta passione sul riscaldamento globale...? Ci sono diverse ragioni, ma un buon punto di partenza è la vecchia domanda “cui bono” (a chi giova)? O l'aggiornamento moderno “Segui i soldi”.

L'allarmismo sul clima è di grande beneficio per molti, fornisce finanziamenti per la ricerca accademica ed un motivo per crescere alle burocrazie dei governi. L'allarmismo offre anche una scusa ai governi per aumentare le tasse, i sussidi finanziati con le tasse per le aziende che capiscono come lavorarsi il sistema politico e un'esca per grandi donazioni a fondazioni caritatevoli che promettono di salvare il pianeta.

Questa argomentazione è inesatta come storia scientifica e non è sostenuta da alcuna prova. C'è l'insinuazione che le teorie standard sul riscaldamento globale siano state messe insieme dall'equivalente del Madison Avenue (forse in riferimento ad un famoso negozio di moda di Manhattan, ndT) per raccogliere fondi dalle agenzie governative come la National Science Foundation (NSF). Il fatto è che i primi calcoli accurati sull'impatto dell'aumento delle concentrazioni di CO2 sulle temperature di superficie della Terra sono stati fatti da Svante Arrhenius nel 1896, più di cinque decenni prima che venisse fondata la NSF. Il racconto degli scettici fraintende anche gli incentivi nella ricerca accademica. Gli autori dell'IPCC non sono pagati. Gli scienziati che prestano servizio nei gruppi dell'Accademia Nazionale della Scienza lo fanno senza compenso monetario per il loro tempo e sono soggetti ad attento esame per i conflitti di interesse. Gli avanzamenti accademici avvengono principalmente con le pubblicazioni di ricerche e contributi all'avanzamento della conoscenza, non dal sostenere la visione “popolare”. Infatti, gli accademici sono spesso oggetto di duri attacchi politici quando i loro punti di vista cozzano con gli attuali dettami politici o religiosi. E' il caso dell'economia di oggi, dove gli economisti keynesiani vengono attaccati per il loro appoggio allo “stimolo fiscale” per promuovere la ripresa da una profonda recessione. Ed in biologia, dove i biologi evoluzionisti vengono attaccati come atei perché perché sono fermi sulle loro scoperte che la Terra è vecchia di miliardi di anni, piuttosto che di migliaia.

Infatti, l'argomentazione sulla venalità dell'accademia è sostanzialmente un diversivo. I soldi grossi nel cambiamento climatico riguarda società, industrie e singoli individui che si preoccupano che i loro interessi economici possano essere minacciati dalle politiche per rallentare il cambiamento climatico. Gli attacchi alla scienza del riscaldamento globale sono una riminiscenza della resistenza ben documentata delle compagnie del tabacco alle scoperte scientifiche sui pericoli del fumo. A cominciare dal 1953, le più grandi compagnie del tabacco hanno lanciato una campagna di pubbliche relazioni per convincere il pubblico ed il governo che non c'era nessuna solida base scientifica per l'affermazione che fumare fosse pericoloso. La parte più ambigua della campagna è stata la sottoscrizione da parte di ricercatori che avrebbero sostenuto la rivendicazione dell'industria. L'approccio è stato descritto appropriatamente da uno dei dirigenti delle compagnie del tabacco: “il dubbio è il nostro prodotto perché è il mezzo migliore per competere col “corpo dei fatti” presente nelle menti del pubblico. E' anche il modo per introdurre una controversia”. [9] Uno degli aspetti più preoccupanti della distorsione della scienza del clima è che la posta in gioco è enorme qui – anche più grandi delle poste in gioco economiche per tenere in vita l'industria del tabacco. La vendita del tabaco oggi negli Stati Uniti sono al di sotto dei 100 miliardi di dollari. Per contro, le spese per tutti i beni energetici e per i servizi sono vicini ai 1000 miliardi di dollari. Le restrizioni sulle emissioni di CO2 abbastanza consistenti da far ridiscendere la curva delle temperature dalla sua attuale traiettoria ad un massimo di 2° o 3° avrebbero effetti economici grandi su molte aziende. Scienziati, cittadini ed i nostri leader avranno bisogno di essere estremamente vigili per prevenire l'inquinamento del processo scientifico propugnato dai mercanti di dubbio.

6.

Il punto finale concerne l'analisi economica. I sedici scienziati argomentano, citando la mia ricerca, che l'economia non sostiene le politiche per rallentare il cambiamento climatico nel prossimo mezzo secolo:

Uno studio recente di una vasta gamma di opzioni politiche dell'economista di Yale  William Nordhaus ha mostrato che è stato quasi raggiunto il più alto rapporto costo-beneficio per altri 50 anni di crescita liberi dal controllo dei gas serra. Questo beneficerebbe particolarmente per le zone meno sviluppate del mondo che vorrebbe condividere alcuni degli stessi vantaggi del benessere materiale, della salute e dell'aspettativa di vita delle quali le aree del mondo pienamente sviluppate godono. Molte altre risposte politiche avrebbero un ritorno negativo dell'investimento. Ed è probabile che più CO2 ed il modesto riscaldamento che potrebbe derivarne sarebbe complessivamente un beneficio per il pianeta.

Su questo punto, non ho bisogno di ricostruire come gli scienziati del clima hanno fatto le loro proiezioni, o rivedere le persecuzioni dei genetisti sovietici. Ho fatto la ricerca e scritto il libro su cui essi basano le loro dichiarazioni. La sintesi degli scettici è basata su una analisi povera e su un lettura non corretta dei risultati. 

Il primo problema è un errore elementare nell'analisi economica. Gli autori citano il “rapporto costi-benefici” per sostenere la loro argomentazione. Costi-benefici elementari ed economia aziendale insegnano che questo è un criterio non corretto per scegliere investimenti e politiche. Il criterio appropriato per le decisioni in questo contesto è quello dei benefici netti (cioè, la differenza fra e non il rapporto di costi e benefici). 

Questo punto può essere visto in un semplice esempio che si applicherebbe in caso di investimenti per rallentare il cambiamento climatico. Supponete che abbiamo0 pensato due politiche. La politica  A ha un investimento piccolo nell'abbattimento delle emissioni di CO2. Costa relativamente poco (diciamo 1 miliardo di dollari) ma ha benefici sostanziali (diciamo 10 miliardi di dollari), per un beneficio netto di 9 miliardi di dollari. Ora comparatela con un investimento molto efficace e più grande, la politica B. Questo secondo investimento costa di più (diciamo 10 miliardi di dollari) ma ha benefici sostanziali (diciamo 50 miliardi di dollari), per un beneficio netto di 40 miliardi di dollari. B è preferibile perché ha un beneficio netto maggiore (i 40 miliardi di dollari di B in confronto dei 9 di A), ma A ha un rapporto costi benefici maggiore (un rapporto di 10 per A e di 5 per B). Questo esempio mostra perché dovremmo, nel progettare le politiche più efficaci, guardare ai benefici sottraendo i costi, non ai benefici divisi per i costi.

Questo ci porta al secondo punto, cioè che gli autori sintetizzano in modo non corretto i miei risultati. La mia ricerca mostra che ci sono di fatto benefici netti sostanziali nell'agire ora piuttosto che aspettare 50 anni. Uno sguardo alla Tabella 5-1 nel mio studio Una Questione di Equilibrio (2008) mostra che il costo di aspettare 50 anni per cominciare a ridurre le emissioni di CO2 è di 2,3 trilioni di dollari in prezzi del 2005. Se aggiorniamo quella somma ai prezzi ed all'economia di oggi , la perdita sarebbe di 4,1 trilioni. Le guerre sono iniziate da somme più piccole. [10] Il mio studio è solo uno dei tanti studi economici che rilevano che l'efficienza economica dovrebbe puntare al bisogno di ridurre l'emissione di CO2 ed altri gas serra adesso e non aspettare per mezzo secolo. Aspettare non è solo costoso economicamente, me renderà anche la transizione molto più costosa quando alla fine avrà luogo. Gli attuali studi economici suggeriscono che la politica più efficiente è quella di aumentare il costo delle emissioni di CO2 in modo sostanziale, o attraverso il “cap-and-trade” (limitazione e scambio) o con tasse sul carbonio, per fornire incentivi appropriati per le imprese e le famiglie per potersi riconvertire ad attività a basso-emissive. Si potrebbe argomentare che qui abbiamo molte incertezze e che dovremmo aspettare finché queste non vengano risolte. Sì, ci sono molte incertezze. Ciò non significa che si dovrebbe ritardare l'azione. Infatti, la mia esperienza nello studiare questo soggetto per molti anni è che abbiamo scoperto ulteriori puzzles ed incertezze più grandi quando i ricercatori scavato più a fondo. Ci sono di continuo grandi domande sul futuro delle grandi piattaforme di ghiaccio della Groenlandia e dell'Antartico Occidentale; lo scongelamento di vasti depositi di metano congelato; cambiamenti negli schemi di circolazione del Nord Atlantico; la potenziale perdita di controllo del riscaldamento e gli impatti della carbonizzazione ed acidificazione degli oceani. Inoltre, i nostri modelli economici hanno grandi difficoltà ad includere questi grandi cambiamenti geofisici ed i loro impatti in modo attendibile. Le politiche messe in atto oggi servono da argine contro inaspettati pericoli futuri che emergono improvvisamente a minacciare le nostre economie ed il nostro ambiente. Quindi, se non altro, le incertezze punterebbero a politiche più decise piuttosto che il contrario – e che cominci prima piuttosto che dopo – per rallentare il cambiamento climatico. 

Il gruppo dei 16 scienziati sostiene che dovremmo evitare l'allarmismo sul cambiamento climatico. Io sono ugualmente preoccupato da coloro che affermano che incorreremo in una catastrofe economica se intraprendiamo passi per rallentare il cambiamento climatico. L'affermazione che la legislazione di limitazione e scambio o le tasse sul carbonio sarebbero rovinose o disastrose per le nostre società non si appoggiano su analisi economiche serie. Abbiamo bisogno di affrontare i problemi con mente fredda e cuore caldo. E col rispetto della logica e della scienza seria.

22 febbraio 2012

1. L'autore è Professore Sterling di Economia all'Università di Yale. Ha ricevuto sostegno per la ricerca sull'economia del cambiamento climatico durante l'ultimo decennio dalla National Science Foundation, dal Dipartimento dell'Energia e dalla Galser Foundation. Cosa diversa dalla ricerca associata a qualsiasi futuro sovvenzionamento, gli autori non dichiarano alcun conflitto di interesse.

2. Le tre serie sono state prodotte dallo UK Headly Center, dall'US Goddard Institute for Space Studies (GISS) e dallo US National Climate Data (NCDC). Per coloro che chiedono se le serie sulle temperature medie globali sono esse stesse i prodotto di una cospirazione scientifica, ecco un ulteriore controllo. Insieme al mio collega Xi Chien, ho costruito già un altro indice della temperatura media globale. Lo abbiamo fatto ottenendo i dati delle temperature dalla griglia di cellule ed aggregandole ad una media globale usando i pesi della superficie territoriale della nostra ricerca. Per essere anche più conservatori, abbiamo anche fatto una revisione della griglia di cellule intorno al mondo (come Dakar, Albuquerque, Casablanca, Llasa, Yunchuan e Yellowknife). La serie storica di temperature che abbiamo costruito si comportavano in modo molto simile a quelle costruite dagli scienziati del clima.

3. Per quelli a cui piacerebbe avere un campione di come gli statistici si approcciano al problema delle temperature crescenti, eccone un esempio. Molti scienziati del clima credono che il riscaldamento indotto dalla CO2 è diventato particolarmente rapido dal 1980. Quindi possiamo usare un'analisi statistica per testare se la tendenza della temperatura media globale è più accentuata nel periodo 1980-2011 che durante il periodo 1880-1980. Un'analisi di regressione determina che la risposta è sì, l'aumento della temperatura è di fatto più rapida. Una analisi del genere procede in questo modo: Le serie “TAVt” è la media fra le medie annuali di GISS, NDCD e Hadley. Stimiamo una regressione della forma TAVt = α + β Annot + γ (Anno dal 1980)t + εt. In questa formula “Annot” è semplicemente l'anno , mentre (Anno dal 1980)t è da 0 a 1980 e quindi (Anno-1980) per gli anni dopo il 1980. Le lettere greche ( (α, β, and γ) sono coefficienti, mentre εt è un errore residuale. L'equazione stimata ha un coefficiente sull'Anno di 0.0042 (t-statistico = 12,7) ed un coefficiente sull'(Anno dal 1980) di 0.00135 (t-statistico = 8,5). L'interpretazione è che le temperature nel periodo 1880-1980 sono cresciute di 0.0042 °C all'anno, mentre nel periodo successivo sono cresciute di 0.0135°C all'anno più rapidamente. La statistica-t nelle parentesi indica che il coefficiente sull'(Anno dal 1980) era 8,5 volte il suo errore standard. Usando gli standard per la significanza statistica, questo grande coefficiente-t potrebbe essere ottenuto con una possibilità su un milione. Possiamo usare altri anni come punti di rottura, dal 1930 al 200, e la risposta è la stessa: c'è stata una più rapida crescita della temperatura media globale nel periodo più recente che non in quelli precedenti.

4. Uso questo esempio per illustrare un esperimento che è stato condotto per determinare la consistenza dei modelli climatici e dell'osservazione delle temperature. L'esperimento è iniziato con 14 diversi modelli climatici. I modellatori climatici hanno calcolato la traiettoria delle temperature sul periodo 1900-2005 se con che senza la CO2 e gli altri fattori di origine umana. Nella figura in basso dal quarto rapporto di valutazione dell'IPCC, la parte bassa mostra i calcoli che contemplano solo le forze naturali come i le eruzioni vulcaniche ed i cambiamenti nell'attività solare. La linea marcata nera è la registrazione della reale temperatura, mentre la linea marcata blu è la media dei modelli di temperatura calcolata globale con le sole forze naturali (“senza GHG” - greenhouse gases; gas serra, ndT). Le diverse linee blu sottili sono il risultato dei singoli modelli, mentre le linee grigie verticali rappresentano i maggiori eventi di raffreddamento dovuti ad eruzioni vulcaniche.


La parte alta mostra i calcoli che includono sia le forze naturali sia le concentrazioni di gas serra stimati e le forzanti. Inoltre, la linea marcata nera è la reale registrazione della temperatura, mentre la linea marcata rossa è la media del modello della temperatura complessiva calcolata con la CO2 ed altri gas serra così come con le forze naturali (“Con GHG”). La nuvola di linee gialle sottili rappresenta i risultati dei modelli individuali.

Questo esperimento mostra che i modelli climatici sono coerenti con la tendenza della temperatura durante gli ultimi anni solo se vengono tenute in considerazione le stime indotte dall'accumulo di CO2 ed altri gas serra. La fonte è Cambiamento Climatico 2007:  Le Basi della Scienza Fisica. Contributo del Gruppo di Lavoro I al Quarto Rapporto di Valutazione dell'IPCC edito da S. Solomon ed altri (Cambridge University Press, 2007), p. 685f.

5. S. Solomon ed altri,Cambiamento Climatico 2007, p. 687.

6. Opinione della Corte in Massachusetts v. Environmental Protection Agency, 549 U.S. 497 (2007).

7. Richard S. J. Tol, “Gli Effetti Economici del Cambiamento Climatico”, rivista di Prospettive Economiche, Vol. 23, No. 2 (Spring 2009).

8. Un racconto agghiacciante della storia si trova in “Le conseguenze della Dittatura Politica per la Scienza Russa” di Valery N. Soyfer, Nature Reviews Genetics, Vol. 2 (settembre 2001).

9. Brown & Williamson Tobacco Corporation, “Proposta per il fumo e la salute” 1969, disponibile presso la Legacy Tobacco Documents Library (legacy.library.ucsf.edu). C'è una vasta letteratura sulla strategia dell'industria del tabacco per distorcere le prove scientifiche e promuovere opinioni favorevoli al fumo. Vedete “I saggi sulle sigarette” di Stanton Glantz (University of California Press, 1996) e Le Guerre del Cancro:come la Politica plasma ciò che sappiamo e non sappiamo sul Cancro (Basic Books, 1995). La storia è aggiornata all'era moderna e agli attacchi dell'industria alla scienza ambientale  in Mercanti di Dubbi di Naomi Oreskes e Eric Conway (Bloomsbury, 2010).

10. La stima proviene da Una Questione di Equilibrio: valutare le Opzioni delle  Politiche sul Riscaldamento Globale (Yale University Press, 2008), p. 82. Il numero aggiornato è calcolato come segue. Aggiorniamo i prezzi dal 2005 al 2012 usando l'indice dei prezzi PIL degli Stati Uniti, che è stimato come il 15,6% più alto nel 2012 che nel 2005. Poi il numero viene messo nell'economia del 2012 usando un reale tasso di sconto del 6% all'anno.