Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 24 aprile 2012

Al Casinò del clima può uscire lo zero o il doppio zero.

In seguito all’intervento di William Nordhaus pubblicato sul New York Review of Books (vedi il post “Perché sbagliano gli scettici del riscaldamento globale”), tre famosi “scettici”, Roger Cohen, William Happer e Richard Lindzen, hanno inviato una risposta, che è stata pubblicata assieme alla replica dello stesso Nordhaus, che contiene altri spunti interessanti su come demolire l’argomento che non conviene agire perché ci sono ancora alcune incertezze nella scienza del clima .
 
Pubblichiamo in parallelo con Climalteranti la traduzione di di Massimiliano Rupalti.

Risposta a William Nordhaus di Roger Cohen, William Happer e Richard Lindzen

Sulla New York Review of Books del 22 marzo 2012, William Nordhaus esprime un’opinione sul perché “sbagliano” gli scettici del riscaldamento globale in generale, e i sedici scienziati ed ingegneri che hanno scritto due editoriali sul Wall Street Journal (1) in particolare. Siamo tre di quei sedici scienziati e rispondiamo qui al Professor Nordhaus.

Il saggio del Professor Nordhaus contiene sei punti. Il primo punto rigira il fatto ovvio che non c’è stato nessun riscaldamento statisticamente significativo per circa quindici anni, in un’affermazione che non abbiamo fatto, cioè che non c’è stato riscaldamento durante gli ultimi due secoli. Il Professor Nordhaus continua a confondere questo con il problema dell’ attribuzione: per esempio, determinare di cosa ha causato il riscaldamento. L’attribuzione è una materia distinta. Mentre ci sarebbe molto da ridire sulle registrazioni delle temperature, è generalmente accettato il fatto che ci sia stato un aumento della temperatura media globale simile a quella mostrata nel primo grafico del Professor Nordhaus.

Il periodo precedente di due o tre secoli era molto più freddo ed è conosciuto come la Piccola Era Glaciale. Una registrazione più lunga avrebbe ovviamente mostrato periodi ancora precedenti come ugualmente caldi se non più caldi di quello presente.
L’osservazione che gli ultimi anni comprendono alcuni degli anni più caldi mai registrati non implica affatto un riscaldamento futuro, così come i massimi registrati dalla borsa non implicano un mercato futuro in costante crescita. Il fatto che il riscaldamento sia molto rallentato implica, per lo meno, l’esistenza di altri processi attualmente in competizione con l’aumento costante di gas serra.

Il secondo punto riguarda la nostra osservazione sugli attuali modelli climatici che sembrano esagerare il riscaldamento dovuto alla CO2. Questo ha  a che fare con problema cruciale della sensibilità climatica, l’aumento della temperatura causato da un raddoppio della CO2. Il Professor Nordhaus presenta due grafici del rapporto del 2007 dell’IPCC (2) che pretende di mostrare che, senza le emissioni antropogeniche, i modelli simulano con successo le temperature medie fino a circa il 1970 ma non riescono a farlo da lì in poi. Questa è la base della dichiarazione dell’IPCC secondo la quale è probabile che la maggior parte del riscaldamento degli scorsi 50 anni sia dovuto alle emissioni umane. Una procedura simile esige che il modello includa correttamente tutte le altre fonti di variabilità. Tuttavia, viene riconosciuto che il fallimento dei modelli nel prevedere lo iato nel riscaldamento durante gli scorsi 15 anni indica che tale condizione non sia stata soddisfatta. (3) Inoltre c’è il fatto imbarazzante che i modelli non riproducono il riscaldamento dal 1910 al 1940, che è quasi identico a quello dal 1970 al 2000, ma è avvenuto prima che le emissioni umane divenissero tali da essere considerate importanti.

Per quanto riguarda la sensibilità del clima, va notato che l’IPCC si riferiva a tutte le emissioni umane e non alla sola CO2. La ragione è che senza l’effetto raffreddante degli aerosol che si formano con certe emissioni, i modelli sovrastimano significativamente il riscaldamento da gas serra. Tuttavia, ogni modello aveva bisogno di un valore diverso per annullare l’effetto degli aerosol (4). La mancata coerenza significa che gli aerosol erano un mero fattore di aggiustamento per portare i modelli ad accordarsi alle registrazioni storiche, pur mantenendo un’elevata sensibilità del clima. Pertanto, l’affermazione che i modelli non possono rendere conto del riscaldamento dopo il 1970 senza includere le emissioni umane, è priva di significato scientifico.

Il terzo punto è la nostra affermazione secondo la quale la CO2 non è un inquinante, forse basata su una definizione comune, da dizionario, di inquinante. L’Oxford English Dictionary definisce “agente inquinante; esp. una sostanza nociva o tossica che inquina l’ambiente”. Secondo il Professor Nordhaus, “contestare che la CO2 sia un inquinante è un accorgimento retorico”. Ritiene invece definitiva la decisione della Corte Suprema, sottoscritta da 5 giudici su 4. In effetti, la maggioranza della Corte Suprema non ha stabilito che la CO2 è un inquinante, ha semplicemente preso atto che la definizione del Clean Air Act è così ampia che la CO2 rientra in quello statuto, senza considerare i fatti in materia.

Il consenso di un economista (Richard Tol) viene poi assunto a conferma dell’esistenza di esternalità specifiche associate alla CO2. Noi consideriamo tale riferimento come il vero “accorgimento retorico” perché oscura i problemi scientifici-chiave: come sapere se questa componente critico della biosfera terrestre causerà un riscaldamento globale significativo e distruttivo.

Con un altro svolazzo retorico, il quarto punto del Professor Nordhaus ci fa dire, travisandoci, che “i climatologi scettici vivono in un regime di terrore, temendo per la propria sopravvivenza professionale e personale”. Questa reductio ad absurdum è inappropriata, ma osserviamo che individui come il climatologo James Hansen, il militante ambientalista Robert Kennedy Jr e l’opinionista Paul Krugman hanno trattato chi critica l’allarme sul clima da “traditori del pianeta”. Abbiamo osservato il sistematico licenziamento di direttori di riviste che pubblicavano articoli peer-reviewed che mettono in discussione l’allarme sul clima, così come le paure legittime dei docenti fuori ruolo, la cui promozione dipende dalle loro pubblicazioni e da finanziamenti. Osserviamo qui che direttori, quale Donald Kennedy della prestigiose rivista Science, si sono dichiarati contrari a pubblicare articoli i cui risultati sono in opposizione al dogma sul clima (5). Le e-mail del Climategate (6) descrivono specificamente queste tattiche e numerosi esempi sono stati dati da Richard Lindzen (2012) (7). Se nella scienza è normale difendere i paradigmi esistenti, l’attuale situazione è chiaramente patologica nell’imporre la conformità. Non possiamo parlare della situazione in economia, ma l’idea che le voci dissidenti e le nuove teorie siano incoraggiate nella scienza del clima è decisamente sciocca, anche se il Professor Nordhaus ha ragione nel vedere un tale incoraggiamento come cruciale per una scienza sana.

Sfortunatamente, l’attuale situazione delle scienze del clima è ben lungi dall’essere sana. Il Professor Nordhaus ci contribuisce quando soccombe alla falsa analogia con il tabacco e richiamando i leader politici a “essere molto attenti ad impedire ai mercanti di dubbio di inquinare [sic]  il processo scientifico” non è atipico nella situazione attuale.

Il quinto punto del Professor Nordhaus è che nulla dimostra l’influenza del denaro. Noi semplicemente osserviamo che dai primi anni Novanta i finanziamenti per la scienza del clima sono aumentati di 15 volte e che la maggior parte di questi finanziamenti scomparirebbero in assenza di allarme. L’allarmismo climatico alimenta un’industria da cento milioni di dollari, che va ben al di là della mera ricerca.

Gli economisti normalmente sono sensibili alla struttura degli incentivi, così è curioso che gli enormi incentivi per promuovere l’allarmismo climatico non siano presi in considerazione dal Professor Nordhaus. Non ci sono incentivi lontanamente comparabili da parte della posizione contraria, quella delle industrie che, egli dichiara, sarebbero danneggiate dalle politiche che sostiene.

Nel suo sesto punto, il Professor Nordhaus dice che non abbiamo riportato in modo appropriato i suoi risultati, laddove diciamo che “il miglior rapporto costi-benefici si raggiunge con altri 50 anni di sviluppo economico non intralciato da un controllo dei gas serra”. Egli obbietta che non questo rapporto, ma i benefici netti sono il metro di misura adeguato: “Nozioni di base di economia aziendale e di costi-benefici insegnano che quel rapporto non è il criterio corretto per scegliere investimenti e interventi.”
Eppure i calcoli del rapporto costi-benefici sono evidenziati nelle tabelle di riepilogo 5-3 del suo libro A Question of Balance (8). Infatti, questo rapporto è spesso usato come guida nel mondo degli investimenti veri. Una ragione è che può essere relativamente insensibile alla scelta del tasso di sconto e quindi può dare una visione più robusta, mentre i benefici netti possono essere estremamente sensibili a questa scelta (torneremo su questo punto più avanti).

Sia il rapporto costi-benefici sia i benefici netti hanno la loro utilità. Ma il metro di misura utilizzato è importante. La differenza fra la politica ottimale della carbon tax del Professor Nordhaus e un rinvio di 50 anni è economicamente o climaticamente insignificante date le grandi incertezze sulla [1] futura crescita economica (comprese le riduzioni nell’intensità delle emissioni di carbonio); [2] la scienza fisica (per esempio la sensibilità climatica); [3] i futuri impatti ambientali positivi e negativi (per esempio, la “funzione del danno” economico); [4] la valutazione dei costi e dei benefici economici a lungo termine (per esempio il tasso di sconto) e [5] il processo politico internazionale (per esempio l’impatto di una minor partecipazione).

Il Professor Nordhaus calcola in 0,94 mila miliardi di dollari la differenza fra i benefici netti delle due posizioni, cioè il 4% soltanto del massimo di 22,55 mila miliardi calcolati per il presunto danno ambientale. I risultati sono dati da tre o quattro cifre significative. Tuttavia non disponiamo neppure di una singola cifra significativa per sapere quale sia il motore di tutto questo: la sensibilità climatica.
Questa differenza relativamente piccola, in effetti sia positiva che negativa, dipende in modo cruciale da fattori tipo quelli elencati sopra, in particolare dal valore della sensibilità climatica. Il Professor Nordhaus sceglie 3,0° C per il raddoppio della CO2 (9), un valore che l’evidenza empirica suggerisce essere molto esagerato (10). Per illustrare il punto, nel caso di una sensibilità climatica di 1° C – un valore suggerito da una serie di studi empirici – il modello DICE del Professor Nordhaus calcola che i benefici netti della politica ottimale scendono da circa 3 mila miliardi i di dollari a un costo netto di circa mille miliardi e il rapporto costi-benefici precipita da2,4 a 0,5. La politica del rinvio di 50 anni è dunque ampiamente preferibile.

Ci viene richiesto di prendere sul serio la differenza calcolata fra le due posizioni nonostante il risultato (11) del Professor Nordhaus secondo cui, rispetto a un rinvio, le misure ottimali in definitiva fanno “risparmiare” appena uno 0,1 ° C di riscaldamento globale. Per mettere il dato in prospettiva, 0,1° C  è all’incirca il 10% del riscaldamento osservato dal1850 in poi, ed è una tipica fluttuazione tra un anno e l’altro. Il modello DICE  prevede che questa sottile differenza avvenga da50 a 200 anni nel futuro, quando i modelli climatici non sono nemmeno riusciti a fare previsioni a 20 anni.
Inoltre, come delineato nei nostri editoriali, è riconosciuto che i forti impatti ambientali negativi assunti in funzione di un danno economico nel modello DICE sono estremamente incerti. Esistono benefici potenziali netti da un aumento della CO2 atmosferica, in particolare per una bassa sensibilità climatica (per esempio nella produzione agricola e di legname) (12).

Non siamo i primi ad osservare che la politica ottimale della carbon tax del Professor Nordhaus è difficilmente distinguibile da quella del rinvio. Per esempio, in un saggio intitolato “La carbon tax di Nordhaus: una scusa per non fare niente?” (13) e uscito poco il libro del Professor Nordhaus, l’economista Clive Hamilton ha scritto che “per alcuni dei contrari a ogni azione, il sostegno a una carbon tax è diventata la tattica di moda”. Sostenitori come il Dr. Hamilton e Sir Nicholas Stern favoriscono un tasso di sconto di gran lunga al di sotto di qualsiasi valore usuale in un’economia di mercato, perché altrimenti – secondo  Hamilton –  “gli interessi delle future generazioni scompaiono dall’analisi”. Insieme agli scenari dei danni climatici molto esagerati, è necessario per giustificare aggressivi interventi a breve termine come quelli proposti da Gore e Stern (14). Dal momento che i benefici netti calcolati per un orizzonte di duecento anni sono estremamente sensibili alla scelta del tasso di sconto, il dibattito sul tasso di sconto è molto più che tecnico.

Così, se si considera la natura e la grandezza delle incertezze per la sensibilità climatica, la funzione del danno economico e il tasso di sconto, è difficile capire perché il Professor Nordhaus difenda una differenza tra i vari interventi tutto sommato  minuscola  rispetto a tali incertezze.

Il punto più importante qui è che le incertezze nella scienza fisica ed economica vanno prese in giusta considerazione. Come suggerito sopra, un’incertezza-chiave nell’analisi economica può essere trattata esaminando l’impatto economico di valori realistici per la sensibilità climatica. Abbiamo visto che una sensibilità climatica probabilmente piccola trasforma i valori di politica economica da ottimali a fortemente negativi. Madre Natura continua a dirci che la sensibilità del clima si trova probabilmente al di sotto della forbice considerata dal Professor Nordhaus (15). Ciò non sorprende perché la scelte dei suoi valori più probabili e i suoi “spread” statistici sono stati fortemente influenzati da una serie di modelli climatici accomunati da parecchi problemi, che hanno esagerato il riscaldamento passato. Queste considerazioni rendono l’opzione del Professor Nordhaus, di ritardare gli interventi di 50 anni, la scelta più saggia.
Roger W. Cohen
Membro dell’American Physical Society
Non riceve finanziamenti e dichiara di non avere conflitto di interessi.

William Happer
Professore di Fisica all’Università di Princeton
La sua ricerca è finanziata dallo United States Air Force Office of Scientific Research.
Dichiara di non avere conflitto di interessi.

Richard Lindzen
Professore di Scienza Atmosferica, MIT.
Le sue ricerche sono state finanziate dalla NSF (Nationl Science
Foundation), dalla NASA e dal DOE (Department of Energy).
Al momento non percepisce alcun finanziamento e dichiara di non avere conflitto di
interessi.

1. Claude Allègre et al., “No Need to Panic About Global Warming”,The Wall Street
Journal, 27 gennaio 2012; Claude Allègre et al., “Concerned Scientists Reply on
Global Warming, The Wall Street Journal online, 21 febbraio 2012.
2. Climate Change 2007: The Physical Science Basis: Contribution of the Working
Group I to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on
Climate Change, a cura di S. Solomon et al., Cambridge University Press, 2007,
p. 687.
3. D.M. Smith, S. Cusack, A.W. Colman, C.K. Folland, G.R. Harris, J.M. Murphy,
Improved Surface Temperature Prediction for the Coming Decade from a
Global Climate Model”, Science, vol. 317 (2007); N.S. Keenlyside, M. Latif, J.
Jungclaus, L. Kornblueh, and E. Roeckner, “Advancing Decadal-Scale Climate
Prediction in the North Atlantic Sector”, Nature, vol. 453 (2008).
4. J.T. Kiehl, “Twentieth-Century Climate Model Response and Climate
Sensitivity”, Geophysical Research Letters, vol. 34 (2007).
5. D. Kennedy, “Science, Policy, and the Media,” Bulletin of the American Academy
of Arts & Sciences, vol. 61 (2008).
6. I documenti completi sul Climategate si possono facilmente trovare sul web. Un
breve riassunto è disponibile http://www.climateaudit.info/pdf/mcintyreheartland_
2010.pdf.
7. R.S. Lindzen, “Climate Science: Is It Currently Designed to Answer Questions?
Euresis Journal (in stampa).
8. William D. Nordhaus, A Question of Balance: Weighing the Options on Global
Warming Policies,YaleUniversity Press, 2008.
9. Nordhaus, id., p. 45.
10. Prove di una bassa sensibilità climatica possono essere trovate nella letteratura scientifica e online. Sono i risultati da una varietà di approcci empirici, compresi (1) analisi di serie temporali delle temperature; (2) esame delle risposte ad eventi climatici transitori delle radiazioni in uscita dalla Terra; (3) studi calorimetrici del sistema oceano-atmosfera; (4) meccanismi secolari di cambiamento climatico dovuti alla circolazione oceanico e a influenze astronomiche; e (5) trasferimenti di calore radiante e convettivo negli oceani e nell’atmosfera.
11. Nordhaus, A Question of Balance, Table 5–8.
12. The Impact of Climate Change on the United States Economy, a cura di Robert
Mendelsohn e James Neumann,CambridgeUniversityPress, 1999; Robert
Mendelsohn, The Greening of Global Warming, AEI Press, 1999.
13. Clive Hamilton, “Nordhaus’ Carbon Tax: An Excuse to Do Nothing?”, 4 Maggio
2009.
14. Nordhaus, A Question of Balance, p. 18.
15. Nordhaus, id., p.127.


Replica di William Nordhaus:

Nel leggere la lettera di Roger Cohen, William Harper e Richard Lindzen (CHL), ho avuto la sensazione di trovarmi in una rissa da bar. Difendono l’articolo dei sedici scienziati sul Wall Street Journal sparando a vista una raffica di lamentele su chiunque si muova, inclusi il direttore di Science Donald Kennedy, climatologi ai quali sono state rubate le email, l’opinionista Paul Krugman, il biologo Paul Ehrlich, l’attivista Robert Kennedy Jr., l’economista Nicholas Stern e persino l’ex vice presidente Al Gore.

Una volta diradati i fumi però, guardi da dietro il tavolo e quello che vedi può essere riassunto in un singolo punto centrale. Sostengono che il riscaldamento globale è pieno di incertezze, ma i suoi pericoli sono stati sistematicamente esagerati dai climatologi. In questa replica, esaminerò gli elementi chiave. All’inizio CHL sono d’accordo sul fatto che da un secolo le temperature globali sono davvero aumentate. Ecco superato almeno uno degli ostacoli posti dagli scettici del
cambiamento climatico.

Nel loro articolo originale, affermavano che le temperature sono diminuite durante
l’ultimo decennio. A mia volta ho spiegato che, siccome gli andamenti annuali nelle temperature sono molto volatili, i declini decennali contengono poca informazione. Ecco un modo utile per capirlo: abbiamo una lettura della temperatura media globale dal 1880 al 2011 (mostrata nella figura del mio articolo).

Calcoliamo il cambiamento decennale della temperatura per ognuno dei 122 anni a disposizione. Di questi, 41 mostrano un declino. In altre parole, se prendessimo un anno a caso, c’è una possibilità su tre che sia negativo. In serie così volatili, gli andamenti a breve non danno informazioni sulle tendenze a lungo termine (a). Ultimo commento sulla loro discussione: sa di trito, di gente che ripete vecchi argomenti che non riflettono la scienza attuale. Nel cercare prove del cambiamento climatico causato dall’uomo, gli scienziati non si sono limitati alla temperatura media globale. Hanno trovato svariati indicatori del riscaldamento provocato dagli esseri umani, compreso lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte di ghiaccio, il contenuto di calore degli oceani, gli schemi seguiti dalle piogge, l’umidità atmosferica, il prosciugamento dei fiumi, il raffreddamento della stratosfera e l’estensione del ghiaccio marino dell’Artico. Coloro che guardano solo alla tendenza della temperatura globale sono come investigatori che usano solo le deposizioni dei testimoni oculari e ignorano prove basate sulle impronte digitali e sul DNA.

Nella risposta di CHL, il secondo punto riguarda i modelli climatici. Quelli valutati dall’IPCC, ho fatto notare, mostrano che nel secolo scorso, le tendenze delle temperature durante l’ultimo secolo non si spiegano con le sole forzanti naturali (tipo eruzioni vulcaniche) . L’IPCC ha indicato che l’aumento a lungo termine delle temperature globali durante l’ultimo secolo si spiega solo se l’influenza della CO2 e di altri fattori umani è introdotta nei modelli.

CHL non contestano il fatto che le simulazioni dei modelli siano in grado di catturare le tendenze della temperatura globale. Piuttosto, ritengono che i modelli sovrastimino la sensibilità del clima alle concentrazioni atmosferiche di CO2 (b). Questo punto viene studiato intensamente da oltre trent’anni. Diversi modelli climatici mostrano diverse sensibilità climatiche e le differenze fra loro non sono state risolte. Il valore potrebbe essere più piccolo o più grande di quanto accettato comunemente, ma CHL non hanno alcuna tesi o dato per dimostrare che hanno ragione e gli altri hanno torto. Ritornerò sul problema delle incertezze nell’ultimo punto (c).

I successivi tre punti sono polemici e di scarso significato scientifico. A sorpresa, l’affermazione dei sedici scienziati “la CO2 non è un inquinante” è difesa con un riferimento a un comune dizionario, non a una fonte scientifica (d). Ma alla fine CHL concordano: il vero problema è se questa “componente causerà un riscaldamento globale significativo e distruttivo”. Ciò riporta semplicemente il dibattito al tema centrale.

Li ho anche criticati per aver detto che gli scettici del cambiamento climatico sono sottoposti a un regime di terrore, come i genetisti sovietici nell’era Lysenko; essi respingono la mia critica come uno “svolazzo retorico”. Se non intendevano paragonare  la situazione dei genetisti sovietici a quella degli scettici del clima occidentali, perché hanno citato quell’esempio? La mossa somiglia a quella del candidato alle elezioni che sorride bonario e dice “non chiamerei mai il mio oppositore comunista”.

Come quinto punto, CHL difendono il loro argomento secondo cui la scienza del clima è corrotta dalla necessità di esagerare il riscaldamento per ottenere fondi di ricerca. Elaborano questo argomento affermando che “Non ci sono incentivi lontanamente comparabili da parte della posizione contraria, quella delle industrie che, egli dichiara, sarebbero danneggiate dalle politiche che sostiene”.

Il paragone è grottesco. Per mettere qualche fatto sul tappeto, confronterò due casi: quello della mia università e quella del precedente datore di lavoro del Dr. Cohen, Exxon Mobil. All’Università di Yale dove lavoro, nell’ultimo decennio i fondi federali per le ricerche sul clima sono stati in media di 1,4 milioni all’anno, lo 0,5% degli introiti totali del 2011.

Per contro, nel 2011 le vendite di Exxon Mobil per la quale il Dr. Cohen ha lavorato come direttore della pianificazione e dei programmi strategici, sono state pari a 467 miliardi. Exxon Mobil produce e vende principalmente combustibili fossili, che emettono grandi quantità di CO2. Una tassa sostanziale sulle emissioni di CO2 ne aumenterebbe il prezzo e ridurrebbe le vendite di prodotti quali petrolio, gas e carbone.

Da diverse inchieste, risulta che Exxon Mobil abbia perseguito il proprio interesse economico operando per minare la scienza climatica ufficiale. In un rapporto della Union of Concerned Scientists, si legge che “fra il 1995 e il 2005, haincanalato circa 16 milioni di dollari a una rete di organizzazioni ideologiche e promozionali per fabbricare incertezza” in merito al riscaldamento globale (e). Per minare di soppiatto la scienza, ExxonMobil ha speso più di quanto l’università di Yale ha ricevuto per stabilirla.

Alla fine della loro risposta, CHL tornano all’economia del cambiamento climatico e agli interventi pubblici. Dicono due cose importanti: la differenza fra l’agire ora e il non fare niente per 50 anni è “insignificante sia economicamente che climaticamente” e le questioni politiche sono dominate da grandi incertezze.

La differenza fra agire ora e aspettare 50 anni è davvero “economicamente insignificante”? Data la rilevanza della domanda, ho ricalcolato la cifra usando i modelli più recenti. Riportata ai prezzi del 2012, la perdita è di 3,5 mila miliardi di dollari, il foglio di calcolo è disponibile sul web per chi volesse verificare di persona (f). Se gli scettici del clima pensano davvero che sia una cifra insignificante, non dovrebbero obiettare a spese molto inferiori per cominciare da ora a rallentare il cambiamento climatico.

Il punto più importante però è che l’economia e gli interventi del cambiamento climatico hanno grandi incertezze. CHL ne hanno menzionate cinque: crescita economica, scienza fisica, impatti del cambiamento climatico, politica e tasso di sconto. Gli economisti hanno fatto grandi sforzi per includerle nei loro modelli. Tuttavia, altre incertezze si sono rivelate molto più resistenti ai nostri tentativi. La prima riguarda le minacce al “patrimonio culturale e naturale” (per citare le parole della World Heritage Convention dell’UNESCO), di cui i grandi ghiacciai, la biodiversità marina e terrestre, siti archeologici, città e insediamenti storici.
L’innalzamento del livello dei mari, per esempio, rappresenta una grave minaccia per Londra e Venezia e per diversi ecosistemi delle pianure costiere (g). Ecologisti ed economisti non sono stati in grado di trovare modi affidabili di includere queste minacce nei modelli economici. Una seconda incertezza, più pericolosa ancora, riguarda i “tipping points” (punti di non ritorno) nel sistema terrestre su scala globale, come il collasso delle calotte di ghiaccio in Groenlandia e in Antartide, il cambiamento della circolazione oceanica, i processi per i quali il riscaldamento innesca altro riscaldamento e l’acidificazione degli oceani (h).

La tesi di CHL è che le incertezze si risolveranno probabilmente a favore dell’inazione piuttosto di una forte azione politica per rallentare il cambiamento climatico e, in ogni caso, spiegano, date le dimensioni delle incertezze gli interventi politici non hanno molta importanza.

Le incertezze hanno buone probabilità di risolversi a favore dell’inazione? Se sapessimo la risposta, non saremmo incerti, ovviamente. Ma i modelli economici hanno tentato di riflettere lo stato della conoscenza scientifica e le incertezze, così come si riflettono nelle valutazioni migliore e non pregiudiziali. Su un aspetto trattato abbastanza a lungo e sul quale è possibile dare un giudizio – l’impatto sul clima dell’aumento delle concentrazioni di CO2 – la scoperta interessante è che dopo un’analisi approfondita fatta nel 1979 le valutazioni sono cambiate di poco.

Le conclusioni di CHL hanno però il grave problema di ignorare i pericoli delle incertezze del cambiamento climatico. Per illustrarli, immaginiamo di giocare alla roulette al Casinò del clima. Ogni volta che la roulette si ferma, risolviamo una delle incertezze. La scommessa migliore, al momento, è che il raddoppio della CO2 aumenterà le temperature di3°C; se la pallina finisce sul nero sarà di2°C; sul rosso di4°C. Allo stesso modo, una pallina in una casella nera porterà a danni minimi da una certa quantità di riscaldamento e nella casella rossa a un riscaldamento molto più alto del previsto. Al prossimo giro, una pallina sul nero produrrà una bassa e rallentata crescita di emissioni di CO2, sul rosso una loro crescita rapida. E così via.

Al Casinò del clima però, la pallina può anche fermarsi sullo zero o sul doppio zero. Se si ferma sullo zero, perdiamo quantità significative di specie, ecosistemi e luoghi di interesse culturale come Venezia. Se si ferma sul doppio zero, vinciamo uno spostamento anticipato del sistema climatico terrestre, come una rapida disintegrazione della calotta glaciale in Antartide occidentale.

CHL ritengono che in realtà la pallina si fermerà sempre nella casella nera. Possiamo sperarlo, ma su cinque giri di ruota le probabilità di un tale risultato sono soltanto una su 50 (i). E quando le diverse incertezze interagiscono, la non linearità del sistema fisico aumenta la probabilità di esiti più costosi. Poniamo, per esempio, che le incertezze climatiche siano maggiori e gli impatti fossero molto più dannosi del previsto. I danni sarebbero sproporzionatamente più grandi rispetto a quelli della “migliore delle ipotesi”.

CHL capovolgono il senso dell’incertezza. Una politica sensata pagherebbe un premio per evitare di giocare alla roulette al Casinò del clima. Vale a dire che nei modelli economici, i costi del non far nulla per 50 anni sono sottostimati perché non possono includere tutte le incertezze, né quelle note come la sensibilità climatica, né quelle dello zero e del doppio zero come i punti di non ritorno e le incertezze tuttora ignote.
Gli argomenti dei sedici scienziati nel Wall Street Journal, nella loro risposta qui e altri attacchi contro la scienza e l’economia del clima sono a volte gravi e a volte insensati. Ci viene detto che non possiamo agire perché gli scienziati non sono sicuri al 100%  del riscaldamento globale che avverrà. Ma un bravo scienziato non è mai sicuro al 100% di un fenomeno empirico. Il famoso fisico Richard Feynman aveva colto la portata dell’incertezza scientifica:

Qualche anno fa ho avuto una conversazione sui dischi volanti con un non addetto ai lavori… “Non penso che esistano,” ho detto io.  “È impossibile che esistano dischi volanti? Può dimostrare che è impossibile?” ha chiesto il mio antagonista.
 “No”, gli ho detto, “non posso provare che sia impossibile. È solo molto improbabile”. Al che ha risposto, “Lei è poco scientifico. Se non può provare che è impossibile, come può dire che è improbabile?”? Ma è proprio così il modo scientifico. È scientifico dire soltanto cos’è più probabile e cosa lo è di meno e non provare sempre il possibile e l’impossibile (j).

Questa storia ci ricorda come procede la scienza. È possibile che il mondo non si scalderà negli anni a venire. È possibile che gli impatti saranno piccoli. È possibile che sarà inventata una tecnologia miracolosa per estrarre CO2 dall’atmosfera a basso prezzo. Viste le prove che già abbiamo però, sarebbe sciocco scommettere su questi risultati solo perché sono possibili.

In fin dei conti questa rissa da bar è solo un divertente diversivo. Scienziati, economisti e politici hanno problemi seri da risolvere, oltre a schivare le distrazioni. Dobbiamo continuare a migliorare le conoscenze scientifiche, particolarmente degli impatti del cambiamento climatico; dobbiamo intervenire per aumentare il prezzo di mercato del carbonio e fornire così incentivi alle famiglie per modificare i consumi e passare a una dieta a basso tenore di carbonio; dobbiamo anche aumentare i prezzi del carbonio per segnalare a imprese come Exxon Mobil che il loro futuro sta nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione di carburanti a basso tenore di carbonio e dobbiamo escogitare un meccanismo che unisca le nazioni in uno sforzo globale e non limitato all’Europa nord-occidentale. Tutti questi sforzi devono iniziare adesso, non fra 50 anni.

Note

a) Più in generale, si può considerare come segue. Poniamo che, sulla base dei dati storici, la temperatura abbia la tendenza ad aumentare in media di0,006°Call’anno ed una variabilità casuale (deviazione standard per un normale errore) di0,133°Call’anno. Statistiche elementari mostrano che questo processo ha declini decennali delle temperature nel 44% degli anni.

b) Più precisamente, CHL sostengono che le stime correnti della sensibilità climatica agli aumenti di CO2 e altri gas serra siano esagerate. Il termine tecnico è “equilibrio della sensibilità climatica”, che è l’equilibrio o la media del riscaldamento della superficie a lungo termine a seguito di un raddoppio della concentrazione della CO2 atmosferica.

c) CHL sostengono inoltre che i dati immessi nei modelli di simulazione del clima passato sono aggiustati a posteriori per produrre i risultati, cioè che sono scelte determinate forzanti radiative per adattare i modelli ai dati storici delle temperature. “Forzanti radiative” è un termine tecnico che denota l’impatto dei vari gas e fattori che condizionano il clima nel bilancio energetico della Terra. Le forzanti sono misurate in watt per metro quadrato nella bassa atmosfera, ma io le chiamo semplicemente “unità di riscaldamento”. CHL indicano correttamente le grandi incertezze su questo punto.

La principale riguarda la forzante dovuta agli “aerosol”, fondamentalmente delle particelle provenienti da impianti per la produzione di energia, agricoltura e deforestazione. (Mi baso sull’autorevole discussione nel IV Rapporto di valutazione dell’IPCC, Climate Change 2007: The Physical Science Basis: Contribution of Working Group I to the Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, a cura di S. Solomon et al., Cambridge University Press, 2007.)

Per dare un senso delle grandezze, l’IPCC stima che dal 1750 al 2005  il cambiamento nella forzante della sola CO2 sia di 1,7 unità di riscaldamento, mentre il totale che include tutti gli altri fattori è di circa 1,6 unità. Tuttavia è molto incerto l’impatto delle altre forzanti, in particolare degli aerosol. L’IPCC stima che la forbice di incertezza per il riscaldamento totale sia di 0,6 – 2,4 unità di riscaldamento (p. 4). L’intervallo percentuale di confidenza (5, 95) riflette l’esperto giudizio degli autori secondo cui ci sono almeno 9 possibilità su 10 che il numero reale stia entro questa forbice.

L’incertezza è nota da anni e gli scienziati lavorano per ridurla, ma costruire modelli non è semplice come misurare una curva. Un recente confronto tra i modelli mostra chiaramente l’importanza degli aerosol nella simulazione di climi storici. L’insieme dei modelli con soltanto gli aerosol ottiene una riduzione della temperatura media globale di circa 0,5°Cdurante l’ultimo secolo. Le simulazioni che includono tutte le forzanti tranne gli aerosol ottengono una previsione in eccesso all’incirca della stessa quantità (vedi Olivier Boucher et al., “Climate Response to Aerosol Forcings in CMIP5”, CLIVAR Exchanges, n. 56, vol. 16/2, maggio 2011). La risposta definitiva all’incertezza non è di cestinare i modelli climatici ma di migliorare le misurazioni, in particolare degli effetti degli aerosol.

d) Per esempio, un buon punto di partenza per rifletterci è un ottimo manuale sull’inquinamento dell’aria che cita le seguenti definizioni dell’Environmental Protection Agency: “Inquinamento dell’aria: presenza in aria di sostanze contaminanti o inquinanti che interferiscono con la salute o con il benessere umana o producono altri pericolosi effetti ambientali.” Daniel A. Vallero, Fundamentals of Air Pollution, quarta edizione, Academic Press, 2008, p. 3.

e) “Smoke, Mirrors, and Hot Air”.

f) Per chi volesse vedere il programma Excel con il quale sono stati fatti questi calcoli e verificarli o provarne altri, è disponibile qui. Scaricate il programma Excel, andate sul foglio “50yeardelay” e seguite le istruzioni. Potrete verificare la cifra citata nel testo e fare altri calcoli.

g) In Augustin Colette et al., Case Studies on Climate Change and World Heritage, UNESCO World Heritage Centre, Parigi, 2007.

h) Una fonte importante è Timothy M. Lenton et al., “Tipping Elements in the Earth’s Climate System”, Nature, vol. 105, n. 6,12 febbraio 2008.

i) Più esattamente (16/38) 5 = 0.0238. Inoltre, su cinque giri di ruota, c’è un 24% di possibilità che accada un evento catastrofico di tipo zero o doppio zero. Queste probabilità sono solo esempi per mostrare come interagiscono le incertezze multiple.

j) Richard Feynman, The Character of Physical Law, MIT Press, 1970.


Traduzione di Massimiliano Rupalti; revisione di Sylvie Coyaud.

10 commenti:

  1. Beh, intanto, giusto per puntualizzare quanto abbiamo detto altrove sulla fragilita' delle nostre infrastutture, abbiamo la recente notizia che dopo il satelite Jason1, che ha avuto dei problemi non risolti qualche mese fa ( ingoro al momento la gravita' e natura di essi), e' stata la volta del satellite envisat, che non e' piu' contattabile dal 10 aprile.

    La perdita di questo satellite e' molto grave per le geoscienze, ma il punto che vorrei far notare e' questo: quel satellite e' stato messo in orbita nel 2002 e doveva durare 5 anni. Lo abbiamo invece tenuto per 10, e ora non abbiamo sostituti a breve: perche'?
    Perche mancano i soldi, ecco perche'.

    Stiamo cominciando a perdere i pezzi, gente, a partire da quelli piu' delicati e di alto profilo. Il segno dei tempi peak oil che avanzano tumultuosamente.

    Inutile dire tutte le considerazionei che mi vengono in mente, una fra tutte e' che stiamo perdendo anche gli strumenti per capire quello che ci succede.

    saluti

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  2. Clima, il guru ambientalista James Lovelock fa marcia indietro: “abbiamo fatto troppo allarmismo, le temperature non stanno più aumentando”

    James Lovelock è un chimico britannico, scienziato indipendente, scrittore e ricercatore da sempre ambientalista, da sempre convinto delle responsabilità umane nei cambiamenti climatici. E’ l’autore della nota “teoria di Gaia” con la quale per primo ha descritto il pianeta Terra, con tutte le sue funzioni, come un unico superorganismo.
    Nel 2006 in un’intervista all’Indipendent, quotidiano britannico, diceva che “a causa del riscaldamento globale moriranno miliardi di persone nel mondo, e solo in pochi potranno riuscire a sopravvivere nell’Artico, l’unica zona del pianeta dove il clima rimarrà tollerabile alla vita degli esseri umani entro la fine del 21° secolo“.
    Poco dopo, intervistato dal Guardian, un altro quotidiano britannico, confermò che “l’80% degli esseri umani morirà entro il 2.100 d.C. e che questo cambiamento climatico durerà almeno 100.000 anni. Entro il 2040, la popolazione mondiale sarà abbattuta da carestie dovute a siccità e inondazioni, e la gente del sud Europa, del sud/est Asiatico e dell’America centrale si muoveranno verso nord“.

    Adesso Lovelock ha cambiato completamente idea, alla luce degli ultimi dati climatici. In un’intervista al famosissimo giornale online di news MSNBC, ha spiegato che “proprio io, scienziati anticonformista sdiventato un guru dei movimenti ambientalisti, devo riconoscere di esser stato troppo allarmista sul cambiamento climatico. Altri, come Al Gore, esagerano in modo significativo. Sto scrivendo un libro in cui spiego che i cambiamenti climatici in atto non sono così rapidi come si pensasse, e che probabilmente sono del tutto naturali. Non sappiamo in che direzione stia andando il clima, pensavamo di saperlo 20 anni fa e ciò ha diffuso tesi allarmistiche che i dati hanno smentito, compresa la mia. Sembrava tutto chiaro, ma non è successo. Dal 2000, le temperature del pianeta non sono più aumentate. Dodici anni sono un tempo ragionevole, e se le temperature sono rimaste costanti in ben 12 anni, proprio quando dovevano aumentare secondo ogni previsione, e con un continuo aumento delle emissioni di gas serra, beh a questo punto non possiamo più avere dubbi su come stanno le cose“.


    http://www.meteoweb.eu/2012/04/clima-il-guru-ambientalista-james-lovelock-fa-marcia-indietro-abbiamo-fatto-troppo-allarmismo-le-temperature-non-stanno-piu-aumentando/131396/


    Anche i dati e le immagini del satellite CRYOSAT confermano i “boom” dei ghiacci polari

    http://www.meteoweb.eu/2012/04/anche-i-dati-e-le-immagini-del-satellite-cryosat-confermano-i-boom-dei-ghiacci-polari/131401/

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  3. Dai dati che io stesso sto elaborando (Argo profiler float), il contenuto di calore ocenaico di questi ultimi 6-7 anni ha avuto un andamento abbastanza piatto. Ma questo non significa nulla, bisogna guardare su scale lunghe.
    Comunque sia, giusto per fare un po'l'allarmista della domenica, mai pensato che le trensizioni di fase in fisica sono appunto caratterizzate da temperature costanti?

    Il clima terrestre è molto complesso e sicuramente lo è piu della capacita di ragionamento di un mezzo-troll ;)

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  4. giusto per dire, quelle notizie che Hiei baldanzosamente riferisce del ghiaccio, indicano solo che la variabilità interannuale dello spessore del ghiaccio in quella zona si attesta sull'ordine dei +/- 10 cm ogni 2 anni.

    Punto.

    Quando avremo serie di almeno 10/20 anni, potremo estrarre un segnale dal rumore.

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  5. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  6. Scusate, ma Hiei è bannato da questo blog.

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  7. @Ugo
    Scusate?
    Ciao Ugo!

    @Phitio
    magari ti interessa
    http://www.agu.org/pubs/crossref/pip/2012GL051106.shtml
    http://www.skepticalscience.com/levitus-2012-global-warming-heating-oceans.html

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  8. grazie per i links.

    Io sto studiando in realta' uno strato compreso tra 10 e 1500 metri, quindi magari potrei provare a controllare cosa succede nei 500 metri sottostanti.
    Il problema e' che anche se disponiamo degli Argo floats, che arrivano fino ai 2000 metri, abbiamo poche misurazioni sotto i 1500 con una buon o standard di qualita', per poter fare una ricostruzione della precisione voluta su tutto il dominio oceanico.

    In effetti, io starei facendo una cosa ancora diversa: sto criticando un lavoro in cui hanno costruiti un indice aggregato globale (GOI) di Upper Ocean Heat Content (OHC) in cui hanno implementato la procedura sbagliata per inserire dati coerenti dove essi mancano, ricavando cosi' erroneamente un trend di HC in aumento.

    E' un lavoro di un dottorando, ma il revisore avrebbe dovuto accorgersene. Questo genere di sviste sono poi il materiale su cui i negazionisti vanno a nozze.

    Saluti
    Phitio

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  9. Beh, se vi interessa una anticipazione, dalle mie verifiche ribadisco che l' Heat Content nello strato 10-1500, ricavato dai dati Argo, non cresce dal 2004. Il lavoro che critico, e che purtroppo e' stato citato anche in altre pubblicazioni scientifiche, ha a mio parere un errore banale dentro ai suoi calcoli.

    Questo mi rattrista e rallegra al tempo stesso: mi rattrista perche' un errore del genere non avrebbe dovuto passare, in una pubblicazione peer reviewed : la pubblicazioe (del 2011) e' stata revisionata online almeno da quattro persone che hanno fatto le pulci a tutto, tranne che al metodo stesso!
    Mi rallegra, perche' nononstante questo, il tutto e' ancora rivedibile alla luce dei fatti della scienze della matematica.

    Saluti

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