Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 30 novembre 2010

James Hansen e il tipping point climatico


In occasione della visita di James Hansen in Italia, un'illustrazione del principio del "Tipping Point" climatico, ovvero il "cambiamento climatico brusco" di cui Hansen parla spesso.

sabato 27 novembre 2010

James Hansen in Italia


Da "Climalteranti" un articolo di Stefano Caserini che annuncia la visita in Italia di James Hansen, il climatologo americano ben noto per il suo grandissimo impegno nel diffondere l'idea della necessità di ridurre le emissioni di CO2. Secondo Hansen, è vitale rientrare sotto le 350 parti per milione di CO2 altrimenti rischiamo di mandare tutto il sistema climatico fuori equilibrio causando danni incalcolabili.

Inizialmente, era stato annunciato anche l'intervento di Ugo Bardi per Milano il 2 Dicembre - purtroppo però ho dovuto dare forfait per altri impegni. Peccato, mi sarebbe piaciuto conoscere Hansen, ma sarà per un altra volta. Se voi avete modo di andarci, però, ne vale sicuramente la pena e se qualcuno ha voglia di fare un riassunto di qualcuno di questi incontri, lo pubblico volentieri su "Cassandra.



James Hansen in Italia

Il grande climatologo James Hansen sarà in Italia dall’1 al 4 dicembre, per presentare il suo libro “Tempeste, Il futuro del clima del pianeta e l’urgenza di agire”, di cui abbiamo già pubblicato qui una recensione.
In seguito sono elencati gli appuntamenti previsti.
Ho letto e curato, con Luca Mercalli, Tempeste, l’edizione italiana di “Storm of my grand children”, perché lo ritengo un libro importante, come ho scritto nell’introduzione che è riportata in seguito.
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Mercoledì 1 dicembre, dalle ore 20 alle 21, Radio Popolare Milano. Hansen intervistato da Sylvie Coyaud.
La trasmissione va in onda in diretta anche sulle altre radio del network, quindi si potrà tele-intervenire (numero telefonico 02 33.001.001, email diretta@popolarenetwork.it, SMS 331 62 14 013)
Giovedi’ 2 dicembre, ore 10.30, Politecnico di Milano. Conferenza “Il futuro del clima del pianeta e l’urgenza di agire”. Interverranno Marino Gatto e Telmo Pievani. Ci sarà un ampio spazio per il dibattito.
La locandina dell’iniziativa è disponibile qui.
Giovedi’ 2 dicembre, ore 18,30, Milano, Rotonda della Besana.
Incontro nell’ambito della mostra “2050: Il pianeta ha bisogno di te, con Telmo Pievani e Frank Raes.
Venerdi’ 3 dicembre, ore 21, Torino, Circolo dei lettori.
Conferenza: “Clima, l’urgenza di agire. La natura e le leggi della fisica non scendono a compromessi
Introduce Luca Mercalli. Intervengono Mario Salomone, Antonello Provenzale, Giovanni Paesano, Erik Balzaretti.
La locandina dell’iniziativa è disponibile qui.
Sabato 4 dicembre, Roma, ore 19, Palazzo dei Congressi, EUR.
Presentazione di “Tempeste” alla Fiera dell’editoria “Più libri più liberi“. Modera Sylvie Coyaud.

venerdì 26 novembre 2010

Oddio, nevica.... ma allora il riscaldamento globale è una bufala!


Gli scienziati del mondo presi alla sprovvista dalla tempesta di neve

Notizie dell'ultimissimo momento: il riscaldamento globale non lo è! 
"Questa è arrivata adesso: una recente tempesta di neve lascia gli scienziati completamente basiti"

Dr. J. Hansen, NASA. "Che cosa posso dire? Questa non l'avevo vista arrivare. Una tempesta di neve? Non posso argomentare contro una cosa del genere."


Il pannello intergovernativo sul cambiamento climatico ha aperto una sessione di emergenza per rispondere al problema
"Benvenuti, amici scienziati!!"
"NEVE? CHE Cxxxx!?"
"Come è pouto succedere?"
"Una vita di ricerca rovinata"
"Ordine, ordine!"



Nel frattempo, altri climatologi accolgono le notizie senza scomporsi
"Viene Luglio, e vi dimenticherete tutti della neve e crederete al nostro imbroglio di nuovo!"
"Wa-ha-ha!"


La prossima settimana: la pioggia in Europa nega la realtà della siccità in Africa


Fonte

giovedì 25 novembre 2010

Un millimetro all'anno


Alcuni dati molto recenti dalle misure satellitarie segnalato da Psyorg e anche dal blog "Crisis". Misurare il livello dei mari non è cosa semplice, ma lo si fa con metodi indiretti basati sulla "trazione" gravitazionale che agisce sui satelliti, che è proporzionale alla massa che sorvolata. 


I dati sono chiari: il livello dei mari si sta alzando. Questo è causato sia dallo scioglimento dei ghiacci continentali, sia dall'aumento di temperatura dell'acqua che ne causa l'espansione. In entrambe i casi, è un effetto del riscaldamento globale.

Per ora è una cosa piccola. Le misure satellitarie (sensibili alla variazioni della massa degli oceani) ci fanno vedere un aumento di circa 1 millimetro all'anno nel periodo considerato, ovvero di circa 5 anni. Dato che lo scioglimento dei ghiacci è cosa che avviene ormai da qualche decennio, siamo a parlare di qualche centimetro di crescita negli ultimi 50 anni. Più o meno è nel range previsto dai modelli, come si vede in questa figura; presa dal rapporto 2007 dell'IPCC.




Dice Debora Billi su Crisis che "forse non è ancora ora di trasformare la nostra casa in montagna in una villetta al mare, ma il cambiamento c'è." E, infatti, è proprio questo il punto. Tutti i grandi cambiamenti cominciano piccoli - bisogna intervenire prima che diventino grandi. E ignorarne l'esistenza è ancora peggio.

venerdì 19 novembre 2010

Prepararsi per l'inverno più freddo degli ultimi 1000 anni


Da political Irony 

Gratis!! Attrezzo ufficiale, verificato, per lo sbufalamento del global warming.

1. Tagliare lungo la linea tratteggiata
2. Orgogliosamente piazzare verticalmente sulla neve accumulata
3. Prendere nota della profondità misurata per screditare instantaneamente tutti gli studi scientifici sul global warming.

Bonus: lo si può anche tenere orizzontalmente per confermare scientificamente l'innegabile fatto che la terra è piatta.



Ha cominciato già Emilio Fede sul TG4 a dire che questo inverno sarà "il più freddo negli ultimi 1000 anni". Ha seguito ultimamente a parlare di inverni rigidissimi tal Madrigali, noto per predire ogni anno l'arrivo della nuova era glaciale.

Non si sa da dove arrivino queste idee. Sono comunque alquanto improbabili, considerando che il 2010 si avvia a essere l'anno più caldo da quando si fanno misure di temperatura.

Ma, alla prima nevicata, vedrete come strepitano, questi!

mercoledì 17 novembre 2010

Climategate: un anno dopo


Guarda questi messaggi scandalosi!!

Un anno fa, subito dopo la notizia del furto delle email private dal server del Climate Research Unit, quello che sarebbe poi diventato noto come "Climategate", scrivevo definendolo un avvertimento mafioso contro gli scienziati. Lo era.

Per chi lo ha inventato e sfruttato per i propri scopi, il climategate è stato un successo. La leggenda degli scienziati imbroglioni si è sparsa facilmente, come fanno tutte le leggende. Così, oggi, ogni volta che si parla di clima, viene sempre fuori qualcuno che dice "ma ho sentito dire che gli scienziati hanno truccato i dati." E' stata una facile vittoria dei professionisti della propaganda contro gli scienziati, poco abituati a questo tipo di battaglia.

Tuttavia, ogni sconfitta è un insegnamento per chi la subisce, che non si farà imbrogliare un'altra volta. Ed è anche vero che a vincere imbrogliando ci si fanno dei nemici. C'è una ragione se il blog "Cassandra" è nato poco dopo il Climategate.

martedì 16 novembre 2010

Intervista a Rajendra Pachauri, presidente dell'IPCC - parte III


In questa terza e ultima parte dell'intervista, Rajendra Pachauri, presidente dell'IPCC;  ci racconta qualcosa su quelle che ritiene le priorità che fronteggiamo. Su questo punto, per la verità, Pachauri appare un po' convenzionale anche se corretto. Forse più interessante è la sua risposta sul suo romanzo "Ritorno ad Almora", dove viene fuori una ricerca della spiritualità che viene, probabilmente, dalla sue origini culturali in India.

Prima di partire con l'ultima parte dell'intervista a Rajendra Pachauri, fatemi fare un commento generale: da quello che mi ha detto e da altro materiale che appare su internet, viene fuori una persona di grande entusiasmo, capace di un incredibile attivismo e - soprattutto - di onestà specchiata. Quest'ultima qualità l'hanno dovuta ammettere anche i suoi detrattori, ritrattando le infami accuse che avevano lanciato contro di lui (come potete leggere nella prima parte dell'intervista). Fra le altre cose, il suo entusiasmo e la sua correttezza vengono fuori anche dalla disponibilità che ha dimostrato a rispondere alle mie lettere e alle mie domande; cosa rara da parte di persone a quel livello. Vi posso dire che è un piacere conversare con Pachauri via email.

Nessuno è perfetto, di Rajendra Pachauri possiamo dire che ha fatto degli errori di comunicazione - più che altro con il suo romanzo che è apparso in un momento infelice, dando ai suoi nemici la possibilità di attaccarlo anche su quello. Ma la posizione di Pachauri è difficilissima: come presidente dell'IPCC fa da parafulmine a tutti gli attacchi lanciati dalle forze dell'anti-scienza. Immaginatevi per un momento di essere voi al suo posto e potete capire come sarebbe difficile, forse impossibile, resistere ad attacchi concertati da gente senza scrupoli e che sono anche dei razzisti (come potete leggere in questo post).

Quindi, probabilmente Pachauri è l'uomo giusto per essere alla testa dell'IPCC (e in effetti è stato recentemente confermato): uno dei pochi in grado di uscire dalla tempesta a testa alta. Io l'ho definito un eroe della scienza del clima e secondo me merita di essere chiamato così. Finché abbiamo uomini come lui, c'è speranza. 

Ciò detto, ecco l'ultima parte dell'intervista.


5. Dr. Pachauri, il cambiamento climatico è soltanto una delle molte sfide che l'umanità sta fronteggiando oggi. In aggiunta, ci sono altre forme di inquinamento, erosione del suolo, esaurimento delle risorse minerali, fra le quali il petrolio e altri. Un problema che vedo spesso e che si tende a vedere un singolo problema come se fosse il solo di qualche importanza e scartare tutti gli altri. Questo è tipico dei litigi da quattro soldi fra i "picchisti" e i "climatisti", ognuno che sostiene che un problema è più importante degli altri. Lei, Dr. Pachauri, si trova nella posizione di essere alla testa dell'IPCC ma di non essere uno specialista nella scienza del clima. Così, lei può avere una visione più vasta di molti di noi. Cosa pensa delle priorità che fronteggiamo? Quali sono i problemi più importanti e dove dovremmo allocare le nostre risorse?

Essenzialmente, quello su cui dovremmo focalizzarci globalmente è l'ottenimento di uno schema sostenibile di crescita e sviluppo. Tenendo presente la definizione di sviluppo sostenibile descritta dalla Commissione Bruntland, un tale schema di sviluppo dovrebbe andare incontro alle necessità della generazione corrente senza mettere a repentaglio la possibilità delle generazioni future di soddisfare le loro necessità. Il cambiamento climatico è dunque soltanto parte di un problema molto più importante che ha a che fare con l'esaurimento e la degradazione delle risorse naturali della Terra e dei suoi fragili ecosistemi. Io credo che dobbiamo adottare politiche e allocare risorse per ridare vita e restituire alla salute una varietà di beni comuni globali. Dobbiamo tenere il benessere umano al centro dei nostri sforzi che si espandono da una regione all'altra e attraverso le generazioni. Io credo che il nostro problema principale sia di essersi allontanati dall'armonia della natura e questo si può correggere non soltanto attraverso l'innovazione e nuove tecnologie ma anche attraverso cambiamenti nello stile di vita e modi di comportarsi.

6. Nella recente esplosione di polemiche sul cambiamento climatico, credo che abbiamo tutti imparato che una bella storia può attirare di più l'attenzione del pubblico che dei fatti senza vita. Allora, potrebbe raccontarci qualcosa a proposito del suo ultimo romanzo?

Il mio romanzo, "Ritorno a Almora” è essenzialmente un viaggion verso la comprensione dello spirito umano e che cosa costituisce l'anima dell'essere umano. Il messaggio che ho cercato di mettere insieme nel libro è l'enfatizzare che raggiungere un alto livello di spiritualità e di sublimazione del comportamento umano non richiede vivere in un monastero o rinunciare al mondo. Lo sviluppo spirituale è qualcosa che la maggior parte degli esseri umani normali  possono ottenere. Il libro è un totale di 400 pagine a stampa, ma mi diverte che gli stessi detrattori che mi hanno attaccato per mezzo di bugie sulle mie operazioni finanziari e sulle mie attività professionali non hanno nemmeno risparmiato i miei umili sforzi come romanziere e hanno estratto passaggi fuori contesto e cercato di infangare il mio lavoro che io credo la maggior parte dei lettori hanno trovato essere una fonte di ispirazione sul pensiero e sul comportamento umano.

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Parte prima dell'intervista a Rajendra Pachauri
Parte seconda dell'intervista a Rajendra Pachauri

Ulteriori notizie su Rajendra Pachauri, anche su dove compra i vestiti che indossa (che NON sono di Armani, nonostante le accuse che gli hanno fatto) la trovate a questo link: http://www.livemint.com/2010/02/02003231/Pachauri-blames-global-lobbies.html

In questa intervista fatta a Taipei, invece, potete avere qualche idea della posizione di Pachauri sul fatto di essere vegetariano e di come questo può aiutare a ridurre l'impatto umano sull'ecosistema:
http://award.godsdirectcontact.net/en/news/her20100321163605274.htm


Qui trovate un articolo di Pachauri sul "Guardian" dove commenta gli attacchi contro gli scienziati sulla questione del climategate. http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cif-green/2010/mar/26/dont-hound-the-climate-scientists

lunedì 15 novembre 2010

Intervista a Rajendra Pachauri, presidente dell'IPCC - Parte II


In questa seconda parte dell'intervista, Rajendra Pachauri affronta la questione della comunicazione, ammettendo che l'IPCC ha fatto dei notevoli errori nel trascurare il problema e promettendo miglioramenti in proposito. Affronta anche una domanda molto delicata che gli ho fatto: cosa ne pensa dell'aumento della popolazione umana come una delle cause principali del riscaldamento globale. Come vedete, la sua risposta è molto diplomatica. D'altra parte, fa giustamente notare che il suo paese, l'India, è meno sovrappopolato di altri paesi "sviluppati" e che le emissioni - e l'accumulo delle stesse nella storia - sono molto maggiori per i paesi sviluppati.


3. Dr. Pachauri, la recente campagna anti-scienza ci dice che dobbiamo aver fatto qualche errore fondamentale nel modo in cui abbiamo presentato la scienza se viene fuori che il pubblico è così facilmente influenzabile da bugie e storielle carine. Come presidente dell'IPCC, lei ha una grande responsabilità nel fare qualcosa per cambiare il modo in cui la scienza, e la scienza del clima in particolare, è presentata al pubblico. Cosa pensa che si dovrebbe fare in termini di priorità? Ha qualche piano in questo senso? 

Si sa che gli scienziati non sono sempre i migliori comunicatori e - nel caso della scienza del clima - questo diventa un problema serio perché stiamo parlando di un'area di interesse diretto per tutta la società. Se non comunichiamo la scienza del cambiamento climatico al pubblico altri, che hanno interessi nascosti, riempiranno il vuoto. Nell'IPCC, in particolare, abbiamo creato molto poco in termini di capacità di fronteggiare questa sfida e certamente questo ha causato una disseminazione poco efficace di studi scientificamente validi sul cambiamento climatico, con il risultato che che l'IPCC e la comunità scientifica si sono trovati sotto attacco da parte di coloro che intendono mettere in dubbio quei risultati ormai consolidati che l'IPCC ha diffuso sulla base di osservazioni consolidate e solida evidenza. Possiamo sperare che con il review fatto dall' Inter Academy Council, e le loro comunicazioni come una parte importante delle attività dell'IPCC, i governi, che sono i decisori finali nel Pannello, appoggeranno la creazione di capacità adeguate di comunicazione entro la struttura dell'IPCC.

4. Quando parliamo di "Cambiamento Climatico Antropogenico" intendiamo che gli esseri umani sono in gran parte responsabili per il cambiamento. Sembrerebbe che ne segua come inferenza logica che meno persone significherebbero meno cambiamento climatico e meno danni per il pianeta. Questo ci porta al tema controverso del "controllo della popolazione", un termine che era di moda negli anni 1970 ma che, oggi, sembra essere sparito dalla sfera politica, perlomeno nei paesi occidentali. Qual'è la sua opinione sulla questione della popolazione? Specialmente dal punto di vista del suo paese, l'India, che in molti definiscono come "sovrappopolato" come si vede la situazione?

La popolazione è certamente un fattore determinante nelle attività economiche che generano le emissioni di gas serra, che sono responsabili per il cambiamento climatico causato dall'uomo. Ma non possiamo ignorare le tendenze al consumo che determinano le emissioni attuali e sono state responsabili per le emissioni cumulative nella storia. Per esempio, il consumo di energia in alcuni paesi poveri è un centesimo dei livelli che sono comuni nelle regioni più ricche del mondo. Dato che il termine "Controllo della Popolazione" va contro i concetti basilari di diritti dell'uomo, libertà di scelta e libertà, in un paese democratico non possiamo fare di più che creare delle condizioni per le quali gli individui prendono decisioni riguardo alla loro fertilitò che dovrebbero volontariamente portare a ritmi più bassi di crescita di popolazione. Quello che è molto più importante e che può essere ottenuto in periodi di tempo molto più brevi è un miglioramento nell'efficienza dell'uso dell'energia e una riduzione delle emissioni per persona. La popolazione dell'India è certamente grande e sta ancora crescendo a un ritmo rapido, ma la densità di popolazione in India è tuttora più bassa di quella di parecchi paesi che sono considerati come avanzati e sviluppati. Naturalmente, un paese come l'India deve focalizzarsi in modo molto più efficace nell'educazione delle bambine e assucurare l'accesso a cure mediche e servizi sociali. Questo migliorerebbe la condizione umana in aggiunta a conseguentemente portare a più bassi valori della fertilità.


La prima parte dell'intervista a Rajendra Pachauri.

domenica 14 novembre 2010

Intervista a Rajendra Pachauri, presidente dell'IPCC (Parte 1)


Rajendra Pachauri, presidente dell'IPCC, ha gentilmente acconsentito a un'intervista per il blog "Cassandra". Il risultato sono quattro pagine di testo che trovate nell'originale in inglese a questo link. Pachauri si rivela persona molto diplomatica, come è ovvio che sia dato il suo ruolo. Ci da però molte interessanti informazioni. In questa prima parte, ci racconta qualche cosa della sua carriera di economista preoccupato per il cambiamento climatico (cosa che non è piaciuta a tutti i suoi colleghi). Poi ci parla degli eventi recenti e dell'attacco personale che ha ricevuto dal "Sunday Telegraph" - che è stato costretto a ritrattare le infami accuse fatte.



1. Dr. Pachauri, per prima cosa grazie per aver acconsentito a questa intervista. Poi, potrebbe dirci qualcosa su di lei? Il suo curriculum è pieno di titoli di studi, onori, premi, presidenze, posti di professore, eccetera. Ma io credo che il pubblico non abbia una chiara idea si chi lei sia, soprattutto nei paesi occidentali: Qual'è il suo background culturale? Dove è cresciuto e come è diventato presidente dell'IPCC?. Come ha influito sulla sua carriera il fatto di essere nato in India?

Non sono sicuro di poter dire tante cose su di me. Ho cominciato la mia carriera come ingegnere e nel periodo del mio master in ingegneria industriale ho cominciato a studiare economia come un area di minore importanza. L'ho trovata una materia così stimolante che ho deciso di cambiare i miei interessi accademici e alla fine sono diventato un economista dell'energia. Sono uno dei pochi che hanno creato l'associazione internazionale per l'economia dell'energia (IAEE), un'organizzazione di professionisti a livello globale della quale sono diventato presidente nel 1988. Nel corso del mio lavoro accademico, sono diventato acutamente conscio degli impatti ambientali dell'intero ciclo dell'energia. Questo mi ha portato a studiare la scienza che sta dietro al problema del cambiamento climatico. L'effetto degli studi che ho fatto è stato che mi sono convinto della gravità del cambiamento climatico come una delle sfide principali che sono di fronte alla professione dell'economista dell'energia. Durante la mia prolusione annuale all'IAEE nel 1988, ho messo in luce l'importanza di considerare il cambiamento climatico come una parte integrale della politica energetica (cosa che non è piaciuta per niente ad alcuni dei miei colleghi molto conservatori dell'IAEE). E' stata la produzione e l'uso dell'energia che ha causato il cambiamento climatico generato dall'uomo. Così, sono diventato Autore Principale nel secondo rapporto IPCC e sono stato eletto vice-Presidente per il terzo rapporto. Ho poi deciso di presentarmi per la presidenza dell'IPCC nel 2002 è sono stato fortunato da essere eletto in quel ruolo con un margine molto ampio.

Il fatto di essere nato in India mi ha reso acutamente conscio dei problemi della povertà - la vulnerabilità dei poveri agli impatti del cambiamento climatico. Tuttavia, io vedo il problema climatico come globale; per il quale ci vogliono soluzioni che coinvolgono tutti gli angoli del globo.

2. Come presidente dell'IPPC lei è stato oggetto - come ci si poteva aspettare - di attacchi di tutti i generi, il più recente è stato quello da parte di Richard North e Christopher Booker sul Sunday Telegraph. E' una cosa buona che lei sia riuscito ad ottenere che la verità sia ristabilita, ottenendo una lettera di scuse dal Telegraph. Sfortunatamente, le bugie sopravvivono a lungo nella mente della gente. Ci potrebbe raccontare la sua impressione su questi eventi? Il Telegraph se l'è cavata con solo qualche riga di scuse a denti stretti oppure - sperabilmente - c'è di più che dovranno fare per ripagare il danno fatto?

Non mi sarei mai aspeato di ricevere attacchi di questo genere, in particolare da parte di gente che impiega i più bassi livelli di menzogna. Ho trovato curioso che questi attacchi sono arrivati a valanga come se fossero stati programmati per essere lanciati dopo due anni interi che l'IPCC aveva ricevuto il premio Nobel per la pace insieme all'ex Vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore. Ho cercato pazientemente di convincere il Sunday Telegraph a ritrattare il loro articolo infame che ha dato inizio alla pioggia di pubblicazioni e rapporti ripetitivi che ne sono seguiti. Tuttavia, sono stati sordi alle mie comunicazioni decenti e giustificate. Alla fine, non mi è rimasto che assumere degli avvocati competenti di Lonra e cercare la possibilità di dare inizio a un'azione legale nel Regno Unito con l'accusa di diffamazione. Dopo molti scambi che i miei legali hanno avuto con il giornale, si sono decisi a pubblicare un articolo di scuse e a pagare le spese legali al livello di 53.000 sterline. Credo che avrei potuto portare l'azione legale alla sua logica conclusione e insistito per il pagamento di danni, che poi avrei donato a un'istituzione non-profit come faccio con tutti i fondi che ricevo in aggiunta al mio salario da parte di TERI. Tuttavia, credo di avere usi migliori per il mio tempo che trovarmi coinvolto in un'azione legale, in particolare dopo che il giornale ha pubblicato una lettera di scuse e tirato fuori 53.000 sterline. 

Segue.....

Un'update sugli attacchi a Pachauri da parte del Sunday Telegraph si trova in questo articolo di George Monbiot. Vedi anche questo articolo e quest'altro sul blog Cassandra.

sabato 13 novembre 2010

Non c'è ragione di preoccuparsi per il cambiamento climatico!


Possiamo tutti tirare un sospiro di sollievo, ragazzi. Dio ha promesso che non distruggerà la terra un'altra volta dopo il diluvio universale - dopo Noé, non avremo bisogno di un'altra arca. E, allora, possiamo stare tranquilli: il riscaldamento globale ci fa un baffo.

Perlomeno così ha dichiarato il membro del congresso degli Stati Uniti, John Shimkus, che aspira a diventare il presidente del comitato per l'energia e l'ambiente. E chi siamo noi per non fidarci?

http://www.dailymail.co.uk/news/article-1328366/John-Shimkus-Global-warming-wont-destroy-planet-God-promised-Noah.html

giovedì 11 novembre 2010

La sindrome di Venere




Venere: un pianeta ben diverso dalla Terra, con una temperatura di superficie di 460 C causata dall'effetto serra associato a un'atmosfera satura di CO2. Purtroppo, Venere ci mostra un possibile destino del nostro pianeta via via che l'intensità dell'irradiazione solare aumenta. In principio, ci vorranno ancora centinaia di milioni di anni prima che la Terra si trasformi in un inferno di fuoco come Venere, però non si può escludere che possa avvenire anche molto prima. Questa è l'opinione di James Hansen che nel suo libro "Tempeste" accusa gli scienziati di non dire veramente al pubblico quali sono i rischi che corriamo con il cambiamento climatico in corso.


Vi consiglio di leggere il libro di James Hansen "Tempeste," però facendo attenzione a una cosa. State attenti a non avere a portata di mano strumenti taglienti o contundenti mentre lo leggete; altrimenti potreste essere tentati di usarli contro voi stessi.

Quello di Hansen è un libro complesso e che affronta una molteplicità di argomenti; sia politici che scientifici. Il nocciolo della faccenda è - comunque - l'accusa che fa Hansen ai suoi colleghi climatologi di essere troppo conservativi, di non voler raccontare in pubblico i rischi che corriamo con il riscaldamento globale. Ovvero, secondo Hansen, i rischi potrebbero essere molto più gravi e immediati di quanto uno non si possa rendere conto dai rapporti IPCC, dai dati pubblicati e, in generale, da quello che si dice nel dibattito.

Quali sono questi rischi? Beh, secondo Hansen e altri quello che si rischia è un "runaway greenhouse effect", un "effetto serra incontrollato" che potrebbe essere generato dalla liberazione in atmosfera degli idrati di metano. Questo potrebbe portare a un riscaldamento talmente intenso da causare l'estinzione della maggior parte dei vertebrati, come è già successo alla fine del Permiano, 250 milioni di anni fa. Al limite estremo, potrebbe portare all'evaporazione degli oceani e alla sterilizzazione del nostro pianeta, che diventerebbe un gemello di Venere dove queste cose sono accadute centinaia di milioni di anni fa.

Ora, prima di mettervi a urlare "dalli al catastrofista" notate che queste non sono previsioni - sono scenari. Ovvero, sono eventi incerti ma fisicamente possibili. Sappiamo che l'intensità della radiazione solare aumenta gradualmente - molto lentamente, ma inesorabilmente - circa il 6% in più ogni miliardo di anni. Se la Terra deve mantenere una temperatura compatibile con la vita, questo aumento deve essere compensato dall'ecosfera terrestre con una riduzione della concentrazione di CO2. Questa concentrazione si deve dimezzare, circa, per ogni 2% di aumento dell'intensità della radiazione solare. Questo è quello che è osserviamo nel passato geologico della Terra: la concentrazione di CO2 si è gradualmente ridotta mantenendo la temperatura entro i limiti necessari per il mantenimento della vita.

Oggi, come fa notare Hansen, ci troviamo in una situazione in cui il sole non è mai stato così intenso come nel passato e - contemporaneamente - stiamo immettendo nell'atmosfera una gran quantità di gas serra a una velocità mai sperimentata nel passato del pianeta. Gli effetti di queste due condizioni combinate sono imprevedibili. Può darsi che non succeda niente di veramente grave a parte un riscaldamento di qualche grado; oppure può darsi che tutto il sistema vada fuori equilibrio - appunto - la sindrome di Venere.

Attenzione: questo non vuol dire che ci aspettiamo che una cosa del genere accada in tempi brevi. Anzi, ci sono ragionevoli argomentazioni per dire che potrebbe non accadere mai. Ma non possiamo escludere l'ipotesi peggiore. E, comunque, non importa nemmeno finire come Venere. Basterebbe qualcosa di simile a quello che è successo alla fine del Permiano per spazzare via la specie umana e la maggior parte dei vertebrati. Questa è una cosa che è già successa e quindi è provato che potrebbe succedere di nuovo.

Fatemelo ripetere: questi sono scenari, non previsioni. Una previsione è qualcosa che uno si aspetta che accada in un tempo specifico. Uno scenario è qualcosa che potrebbe accadere - non si sa quando ma per il quale è bene essere preparati. Uno si mette la cintura di sicurezza quando entra in macchina non perché prevede un frontale contro un TIR proprio quel giorno. Se la mette perché lo scontro con un TIR (o cose del genere) è un evento possibile. E' uno scenario, non una previsione.

Su questo punto, non è il solo Hansen a notare la reticenza degli scienziati. Parlare chiaramente di certi rischi non è cosa molto popolare. Fate caso al quarto rapporto dell'IPCC: la faccenda del rischio connesso con gli idrati di metano non c'è nella "sintesi" e meno che mai nel "summary for policymakers". La trovate solo nelle sezioni I e II, si, ma bisogna andarsela a cercare.


Quindi, alla fine dei conti, il problema posto da Hansen è un problema di comunicazione. E, in effetti, il dogma fino ad oggi nella comunicazione pubblica sul cambiamento climatico è stato di non allarmare la gente. Il terrore è quello di essere tacciati di "catastrofismo", di scatenare reazioni imprevedibili e forse anche violente, di allontanare la gente spingendola verso chi gli racconta bugie rassicuranti.

Però, pensateci solo un attimo: tutto questo è esattamente quello che sta succedendo. Gli scienziati sono tacciati di catastrofismo e allarmismo, oggetto di minacce di morte e di cacce alle streghe e c'è pieno, là fuori, di gente che fa successo raccontando bugie rassicuranti. Quindi, è possibile che sia stato un clamoroso autogol quello di cercare a tutti i costi di non allarmare troppo la gente?

A questo punto, ci accorgiamo che il problema è uno di strategia di comunicazione. Come dobbiamo comunicare il pericolo del cambiamento climatico? Con quali dati? A chi? Con quali obbiettivi?

Appena ci poniamo queste domande, vediamo che una strategia di comunicazione non esiste. Sono domande che, semplicemente, nessuno si è mai posto in modo professionale. Gli scienziati non sono preparati in questo campo. Non è il loro mestiere e questa è probabilmente una delle ragioni principali del clamoroso insuccesso del tentativo di prendere misure serie contro il cambiamento climatico.

Ora, io non sono uno specialista di comunicazione e non so se veramente potrebbe essere opportuno un cambiamento di strategia nel modo in cui comunichiamo certe cose. Vedo però che peggio di così le cose non potrebbero andare. Allora, non sarebbe il caso di provare a smettere di sforzarsi di indorare la pillola a tutti i costi?

Attenzione: questo che sto dicendo non vuol dire lanciare allarmi ingiustificati. Assolutamente no; ripeto che vuol solo dire che dobbiamo raccontare le cose come stanno. Vuol dire che la fisica del cambiamento climatico ci indica che eventi catastrofici sono possibili, e non li possiamo ignorare. E se non li possiamo ignorare, vuol dire che dobbiamo dire pubblicamente e con chiarezza che questi rischi esistono.

Questa, perlomeno, è la posizione di Hansen; che anche lui è uno scienziato, non uno specialista in comunicazione. Io tenderei a essere d'accordo con lui, ma c'è qualcuno che legge che è un professionista in queste cose e che ci può dare un'opinione informata? E, anche se non siete specialisti, che cosa ne dite?


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Ah.... sul "runaway greenhouse effect" potete dare un'occhiatina a questo link - vale la raccomandazione fatta all'inizio. Evitate di avere vicino a voi oggetti taglienti o contundenti.


http://csep10.phys.utk.edu/astr161/lect/venus/greenhouse.html

Oppure anche potete guardare questo video, alquanto agghiacciante, di Stephen Hawking

http://www.youtube.com/watch?v=weHr1aTC5-o&feature=related



martedì 9 novembre 2010

Insegnare la scienza del clima


Ugo Bardi impegnato in una lezione sulla scienza del clima. Sullo schermo, un diagramma che usa i simboli di Odum per descrivere la dinamica di interazione di un sistema a flusso, come il nostro pianeta illuminato dal sole. 

La generazione di chimici che è venuta prima della mia non ha trovato la meccanica quantistica fra le materie che si insegnavano all'università; perlomeno non nella facoltà di Chimica. Se la sono dovuta studiare a pezzi e a bocconi, un po' da soli e un po' inserita nei programmi di corsi che non la comprendevano ufficialmente. Qualcosa di simile lo vediamo oggi con la scienza del clima o, meglio detto, la scienza degli ecosistemi terrestri. Le novità scientifiche, anche se importanti, ci mettono un po' di tempo ad arrivare nei corsi universitari.

La scienza degli ecosistemi sta avendo oggi una vera e propria rivoluzione galileiana con la scoperta e la chiarificazione dei meccanismi dell'ecosfera. E' una rivoluzione altrettanto eccitante e affascinante quanto quella della meccanica quantistica negli anni '30; al tempo di Bohr e Einstein. Ma non la si insegna nei corsi di chimica. Chi vuole impararla deve farlo a pezzi e a bocconi; un po' da solo, e un po' di straforo in dei corsi che non la prevedono direttamente.

Bene, mi sono provato a colmare questa lacuna insegnando un po' di scienza del clima a un corso che sto tenendo questo semestre. E' un corso che verte principalmente sulle tecnologie per la sostenibilità, ma mi è parso ragionevole cominciarlo spiegando una delle ragioni principali per la quale dobbiamo lavorare per la sostenibilità, ovvero il cambiamento climatico.

La scienza del clima è cosa di incredibile complessità e personalmente non pretendo certo di poterla approfondire ai livelli di un vero esperto. Però, in due lezioni di un paio d'ore ciascuna si possono chiarire i concetti fisici di base e sgombrare il campo dalle infinite fesserie che si raccontano in giro. Se questi concetti li racconti a persone che hanno una discreta preparazione di base di fisica e termodinamica - studenti di chimica del corso di specialistica - vedi che il messaggio passa. Ho fatto qualche domanda di verifica è ho visto che le cose le hanno capite; e anche discretamente bene.

Questa breve esperienza di insegnamento sul clima è stata una boccata d'aria rispetto alle polemiche che si fanno di continuo su internet. Vedete, insegnare è una cosa che ha una tradizione che va indietro a Socrate e ancora prima, a quando gli anziani della tribù insegnavano ai giovani cacciatori come seguire le tracce dei bisonti. E' un rapporto fra insegnante e studente dove ognuno ha il suo ruolo specifico.

Attenzione; il fatto che tu sia l'insegnante non ti da il diritto di raccontare qualsiasi fesseria mentre il fatto che tu sia studente non vuol dire che ti devi sorbire supinamente quello che ti viene raccontato. Ma c'è questo rapporto di fiducia che fa si che chi insegna fa del suo meglio per insegnare e chi impara fa del suo meglio per imparare.

Se funziona questo rapporto fra insegnante e studente, l'insegnamento funziona e il tutto è proficuo e piacevole sia per chi insegna che per chi apprende. Se si rompe, però, è un disastro. Nessuno può imparare nulla se a ogni affermazione di chi insegna questo viene accusato di imbrogliare per incompetenza o tornaconto personale.  C'è chi racconta balle per soldi, certamente, ma questi sono politici; non insegnanti. Non si può imparare nulla nel dibattito che si svolge oggi, caratterizzato dalla totale sfiducia verso chi è ingrado di insegnare.

Quindi, credo che il rapporto insegnante-studente sia un po' il paradigma del processo di apprendimento e che - forse - dovremmo tener conto di questa unità basilare della comunicazione. Ovvero, è bene parlarsi faccia a faccia; guardandosi negli occhi. Dalla mia esperienza, sembra che funzioni. Forse dovremmo farlo più spesso.



domenica 7 novembre 2010

Il picco dei leader



Elettore: Bene, ho deciso che il cambiamento climatico non è una cosa reale, e io ho l'ultima parola.

Il clima reale: la penultima


Sotto tutti gli aspetti, Barack Obama ha delle qualità di leadership rare fra i capi di stato di oggi. Idee, intelligenza, delle cose da dire e quella "presenza" o "carisma" che è fondamentale per un leader. Per non parlare, poi, della grande novità di rappresentare i neri americani per la prima volta alla presidenza degli Stati Uniti.

Eppure, questa qualità di leader non è venuta fuori e, oggi, Obama si trova di fronte a tutti i problemi ormai tipici dei presidenti Americani a metà termine. Non ha fatto meglio, nelle stesse condizioni, del suo predecessore George Bush Jr.; che di qualità di leader aveva assai di meno. Ma Obama, con tutte le speranze che aveva suscitato, come mai si ritrova in queste condizioni? E' non è solo un problema americano. I tutti i paesi del mondo, o quasi, la gente si lamenta della mancanza di leader. E' probabile che sia il risultato del sistema propagandistico che è stato messo in atto negli ultimi decenni distrugge ogni tentativo di leadership che possa venir fuori. Abbiamo passato, apparentemente, il picco dei leader.


Se esaminiamo il caso Obama, vediamo che il presidente si trovava davanti a scelte difficilissime. Gli Stati Uniti sono in una crisi economica ormai quasi terminale, schiacciati da spese militari spaventose e dal problema planetario della scarsità di materie prime. Obama poteva scegliere di raccontare alla gente le cose come stanno, ma avrebbe fatto la fine di Jimmy Carter - che lo ha fatto ai suoi tempi. Non lo possiamo biasimare per questa scelta; ma è una scelta di sopravvivenza, non da leader. Un vero leader è uno che può anche chiedere alla gente di fare dei sacrifici. Uno che campa solo finchè promette regali non è un leader; è Babbo Natale.

Uno dei problemi è che la gente è ormai quasi completamente sedata dai media e disabituata a sentirsi raccontare cose anche vagamente spiacevoli nel senso che implicano una sia pur minima necessità di fare dei sacrifici. George Bush Jr. ha avuto grande successo raccontando alla gente che "lo stile di vità degli americani non è contrattabile". Era un'ovvia bugia. Ma la gente preferisce sempre una bugia rassicurante a una verità scomoda. Sembra che ormai il mestiere del politico non sia più altro che raccontare alla gente delle balle rassicuranti. Funziona, ma non è il mestiere del leader.

Così, Obama ha scelto di concentrarsi sulla riforma dell'assistenza sanitaria, probabilmente ispirandosi al "New Deal" di Roosevelt e sperando di innescare una reazione positiva nell'opinione pubblica che gli avrebbe permesso di prendere altre decisioni, necessarie ma impopolari, come la riduzione delle emissioni. Gli è andata male, ma come mai esattamente gli Americani hanno preso una misura così ovviamente necessaria e salutare come un sistema sanitario nazionale come un insulto e un tentativo di instaurare una dittatura comunista?

Il problema è che al tempo del New Deal di Roosevelt non c'era il sistema propagandistico sofisticato e collaudato che invece esiste oggi. Non c'era quella cosa che oggi chiamiamo "propaganda virale" oppure "tecniche di spin" il cui punto centrale è di nascondere l'origine della propaganda stessa; mascherandola come "movimenti spontanei" (è una tecnica detta anche "astroturfing") Con queste tecniche e con pochi soldi rispetto al loro budget, le grandi lobby industriali sono in grado di scatenare delle campagne virali di efficacia devastante - delle vere e proprie armi di distruzione di massa del pensiero umano.

Jim Hoggan racconta come i "tea parties" americani siano un'emanazione della lobby del petrolio e del carbone, e, in particolare dei soldi dei fratelli Koch, petrolieri americani. E' impressionante come con relativamente pochi soldi siano riusciti a creare un movimento politico importante; fatto in grandissima maggioranza di persone che ci credono veramente di lottare per difendere l'america dal socialsmo e che non si rendono conto di essere state manipolate - ma è questo il fulcro di queste tecniche.

Il successo dei fratelli Koch nel maneggiare la propaganda non si limita ai Tea Party. Sono loro che hanno finanziato la maggioranza delle azioni di propaganda anti-scienza che hanno ridotto enormemente il consenso degli americani sulla necessità di agire contro il cambiamento climatico. Oggi, con le elezioni mid-term sono riusciti a mandare in Senato una pattuglia di agguerriti senatori anti-scienza che negano esplicitamente il ruolo umano sul cambiamento climatico e promettono la caccia alle streghe contro i climatologi.

A questo punto, a Obama non resta che vivacchiare sperando che alle elezioni per il secondo mandato le dinamiche perverse del partito repubblicano gli mandino contro un candidato veramente impresentabile, tipo Sarah Palin ("drill, baby, drill"). Diciamo che gli potrebbe andar bene; ma questa è sopravvivenza politica, non leadership. Nel frattempo, i problemi globali si aggravano - quello climatico per primo - e non c'è nessuno che abbia il prestigio sufficiente per fare qualcosa di serio in proposito.

Sembra che siamo veramente troppo bravi a inventare cose. Questa della propaganda virale è veramente una grande invenzione; un vero trionfo della scienza della comunicazione del ventesimo secolo. La sofisticata propaganda di nuova generazione ha sostituito la vecchia, rozza propaganda del tempo dei regimi fascisti e nazisti. Di fronte alle nuove tecniche di "spin" che nascondono la loro origine, la gente è completamente spaesata, non si rende nemmeno conto di essere manipolata. Questo succede sia in politica come in campo scientifico; dove tantissimi assatanati oppositori della scienza del clima lo sono in buona fede.

La propaganda virale è un arma talmente potente che, come la bomba atomica di una volta, ci ha messi in una condizione di stallo totale: ogni leader che si presenta con qualche nuova idea viene automaticamente distrutto e ridicolizzato con poca fatica. Chi è al potere si può difendere soltanto utilizzando a sua volta le stesse tecniche, come fa il nostro Silvio Berlusconi con un certo successo. Ma non è leadership nemmeno questa. Berlusconi sta a galla finché racconta balle rassicuranti, ma nemmeno lui sarebbe in grado di sopravvivere politicamente se raccontasse alla gente come stanno veramente le cose.

C'è qualche speranza di uscire dallo stallo? A breve scadenza, forse no - ma con un po' di pazienza ci sono delle speranze. La propaganda virale ha un punto debole: funziona solo finché i manipolati non si rendono conto di essere manipolati. E il fatto che ci stanno manipolando sta piano piano emergendo. In California, per esempio, gli elettori hanno sonoramente sconfitto la "proposizione 23" contro le energie rinnovabili. Era troppo ovvio che era un'operazione finanziata dell'industria petrolifera (fra gli altri, i soliti fratelli Koch) ed è proprio questo argomento che è venuto fuori e che ha sconfitto i petrolieri. Questa è una grossa novità nel panorama mediatico/politico. Allora, vedete, c'è speranza che le azioni di "spin" politiche comincino a ritorcersi contro chi le fa. Riusciremo a ritrovare anche dei veri leader? Perché no?

mercoledì 3 novembre 2010

Astrofili e climofobi: un altro autogoal degli scienziati




Non è rimasto molto dei telescopi che costruivo da ragazzo. Questi che vedete sono un paio di pezzi superstiti: un obbiettivo da rifrattore e un puntatore ausiliario (notate le viti di regolazione). Il tutto fatto con cartone e nastro adesivo e costruito quando avevo, penso, circa 12 anni. Non era un'attrezzatura di prima qualità, però mi ricordo ancora la soddisfazione che mi dava fare questi aggeggi. Purtroppo, nel campo della scienza del clima non ci sono - in pratica - equivalenti degli "astrofili", dilettanti appassionati di astronomia come lo ero io. Ci sono, semmai, dei "climofobi", ovvero persone che si occupano di clima in contrasto e in contrapposizione alla scienza ufficiale. Ce ne sono molti esempi, uno è il sito "new ice age" (NIA).


Non credo che sarei quello che sono oggi se non fosse stato per il "cannocchiale Max" che mio zio mi regalò quando avevo, penso, 8 anni. Era un aggeggio in plasticaccia nera zigrinata con un treppiede che lo teneva su a stento; ne facevano la pubblicità su "Topolino" negli anni 1950. Ma era sufficiente per vedere gli anelli di Saturno. E vedere gli anelli di Saturno con il tuo telescopio quando hai 8 anni è un'esperienza che ti segna per la vita.

Credo che molta gente abbia cominciato così una carriera scientifica. Con l'università, mi sono dedicato ad altri soggetti di ricerca, ma mi ricordo ancora le serate passate a guardare le stelle dalla mia terrazza con i telescopi che mi ero costruito. I miei coetanei dell'epoca, invece, si dedicavano piuttosto alle ragazze. Vabbé, non ho mai detto che non sono stato un nerd

C'è chi usa l'astronomia come una rampa di lancio per una carriera scientifica e chi rimane per tutta la vita un appassionato. Sono quelli che chiamiamo "astrofili." Alcuni si costruiscono da se i loro telescopi, altri usano telescopi professionali. C'è chi si impegna in un lavoro molto serio che va in parallelo a quello degli astronomi in campi dove i professionisti non hanno tempo o risorse per impegnarsi, come la ricerca di comete e asteroidi. E' un rapporto di aiuto e rispetto reciproco.

Ci sono molti altri appassionati che lavorano in campi scientifici senza essere scienziati professionisti; da quelli che collezionano farfalle a quelli che studiano gli insetti o le piante grasse. Ce ne sono anche nel campo della meteorologia che hanno piccole stazioni di misura casalinghe, si occupano di nuvole e c'è anche chi da la caccia alle trombe d'aria.

Ma, se passiamo alla scienza del clima: ahimé, la situazione è completamente diversa. Non esistono "climofili" e il rapporto degli scienziati del clima con quelli che si interessano di clima senza essere scienziati è pessimo, per non dire di peggio. Invece di "climofili", qui abbiamo decisamente dei "climofobi".

A parte i siti-civetta di pseudo-climatologi pagati per imbrogliare, ci sono siti internet di persone che sono appassionate di clima ma che, purtroppo, l'hanno capita al contrario e invece di collaborare con i climatologi si sono messi in conflitto con loro. Il sito di "New Ice Age" è un po' l'immagine di tutte queste contraddizioni. E' un sito che si occupa di macchie solari e della relazione dell'attività solare con il clima terrestre. Non si sa chi siano esattamente i frequentatori del sito, di solito appaiono con dei nick; ma danno l'impressione di essere persone giovani e entusiaste. Sembra anche che abbiano messo insieme una notevole competenza sul sole e sulle macchie solari, facendo anche delle loro osservazioni.

Ora, se questi del NIA volessero collaborare con i climatologi sulla questione delle macchie solari, credo che potrebbero svolgere un ruolo utile. In pratica, si sono messi in una posizione di contrapposizione e di rifiuto. Mi pare di capire da quello che leggo che sono convinti che il sole sta andando verso un nuovo "minimo di Dalton" e che questo dovrebbe causare una nuova era glaciale ("new ice age"). Magari ci sono delle buone ragioni per prendere questa posizione, personalmente non sono abbastanza esperto di macchie solari per poter giudicare. Il problema è la posizione aggressiva del gruppo di NIA che si sono convinti che c'è un complotto per nascondere il vero andamento delle macchie solari, e che vanno a pubblicare dei post dove si rinnegano (o si capiscono al contrario) i principi elementari della fisica.

Questo è veramente un peccato perché, da quello che si può leggere, sembrerebbe che questi ragazzi (o magari hanno 60 anni?) potrebbero fare del lavoro utile se la smettessero col complottismo e si facessero un po' di basi di fisica del clima che vada oltre la focalizzazione sul sole soltanto.

D'altra parte, non credo che sia il caso di dare tutta la colpa a loro; al contrario. Se dei ragazzi (oppure 80enni che scrivono dall'ospizio?) si sono trovati a credere veramente che ci sia un complotto degli scienziati per far credere che ci sono più macchie solari di quante non ce ne siano veramente (o il contrario, non sono sicuro di aver capito), beh, c'è qualcosa di profondamente sbagliato in tutta la vicenda.

Che cosa abbiamo sbagliato? Da una parte ci sono dei problemi oggettivi: la questione del clima va a impattare su tutte le certezze che avevamo fino ad oggi e molta gente non riesce proprio a digerirla. Ma, evidentemente, è vero anche che gli scienziati hanno fatto degli enormi errori di comunicazione - e continuano a farne. Uno dei tanti, è stato quello di non coinvolgere minimamente persone che non sono scienziati. Molto spesso, l'atteggiamento degli scienziati è stato: "noi siamo i professionisti: questi sono i dati e questa l'interpretazione. La scienza è roba nostra, a voi spetta solo fare le manifestazioni e andare in giro con i cartelli". In altre parole, non è stato dato nessuno spazio a chi poteva lavorare sul clima in modo amatoriale ma corretto.

Qualche volta, ho provato a proporre ai professionisti che si facesse qualche cosa di pratico per studiare il clima e l'effetto serra; dei kit per le scuole, degli strumenti accessibili al pubblico; qualcosa del genere. Il meglio che ho ottenuto è stato qualche vaga espressione che "si, forse ci si potrebbe anche pensare". Più spesso, un netto rifiuto: "è una perdita di tempo e comunque non si può fare." Alle volte, mi hanno anche preso in giro, "Si, e allora che facciamo? Mandiamo i pensionati a fare i carotaggi in Antartide?"

Bene. Così stiamo e i risultati si vedono. La conflittualità ha raggiunto livelli ormai preoccupanti. Siamo ancora in grado di rimediare e di ricucire la frattura fra climatologi e climofobi? Sembrerebbe difficile, ma forse ci si potrebbe provare.

Io credo che non sia impossibile: dopotutto basta una macchina fotografica per documentare i cambiamenti climatici locali. Questo si può fare, come dimostra questo post su Climalteranti, dove l'associazione Macromicro ha fatto un interessantissimo lavoro di documentazione sul progressivo ritiro dei ghiacciai. Sul loro esempio, mi riprometto di documentare i cambiamenti climatici nella mia zona; è una cosa che possono fare tutti con un minimo di lavoro.

Allora, perché non incoraggiare di più questo tipo di cose? In fondo, credo che potremmo imparare qualche cosa da "new ice age." NON la termodinamica, per carità, ma l'entusiasmo e l'indipendenza di pensiero, quello si.