Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


venerdì 28 maggio 2010

Sir David Attenborough: la verità sul cambiamento climatico

Di Carlo Fusco

David Attenborough è la ragione per cui sono diventato un biologo. È il mio eroe personale. I suoi documentari sulle scienze naturali, presentati dentro l'indimenticabile Quark di Piero Angela, sono impressi per sempre nella mia memoria di ragazzino. Ricordo che ne guardai uno proprio la sera prima dell'inizio dei miei esami di stato e in quel momento presi la decisione definitiva: se non mi bocciavano, mi sarei iscritto a Biologia. Non mi bocciarono.

In questo breve filmato DA spiega con la sua inimitabile flemma inglese come lui si sia convinto della realtà del riscaldamento globale.

Con l'aiuto di Peter Cox, climatologo dell'università dell'Exeter, ci mostra tre grafici, proiettati al suolo in dimensioni giganti. Il primo rappresenta le temperature reali degli ultimi 150 anni. Il secondo un modello che non tiene conto della forzante dei gas serra antropici, ma solo dei fattori naturali ed il terzo è un modello completo che tiene conto di tutti gli elementi, inclusi quelli di origine antropica. Per sapere quali dei due modelli si sovrappone perfettamente su tutto il grafico delle temperature reali, dall'inizio alla fine e non solo fino al 1970 circa, dovrete guardarvi il video, ma dubito che sia troppo difficile fare una previsione personale:

Interessante notare che DA è rimasto in silenzio per un lungo periodo sull'AGW, infatti in un'intervista ha dichiarato che essendo un naturalista e non un climatologo non  poteva comprendere la  fisica dell'atmosfera ed i princìpi alla base della climatologia. Quindi, dato anche il peso della sua immagine pubblica, in queste condizioni non se la sentiva di esporsi in prima persona. Ma poi l'accumularsi di evidenze nella letteratura scientifica, in particolare sulla solidità dei modelli, lo hanno infine convinto ad esporsi ed indotto a parlare. Traduco la sua frase conclusiva del video:
Ecco dunque, non ci sono molti dubbi che questo aumento, questo rapido aumento della temperatura è dovuto alle attività umane
Yes Sir, little doubt indeed.

mercoledì 26 maggio 2010

Astroturfing

Di Carlo Fusco


Rovistando su google news, scopro che la signora Chasity Goddard sull'Examiner scrive: Proteste per la  laurea Honoris Causa ad Al Gore dall'Università del Tennessee. E dice:
"Il cambiamento climatico globale viene difeso con la stessa veemenza di una religione; i suoi princìpi si accettano come una fede. Phil Jones, ex direttore dell'unità di ricerca climatica dell'università dell'East Anglia, si è dimesso dalla sua posizione a seguito dello scandalo climategate. Jones ha ammesso che la terra durante il medioevo potrebbe essere stata più calda di oggi e che nessun documentato, significativo riscaldamento ha avuto luogo in oltre 15 anni. Le sue affermazioni hanno riacceso ancora una volta il dibattito circa il riscaldamento globale di origine antropica."
La parte in grassetto non contiene neppure 1 (U N A) affermazione che non sia una menzogna, consapevole, voluta e studiata nei minimi dettagli. L'intervista a Phil Jones con quello che lui ha veramente detto si trova sul sito della BBC. Chi avesse dei dubbi vada pure a leggerla. Sul fatto che la climatologia, su i cui princìpi si basano centinaia di studi peer reviewed sul cambiamento climatico, operi sull'accettazione fideistica tipica delle religioni meriterebbe solo il dito medio proteso verso l'infinito, ma qui non sono a casa mia per cui non metto alcuna immagine volgare.

OK, andiamo di google. Vediamo che dice wikipedia sull'Examiner:

"Examiner.com is a media company based in Denver, Colorado, that operates a network of hyperlocal news websites, allowing citizen journalists to share their city-based knowledge on a blog-like platform, in over 100 marketsUnited States and parts of Canada. Examiner.com is a division of Clarity Media Group, with the primary investor being conservative Philip Anschutz, owner of Anschutz Entertainment Group (AEG), throughout the businessman, billionaire [...]"
In pratica ci dice che l'Examiner è un blog travestito da giornale che offrirebbe l'opportunità di fare "giornalismo dal basso" e che questo appartiene al miliardario, conservatore ed affarista Philip Anschutz.

OK e che cosa ci dice wikipedia di questo nostro miliardario, conservatore ed affarista?

"Philip Frederick Anschutz [...] is an American entrepreneur. Anschutz bought out his father's drilling company in 1961[...]Anschutz's father was a land investor who invested in ranches in Colorado, Utah and Wyoming, and eventually went into the oil-drilling business."
Oil-drilling indeed, non ti potevi certo sbagliare. Manco la legge di gravitazione universale è così riproducibile. Dove c'è una menzogna sul clima (ed in particolare sui climatologi ed ancora più in particolare su Phil Jones o Michael Mann) c'è qualcuno che in qualche modo ha a che fare con delle trivelle.

A proposito di giornalismo dal basso, questa è l' immagine che tipicamente lo rappresenta:

grassroots appunto, qualche cosa di naturale e spontaneo. Quello che fanno questi signori non è giornalismo dal basso, ma astroturfing. Artificiale come questo:
Tragicamente l'astroturfing sul web è ovunque, a massacrare la vita a delle persone oneste, che chiedono solo di poter fare il proprio lavoro, ed a spingere l'opinione pubblica verso una politica demenziale e autodistruttiva che serve solo per arricchire qualche imbecille senza scrupoli, mettendo così in pericolo le generazioni future, la nostra unica opportunità di dare un senso alla nostra attuale esistenza.

martedì 25 maggio 2010

Le bugie hanno vita eterna

 
Vi passo un interessante pezzetto apparso su Repubblica il 24 Maggio che si intitola "Vita eterna per le bugie"

Si tratta un po' di una riscoperta dell'acqua calda, ovvero di un concetto che credo che sia ben noto a chi si occupa di PR. Non importa quale fesseria viene lanciata in rete e sui giornali; e non importa che sia poi smentita. L'effetto è comunque quello di essere creduta. Anzi, la smentita rinforza la credenza che la notizia sia vera.

Il trucco si usa parecchio in politica, ma sicuramente viene usato anche nel dibattito sul riscaldamento globale. Le statistiche dicono chiaramente che le bugie raccontate ultimamente sul clima hanno avuto un eccellente effetto nel convincere la gente che il riscaldamento non esiste o, addirittura, che stiamo andando verso una nuova era glaciale. Le smentite, molto probabilmente, hanno solo rinforzato queste convinzioni.

Per esempio, in campo climatico molta gente rimane perfettamente convinta che il "bastone da hockey" (le misure paleoclimatologiche degli ultimi 2000 anni) sia un falso, che nel cosiddetto "periodo medievale caldo" le temperature fossero più alte di quelle di oggi, che i ghiacciai si stanno espandendo piuttosto che contraendo, eccetera. In più rimane viva e vegeta quella che è un po' la madre di tutte le leggende: quella che gli autori dello studio "I Limiti dello Sviluppo" del 1972 avessero "sbagliato le previsioni".

Si dice che le bugie hanno le gambe corte, ma oggi scopriamo che vivono a lungo. Possiamo solo sperare che non vivano in eterno, come suggerisce questo articolo.


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Repubblica il 24 Maggio 2010

Vita eterna per le bugie
soprattutto se "rettificate"

Uno studio dimostra che le rettifiche avvalorano le convinzioni esistenti, anche se palesemente false. Si tratta di un meccanismo mentale di autodeterminazione che condiziona anche le votazioni politiche

di SARA FICOCELLI

Vita eterna per le bugie soprattutto se "rettificate"

Mettere un'informazione sbagliata in circolazione è un po' come sciogliere una goccia di petrolio nell'oceano: potrà rendersi invisibile frammentandosi in mille parti, ma non scomparirà mai. Per spiegare la meccanica che sta dietro l'immortalità delle "bugie" e i motivi per cui, malgrado le smentite, ci sarà sempre qualcuno disposto a dargli credito, gli scienziati politici Brendan Nyhan dell'università del Michigan e Ann Arbor e Jason Reifler della Georgia State University di Atlanta hanno condotto alcuni esperimenti chiedendo ai partecipanti di leggere notizie false contenenti dichiarazioni fuorvianti di alcuni politici, e assegnando poi ad alcuni, a caso, una versione dell'articolo contenente delle rettifiche.

"Dai risultati ottenuti - ha spiegato Brendan Nyhan al New York Times - è emerso che la diffusione di rettifiche non solo non elimina i fraintendimenti ma anzi li fa peggiorare. In un esperimento, ad esempio, abbiamo riscontrato che la porzione di elettori conservatori che credono che i tagli alle tasse dell'ex presidente George W. Bush abbiano contribuito alla crescita economica è salita dal 36% al 67% proprio quando questa notizia è stata smentita. Le persone tendono ad accanirsi contro la correzione delle informazioni già messe in circolazione e alle quali avevano dato credito. Paradossalmente le smentite rafforzano i fraintendimenti".

Lo studio americano, presentato al meeting annuale dell'American Political Science Association, è partito dai dati raccolti dal collega James H. Kuklinski, che nel 2000 illustrò la differenza tra disinformazione e cattiva informazione, concludendo che spesso gli elettori basano le preferenze politiche su false informazioni ritenute attendibili, e dai ricercatori Charles S. Taber e Milton Lodge, che nel 2006 dimostrarono con una serie di sondaggi che spesso i cittadini rifiutano di credere alle opinioni contrastanti con le loro, anche se è dimostrato che sono vere. Nyhan, Arbor e Reifler hanno condotto la propria ricerca con una serie di quattro esperimenti, suddividendo i volontari in gruppi e riscontrando come sia praticamente impossibile far cambiare idea a qualcuno smentendo un'informazione ritenuta fino a quel momento attendibile.

Dalle cause scatenanti della guerra in Iraq alla riforma sanitaria di Obama, sono tanti gli esempi di notizie false, poi corrette, che hanno continuano e continuano a circolare come vere sul web, sui giornali e quindi tra le opinioni della gente. E questo, come nel 2007 spiegò in un altro studio Brian J. Gaines, è un meccanismo di ragionamento che ha a che vedere con l'autodeterminazione. "Sono due i procedimenti mentali che regolano l'assimilazione delle informazioni", ha spiegato Nyhan. "Innanzitutto chi le riceve va alla ricerca di pregiudizi: quando leggiamo qualcosa cerchiamo in realtà una conferma ai nostri preconcetti, qualcosa che avvalori le nostre convinzioni. Non una vera informazione. Il secondo procedimento scatta invece al momento dell'eventuale smentita: noi lo chiamiamo backfire effect ("effetto ritorno di fiamma") ed è quel meccanismo mentale che porta a rafforzare le proprie convinzioni proprio perché qualcuno le ha messe in discussione o controdimostrate". Come diceva Mark Twain, "non è ciò che non sai a crearti dei problemi, ma ciò che sai per certo".

lunedì 24 maggio 2010

Non c'è limite al peggio: Si ripeterà il destino di Ipazia?


Non ci sono rimasti ritratti di Ipazia, intellettuale del tardo impero romano massacrata da una banda di fanatici nel 415 a.d. Questa immagine, tuttavia, ci da un'idea di come poteva essere una donna del suo tempo.

In un post precedente, ho fatto un parallelo fra l'assassino di Ipazia, intellettuale del tempo della fine dell'Impero Romano, e quello che sta succedendo oggi con gli attacchi ai climatologi. Mentre lo scrivevo, mi sembrava che forse stavo esagerando un po'. Ma quello che leggo oggi mi fa pensare che non ero tanto distante dalla situazione reale. In effetti, sta andando sempre peggio. Michael Mann è ormai l'obbiettivo designato di questa banda di moderni fanatici, anche peggiori quelli che uccisero Ipazia a colpi di pietra. Oggi si trova a vedere la sua foto su internet con sotto scritto "Ebreo". E sembra che siamo solo all'inizio.




Dal blog "Discover" che ci riferisce su un rapporto dell'ABC

Il climatologo Michael Mann ne ha ricevute a centinaia - messaggi elettronici e chiamate al telefono dove lo chiamano un criminale, un comunista o peggio
"Dovresti stare a tre metri di profondità, sotto le radici." si legge in un'emai
"Ti so che uno ti ha strappato le p*lle, speravo di leggere che ti sei suicidato. Fallo."
"Mi hanno offeso in tutti i modi possibile, " ha detto ad ABC Mann, che dirige il centro di ricerca sulla scienza dei sistemi terrestri all'università statale della Pennsylvania. "E' un tentativo di congelare il dibattito e io credo che sia la cosa più sconcertante"
Man non è il solo. L'FBI dice che sta vedendo un balzo in avanti delle minacce contro i climatologi. Recentemente, un sito di suprematisti bianchi ha postato sul web delle foto di Mann e di parecchi dei sui colleghi con la parola "Ebreo" sotto ciascuna.
Un climatologo che non desidera essere identificato ha detto ad ABC che ha trovato un animale morto lasciato davanti alla porta di casa e che oggi viaggia a volte accompagnato da guardie del corpo.
"Il riscaldamento globale antropogenico è una realtà," ha detto Mann. "Chiaramente c'è gente che trova questo fatto poco conveniente e sfortunatamente sembra che siano disposti a qualunque cosa per cercare di sopprimere il messaggio

Testo originale:

Climate scientist Michael Mann has received hundreds of them — threatening e-mails and phone calls calling him a criminal, a communist or worse.
“6 feet under, with the roots, is were you should be,” one e-mail reads. “How know 1 one has been the livin p*ss out of you yet, i was hopin i would see the news that you commited suicide, Do it.”
“I’ve been called just about everything in the book,” Mann, who runs of the Earth System Science Center at Penn State University, told ABC News. “It’s an attempt to chill the discourse, and I think that’s what’s most disconcerting.”
Mann is not the only one. The FBI says it’s seeing an uptick in threatening communications to climate scientists. Recently, a white supremacist website posted Mann’s picture alongside several of his colleagues with the word “Jew” next to each image.
One climate scientist, who did not wish to be identified, told ABC News he’s had a dead animal left on his doorstep, and now sometimes travels with bodyguards.
“Human-caused climate change is a reality,” Mann said. “There are clearly some who find that message inconvenient, and unfortunately they appear willing to turn to just about any tactics to try to suppress that message.”

sabato 22 maggio 2010

Ipazia e gli altri


Questa immagine, dal cosiddetto "Medaglione Ficoroni," è spesso definita come un ritratto di Galla Placidia, figlia dell'imperatore Teodosio, vissuta nel quinto secolo a.d.. Quasi certamente, tuttavia, è più antico e proviene dall'Egitto. Per cui, sarebbe semmai da vedersi come un ritratto di Ipazia. Comunque sia. è un volto che ci arriva da un mondo sofisticato, elegante, raffinato - e moribondo: gli ultimi anni dell'Impero Romano.


Nei tempi crepuscolari dell'inizio del quinto secolo, in un impero romano ormai ridotto allo stremo, si intrecciano storie di uomini e donne che cercano di cavarsela come meglio possono. E' curioso per noi notare come quel mondo sia per tanti versi simile al nostro.

Il 410 è l'anno del sacco di Roma da parte dei Visigoti. Durante l'assedio, Galla Placidia, figlia di Teodosio I, si trova a Roma e viene rapita dai Visigoti. Poi sposerà il re dei Visigoti, Ataulfo, per poi diventare imperatrice di Occidente nel 425. Sono i tempi in cui il giovane Patricius, che conosciamo come San Patrizio, arriva in Irlanda come messaggero di Cristianità. Dalla parte opposta del mondo romano, nel 415, Ipazia, intellettuale di Alessandria d'Egitto, viene assalita e massacrata da una folla di fanatici. Solo un anno dopo, nel 416, Rutilio Namaziano, patrizio romano, lascia una Roma ormai invivibile per la Gallia; il suo paese natale. Di questo viaggio ci lascerà una cronaca: il "De Reditu Suo"

Ci incuriosisce sapere se questi personaggi di quel mondo così remoto sapessero l'uno della sorte dell'altro. Namaziano aveva vissuto sicuramente i tempi drammatici dell'assedio e del sacco di Roma. Forse aveva partecipato alla convulsa seduta del Senato dove la madre adottiva di Galla Placidia - Serena - era stata condannata a morte. Dal testo del "De Reditu", sappiamo che Namaziano conosceva Palladio, il primo vescovo d'Irlanda che forse ha preceduto Patrizio; o forse era la stessa persona. Patrizio stesso, sperduto fra i suoi barbari, poco sapeva e probabilmente poco gli importava delle sorti di un impero di cui aveva fatto parte. E Ipazia? Sicuramente sapeva di Galla Placidia, anche se è poco probabile che si interessasse a quella di un patrizio romano come Namaziano, o di un giovane vescovo che predicava nella remota Irlanda.

Invece, è perfettamente possibile che Namaziano abbia saputo della fine di Ipazia ad Alessandria. Ci racconta lui stesso che era stato prefetto di Roma e, come tale, non poteva certamente ignorare quello che succedeva in una delle città principali dell'impero, Alessandria d'Egitto. Doveva aver fatto molto rumore la storia di un'intellettuale pagana uccisa da una banda di fanatici cristiani: massacrata a colpi di tegola, il suo corpo smembrato e bruciato in una manifestazione di odio selvaggio. Ancora più stupefacente doveva essere stato sapere che le autorità imperiali non solo non erano riuscite a impedire l'assassinio, ma nemmeno a punire i colpevoli. Può darsi che Namaziano, intellettuale pagano anche lui, abbia fatto i suoi conti e deciso che se non voleva fare la fine di Ipazia era meglio per lui lasciare Roma il più presto possibile.

Di Namaziano ho già scritto come la sua cronaca di viaggio lungo le coste dell'Italia coglie perfettamente il momento del crollo dell'antico impero. Di San Patrizio, sopravvivono due lettere autentiche interessantissime. Di Galla Placidia, ci resta il suo mausoleo a Ravenna, che ci dice qualcosa di come poteva pensare una come lei, vissuta in tempi così duri. Il mausoleo è completamente spoglio all'esterno ma ricco di decorazioni all'interno: era un tempo in cui le cose belle andavano tenute nascoste. Di Ipazia, non ci rimane niente di scritto di suo pugno, ma la sua storia terribile ce la racconta Socrate Scolastico:

Ad Alessandria c'era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni.
Facendo conto sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza dello sviluppo della sua mente, non raramente apparve in pubblico davanti ai magistrati. Né lei si sentì confusa nell'andare ad una riunione di uomini. Tutti gli uomini, tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l'ammiravano di più.
Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva. Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di riconciliarsi con il vescovo.
Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un'imboscata mentre ritornava a casa. La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l'assassinarono con delle tegole. Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.

Queste antiche storie ci dicono come, in situazioni difficili, la tendenza umana è di serrare i ranghi, di stringersi intorno a qualcosa: idee, luoghi, credenze, religioni, qualsiasi cosa che ti possa dare un minimo di sicurezza; che ti possa dare l'impressione di non essere abbandonato davanti a un mondo che crolla, qualcosa che prenda il posto della legge, delle istituzioni, delle consuetudini che - da un certo punto in poi - hanno cessato di esistere o sono diventati delle ombre di se stessi.

E da questo nasce il fanatismo; a volte religioso, a volte politico, a volte semplicemente descritto dalla visione brutale del "noi contro di loro". Il fanatismo non tollera il dissenso. Non c'è posto per idee diverse, per dubbi, per domande. Chi dubita, domanda, o esplora, è una minaccia. Se persiste, deve essere eliminato, come Ipazia. A meno che non se ne scappi prima, come ha fatto Namaziano. L'impero uccideva o cacciava via i suoi uomini (e donne) migliori; proprio quelli di cui avrebbe avuto bisogno per sopravvivere.

Qualche sintomo di uno sviluppo simile lo stiamo vedendo oggi: le ondate di "caccia all'intellettuale" non sono cosa nuova, ma ultimamente si stanno facendo sempre più preoccupanti. L'ultima in ordine di tempo è quella scatenata contro i climatologi. Abbiamo visto l'accanimento dell'autorità giudiziaria, le minacce di morte che ricevono in continuazione, e il vero e proprio "omicidio bianco" di alcuni di loro.

Certo non siamo arrivati a vedere un climatologo massacrato a colpi di pietra da una banda di fanatici religiosi ma, come sempre, quello specchio lontano che è la storia dell'Impero di Roma ci fa pensare. Il fanatismo di certa gente potrebbe portare a eliminare, o comunque neutralizzare, proprio quelle persone di cui abbiamo più bisogno per cercare di capire cosa ci aspetta nel futuro. Eppure, abbiamo tragicamente bisogno di queste persone per limitare i danni che cose come il cambiamento climatico ci potrebbero fare.

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Questo post è ispirato dal film "Agora" che racconta la storia di Ipazia. Peccato che sia un film sciocco e banale - o almeno così mi è parso. Più che altro, molto noioso; al punto che non sono nemmeno riuscito a vederlo fino in fondo. Su Ipazia, si veda anche questo bel post di Kelebek.

mercoledì 19 maggio 2010

Il supermercato delle idee


Questo post è ispirato da una presentazione di Dalma Domeneghini al convegno di climalteranti di Firenze del 13 Maggio. Mi sono permesso di rielaborare una parte della sua presentazione - quella dove ha parlato di "frame cognitivi" - in termini di un'immagine: quella del "supermercato delle idee".


Non so cosa succede a voi, ma non vi fa rabbia quando la gente certe cose proprio non le capisce? Quando fate vedere il record delle temperature mondiali, fate vedere che quest'anno è il più caldo della storia, e quelli vi guardano scuotendo la testa, dicendo cose tipo: "ma oggi non fa tanto caldo". E quando cercate di fargli capire come veramente il riscaldamento globale è una cosa pericolosa, quelli vi guardano come se foste un marziano.

L'incapacità, o forse l'impossibilità, per la maggior parte di noi di reagire correttamente di fronte all'evidenza è ormai una cosa che comincia a essere ben nota, come possiamo leggere, fra i tanti esempi, in questo articolo su "The New Scientist" (segnalato da Cristiano Bottone). Nell'articolo si racconta, fra le altre cose, come molti podisti utilizzano i farmaci anti-infiammatori, i FANS, convinti che questo migliori le loro prestazioni. Quando gli si fa vedere l'evidenza sperimentale che i FANS non servono a niente, anzi fanno peggio, la maggior parte di loro non ci credono e continuano a prenderli.

C'è qualcosa che non funziona nella testa della gente? Per la verità, no. La nostra testa funziona in un certo modo e bisogna tenerne conto. Il cervello umano è il risultato di molte migliaia di anni di evoluzione in tempi in cui il metodo scientifico non era stato ancora inventato. E allora non c'è troppo da stupirsi che sia difficile per tutti agire su basi puramente razionali e basate soltanto sui dati.

In un mondo sempre più complicato, tutti cerchiamo di mettere in ordine le nostre percezioni secondo degli schemi che abbiano una certa logica. Questi schemi vengono chiamati a volte "frame" ("cornici"). Le cose che non entrano negli schemi, tendiamo a ignorarle o a considerarle poco importanti. Questo punto è ben noto a chi si occupa di "public relations", di pubblicità, di propaganda politica e di campi correlati. Lo ha ben spiegato Dalma Domeneghini, ex PR commerciale, al convegno di Firenze sul cambiamento climatico del 13 Maggio 2010.

Per spiegare il concetto di frame cognitivo, pensiamo al mondo come a un "supermercato delle idee". Ci sono tantissime idee in giro; là fuori ce n'è un vero supermercato. Ma ognuno di noi, al massimo, può portarsi dietro un carrello. Dal grande supermercato delle idee, scegliamo quelle cose che ci piacciono e che riteniamo che vadano bene insieme. Ognuno di noi ha un suo carrello e tutto sommato i carrelli non sono molto diversi. Ma se qualcuno viene da una cultura diversa, allora la composizione può cambiare. In tutti i supermercati, per esempio, c'è uno scaffale con i prodotti orientali: sushi, salsa di soia, miso, tofu, ramen, eccetera. Soltanto se uno viene da una cultura orientale oppure se è un po' eccentrico, nel suo carrello ci troverete queste cose.  Ma se a un italiano medio gli dite di mettere del sushi nel carrello, la reazione sarà (spesso ancora oggi) "Pesce crudo? Ma sei matto????"

Ora, qui sta il problema. La scienza del clima è stata fino ad oggi un po' come lo scaffale dei prodotti orientali al supermercato. E' uno scaffale che esiste, ma che viene ignorato da chi non cerca proprio quei prodotti. Soltanto chi ha una cultura scientifica e si interessa di queste cose ha nel carrello mentale (nel frame) il fatto che il riscaldamento globale è una cosa reale e pericolosa. Per tutti gli altri, è uno scaffale che proprio non esiste.

Ne consegue che una comunicazione che riguarda il cambiamento climatico non verrà accettata da chi ha un frame mentale basato su quello che si vede alla TV e si legge sui giornali. Nella cronaca spicciola si parla di politica, di contrapposizione fra destra e sinistra, di Berlusconi, di stipendi, di pensioni, della borsa e degli speculatori, del terrorismo e di tante altre cose, ma tutte estremamente lontane dall'evidenza scientifica del riscaldamento globale. E' difficile sperare di convincere una persona che forma il suo frame mentale in questo modo facendogli vedere i dati della temperatura globale. E' un po' come cercare di convincere uno che è abituato alla pizza e agli spaghetti ad assaggiare il pesce crudo. E' possibile, ma non immediato. E se uno insiste troppo, il risultato può essere una reazione negativa - anche aggressiva.

Questa analisi spiega abbastanza bene quello che stiamo vedendo e lo spiega a un livello strategico. Si, è vero, gli scienziati non sono bravi divulgatori, ma anche se lo diventano la cosa cambia poco. Sembra di ricordare una famosa frase di Gibbon che diceva, più o meno, "la capacità di essere bravi educatori serve a poco eccetto in quei pochi casi fortunati dove è quasi superflua." Quello che ne deduciamo è che:

Il messaggio del cambiamento climatico non passa se viene diretto a persone che non sono preparate a riceverlo.

Detta così la faccenda, sembra che non ci sia speranza, ma non vi scoraggiate. Identificare il problema è già il primo passo per risolverlo. Sappiamo che le persone a cui indirizziamo il messaggio non sono né stupide né prevenute (con qualche eccezione, ovviamente). La maggioranza sono perfettamente in grado di capire cosa sta succedendo e la necessità di agire in tempi brevi. Ma devono essere in qualche modo "sintonizzati" con il messaggio; altrimenti non gli daranno importanza - semplicemente non troverà posto nel loro carrello mentale.

Su questo punto, Dalma Domeneghini ha fatto un altro esempio interessantissimo. "Pensate a cosa sentite alla radio tutte le mattine," ha detto, "gli oroscopi e la borsa. A furia di sentirli, sono diventate cose accettate e importanti. Ma cosa succederebbe se tutte le mattine ci dessero l'area dei ghiacci polari? Cosa succederebbe se se ne discutesse a lungo fra persone incravattate e serissime che ragionano sull'aumento o la diminuzione dello stesso?" In questo caso, il nostro frame cognitivo si centrerebbe molto di più sui problemi fisici del pianeta e sul cambiamento climatico.

Quindi, vedete che ci sono delle possibilità e che entriamo in una serie di concetti estremamente interessanti e che meritano una discussione. Fra gli altri esempi, da quello che si è detto viene fuori l'importanza enorme della metafora nel dibattito. Parlare in termini di metafore vuol dire rendere certe cose compatibili con il carrello mentale medio della gente, un po' come definire il tofu giapponese come "formaggio di soia". Il tofu non sa per niente di formaggio, ma definirlo come tale lo rende compatibile con gli schemi mentali comuni. Avrete notato, infatti, come io stesso ho usato la metafora del "supermercato delle idee" per rendere più evidente e comprensibile il concetto di "frame cognitivo". In un altro caso ho parlato di "pattumiera del clima;" un'altra metafora.

Ovviamente, non basta parlare per metafore per far passare il messaggio del pericolo del riscaldamento globale. C'è ben di più e ben altro. Però, per non dilungarmi troppo, mi fermo qui con questo post. Spero che vogliate continuare a parlarne nei commenti.



domenica 16 maggio 2010

2010: l'anno più caldo della storia?

Di Ugo Bardi

Dati del NOAA per le temperature dei primi 3 mesi del 2010 da "Climate Progress"


Continuano i record di temperatura, uno dopo l'altro. A questo punto, i primi quattro mesi del 2010 si prefigurano come parte di quello che potrebbe essere l'anno più caldo della storia, da quando si fanno misure di temperatura. La cosa si sta facendo preoccupante, soprattutto in considerazione del fatto che siamo a un minimo storico dell'attività solare - se riprende a salire, cosa succede?

Tutto questo avviene in corrispondenza di una fluttuazione artica che sta portando aria fredda dall'Artico sulle regioni Europee e degli Stati Uniti che, di conseguenza, stanno subendo un raffreddamento. Come vedete nel diagramma in alto a sinistra, c'è una striscia blu di raffreddamento che parte dalla Cina e arriva fino agli Stati Uniti. Chi vive in questa zona, incluso noi, ha difficoltà a rendersi conto della situazione. Nel resto del mondo, invece, ci sono delle zone, come il Canada, dove abbiamo sei gradi in più rispetto alla media stagionale. Non oso pensare cosa potrebbe succedere se avessimo temperature del genere qui da no.

Insomma, il riscaldamento continua; così come continua la testardaggine di chi rifiuta di rendersene conto.

venerdì 14 maggio 2010

Effetto Dunning–Kruger (I parte)


Di Carlo Fusco







Come ho scritto precedentemente, su internet il fatto di mostrare in pubblico la propria ignoranza, senza manifestamente rendersi conto della cosa, mi ha sempre lasciato enormemente perplesso (e anche preoccupato). Adesso so che ciò dipende da una percezione errata di sé e che questo è un problema comune a tutti (facevo bene quindi a preoccuparmi).

Nel 1999 Justin Kruger e David Dunning hanno pubbicato un lavoro che ha dato origine all'effetto che prende il loro nome, Effetto Dunning–Kruger (chimiamolo EDK). L' aricolo ha anche vinto il Premio Ignobel nel 2000. A parte l'aspetto goliardico della cosa, a me sembra essere un lavoro molto serio ed importante (a meno che in maniera recursiva non sia io stesso vittima dell' EDK).

Lo studio consiste nel rilevare in un gruppo di studenti la loro abilità e conoscenza  in una certa disciplina o attività, in ambiti anche molto diversi tra loro. Effettuato il test cognitivo, è stato loro chiesto di valutare la propria performance in relazione al resto del gruppo e questi sono i risultati (il grafico si riferisce alla capacità di riconoscere lo humor, ma gli altri risultati sono praticamente identici per tutti i test).
La linea nera rappresenta la stima effettuata dal soggetto sulla bontà del proprio risultato e l'altra invece il risultato reale. Come potete vedere chi si è classificato tra i peggiori con un punteggio mediocre sbaglia di tanto a valutarsi, infatti ritiene di essersi piazzato ampiamente sopra la media. Inoltre questa tendenza, ovvero il delta fra percezione e realtà, si strige all'aumentare dell'abilità di rispondere bene al test, fino a che la forbice si apre nell'altra direzione, ovvero chi si è classificato in cima si valuta peggio di come sia realmente andato.

Gli autori hanno mostrato che chi è competente da un lato sa valutare bene sé stesso, ma dall'altro sovrastima il gruppo. Basta però mostrare loro i test degli altri e questa errore viene corretto. Gli ignoranti invece continuano a valutarsi male anche se vengono messi a conoscenza dei risultati del resto del gruppo.

Se gli ignoranti vengono istruiti adeguatamente in modo da migliorare le loro conoscenze, una volta che il test viene ripetuto mostrano un miglioramento marcato non solo nel risultato assoluto, ma anche nella capacità di autovalutarsi.

Gli autori concludono che la conoscenza e la metaconoscenza richiedono gli stessi strumenti per la loro comprensione e se questi mancano si viene danneggiati due volte. Non so bene spiegarvi il concetto di conoscenza della conoscenza (meta appunto) per cui faccio un esempio riduttivo. Saper suonare uno strumento è conoscenza, saper capire la musica è meta-conoscenza. Decisamente non occorre essere un pittore per apprezzarne la genialità di Picasso, ma il fatto di conoscere bene l'arte sicuramente aiuta a riconoscere un capolavoro quando ce l'hai davanti. Se si è ignoranti di pittura allora probabilmente guardando questo si potrebbe pensare: anche mio figlio di 6 anni potrebbe dipingere quella roba. Ecco, in questo caso mancando i necessari strumenti si perde sia la conoscenza che la metaconoscenza.

In seguito gli autori assieme ad altri gruppi hanno ampliato lo studio con altre pubblicazioni, per cui la storia dell' EDK non finisce qui, anzi il bello viene nella prossima puntata. 



Sulla sindrome di Dunning-Kruger, si veda anche questo post di Ugo Bardi.

giovedì 13 maggio 2010

Foto dal convegno di climalteranti

Qualche immagine dal convegno del gruppo di Climalteranti, oggi a Firenze presso l'osservatorio Ximeniano.



Da Firenze con Climalteranti


La cupola dell'osservatorio Ximeniano di Firenze insieme con la cupola di Brunelleschi. Foto presa oggi al primo "Summit di Climalteranti".


E' finito solo un paio d'ore fa il primo "Summit di Climalteranti" la riunione del gruppo che gestisce il blog "www.climalteranti.it" e che comprende un bel gruppo di climatologi italiani come pure ricercatori in altri campi interessati in generale al tema della sostenibilità.

Del summit, vi farò un resoconto appena posso. Per ora, mi limito a dire che è stato un convegno estremamente stimolante per il tema assai poco usuale nei convegni scientifici. Era centrato sulla comunicazione ed è stata l'occasione di un incontro fra scienziati, giornalisti e esperti di public relations.

Ringrazio Stefano Caserini per l'organizzazione del convegno, Franco Miglietta per l'organizzazione locale presso l'osservatorio Ximeniano e tutti gli intervenuti, in particolare gli ospiti, Luca Carra e Dalma Domeneghini. Il convegno è stato sponsorizzato da ASPO-Italia che ha fornito un piccolo contributo finanziario all'organizzazione e i cui membri sono apparsi in forze (otto su un totale di 27) al convegno.

Dunning–Kruger, Prologo

Io sono tra quella pattuglia di vecchi che si ricorda di internet prima che il web nascesse. Nel 1992 ho infatti avuto il mio primo approccio col Gopher e poco più in là con i newsgroup.

Sono rimasto molto affascinato da questo modo per me del tutto nuovo di comunicare. Ricordo che ho subito notato che rispetto alla comunicazione interpersonale della vita reale c'era una maggiore aggressività nel linguaggio e la tendenza a corprirsi di ridicolo.

Il primo è facile da interpretare: dal monitor non ti può arrivare un cazzotto sui denti, e in genere l'assenza di un contatto diretto abbassa i freni inibitori. Addirittura si scopre che in molti la gioia che procura il premere in tutta sicurezza i bottoncini che fanno perdere le staffe al prossimo attiva un feedback gratificante (in effetti è una forma di potere sugli altri), per cui spesso la cosa viene fatta di proposito, parliamo dei famosi Troll (da una tecnica di pesca, nulla a che vedere con JRR Tolkien).

Il secondo invece mi ha sempre lasciato perplesso. Senza sforzarmi troppo mi ricordo di aver visto gente che proclamava di aver provato il teorema di Fermat in pochi semplici passaggi (Andrew Wiles ha avuto bisogno di 200 pagine di strumenti matematici molto sofisticati per farlo), il tutto fatto davanti a seri matematici. Gente che pretendeva di curare il cancro col bicarbonato di sodio (per altro provandoci davvero, con diversi morti strada facendo) davanti a medici. Gente che pretendeva di curare l'Aids e praticamente tutte le malattie con le vitamine, gente che faceva la stessa cosa bevendo l'urina. Poi ci sono i motori gravitazionali, il moto pertpetuo ecc. Ok, mi sono detto, questi sono dei Netkook, fanno parte del bestiario di Internet, stanne alla larga e va tutto bene. Ma poi con l'esperienza ho realizzato che questi sono solo esempi estremi di una tendenza molto diffusa e non sempre così evidente. Una tendenza quindi che andrebbe compresa meglio e che invece io non capisco.

Finalmente ho trovato una spiegazione che mi ha illuminato. Devo ringraziare per questo Skeptical Science. Per i non anglofoni, dirò di che si tratta nel mio prossimo intervento su Cassandra.

martedì 11 maggio 2010

Il nerd ed il sole


Una delle falsità che vengono propagate dai negazionisti è che i climatologi ignorino l'attività del sole nei loro modelli. Come dire, che gli ingegneri nella progettazione degli edifici ignorino la gravità o nella costruzione di un ponte ignorino il vento.

I climatologi, come tutti gli scienziati, potranno anche essere incapaci di comunicare, chiusi nel proprio guscio, restii ai cambiamenti e socialmente inetti (dei nerd, insomma), ma non sono certo così idioti da ignorare il *sole*  quando si parla di *riscaldamento* globale (in realtà è proprio il contrario, nel loro lavoro sono piuttosto bravini).

Pensare una cosa del genere, ma come si fa ad essere così arroganti (e stupidi)? Qui abbiamo migliaia di persone che collettivamente dedicano l'intera vita professionale a studiare come varia il clima, parliamo di 10e14/10e15 neuroni che in qualsiasi momento delle 24 ore sono focalizzati sul problema del cambiamento climatico. Un autentico esercito che utilizza il rigore del metodo scientifico, la ragione, la logica e i dati più sofisticati e i mezzi più avanzati che abbiamo mai avuto nella storia dell'umanità, per capire se e come la terra si scalda. Tra l'altro questo è un esercito che fa una sanguinosissima guerra civile, visto che la ricerca della fama e la carriera richiedono l'affermazione delle proprie idee e quindi la demolizione delle opinioni contrastanti. Chi sopravvive è un autentico Rambo.

Poi arriva l'Uriel di turno che pensa che tale prodotto darwiniano di una enorme attività intellettuale e tecnologica è puro escremento bovino e che solo lui col suo blogghetto ti può spiegare le cose. Io proprio non capisco questo genere di arroganza.

Comunque torniamo al punto. Dicevamo del sole. Nei modelli si tiene conto di quello che si sa al momento, e nel caso specifico che il Sole come forzante climatica da un certo momento in poi ha inciso in maniera trascurabile e di conseguenza il parametro viene adeguatamente fattorizzato nei modelli.

Come si sa questo? Da una carrettata di lavori passati attraverso il più massacrante processo di revisione (chi fa questo lavoro, vi garantisco non ci dorme la notte a causa dei reviewers, altro che Uriel). Skeptical science ne ha fatto una raccolta.

L'ultimo in ordine di tempo è del marzo 2010 e ha concluso che il sole in caso di un un nuovo minimo di Maunder non potrebbe influire per di più di 0.3 gradi Celsius su un aumento di circa 4 gradi dovuto ai gas serra.


Ok, ma possibile che tutti questi nerd dicano che il sole non scalda? Certo che lo dicono, per esempio Lockwood et al hanno appena pubblicato che l'attuale minimo solare ha un effetto *locale* sull'Europa non grandissimo, ma altamente significativo di 0.5 gradi sulla media. Qui da noi col sole al minimo fa più freddo che altrove. Questo analizzando i dati del Regno Unito degli ultimi 350 anni e armonizzando i risultati con dei semplici modelli che tengono conto delle dinamiche atmosferiche rispetto al riscaldamento solare e che spiegano come l'Europa sia un po' più influenzata dall'attività del sole. Il resto del mondo, not so much.

Il nerd sarà socialmente inetto, ma come dicevo prima, il suo mestiere lo sa fare bene, come minimo occorre pensare a quei milioni di miliardi di neuroni che proprio in questo preciso momento stanno lavorando su tutto ciò, prima di aprire bocca.

Aggiornamento: ho cambiato lievemente il testo per chiarire meglio alcuni termini e riferimenti (vedi commenti).

L'era glaciale continua a farsi attendere


Meteo e clima sono due cose diverse. Il primo è un fenomeno locale mentre l'altro ha una natura globale.

Anche un bambino capisce questo semplice concetto, non servono certo i climatologi. Il semplice buon senso dovrebbe dirci che quando arriva un'ondata di gelo è una sciocchezza sostenere che il riscaldamento globale non esiste e che anzi stiamo "evidentemente" andando verso una nuova era glaciale (ovviamente questo vale anche per le argomentazioni in senso contrario). Basta quindi usare il cervello per riconoscere questo tipo di argomenti come delle emerite castronerie e classificare come venditori di fumo quelli che se ne servono.

Come per esempio Fox News, il più sfacciato rappresentante degli interessi delle grandi corporazioni, inclusa  l’industria militare, petrolifera e del tabacco. Questo inverno infatti tutti i media di Murdock hanno suonato i loro tromboni contro la scienza del clima quando ci sono state massicce tempeste nel territorio americano. Più si spalava la neve via dalle strade e più loro spalavano letame addosso ai climatologi. Ovviamente ad un migliaio di chilometri da Seattle i canadesi dovevano usare la neve artificiale per far svolgere le olimpiadi invernali, ma questo piccolo dettaglio semplicemente spariva dai telegiornali.

Ok, adesso che l’ inverno è finito, che è successo alla neve americana? Sarà ancora tutta là come monito per gli stolti verso l'imminente arrivo della nuova era glaciale?

Non esattamente.

Il NOAA ci fa sapere nel suo rapporto mensile che non solo in aprile continua l’anomalia di caldo in larga parte del territorio americano, ma anche che il "Rutgers Snow Lab" riporta questo mese come in assoluto quello che ha avuto la copertura di neve nel Nord America più piccola e l'anomalia di questo tipo più grande mai documentata.

lunedì 10 maggio 2010

Siamo tutti Neanderthal


Un bambino (o forse una bambina) neanderthal di circa 30.000 anni fa ricostruito sulla base dei resti fossili all'Università di Zurigo.

Notizie eccezionali dall'ultimo numero di "Science" (7 Maggio 2010). I Neanderthal sono vivi! Siamo tutti un po' Neanderthal.

Potete trovare un riassunto dell'articolo su "Le Scienze" su "Earth News." In sostanza, un gruppo di scienziati, guidati dal prof. Green dell'Università di Santa Cruz, California, hanno esaminato il genoma dei Neanderthal estratto da ossa trovate in caverne in Europa e non ancora fossilizzate. E' stato un lavoro molto complesso e difficile, ma alla fine dei conti hanno trovato che il genoma dei Neanderthal contiene tracce di "interbreeding" con noi Sapiens. Solo delle tracce e, ovviamente, con tutte le incertezze del caso. Ma questo vuol dire che è perlomeno molto probabile che fra i nostri remoti antenati ci sia anche qualche Neanderthal. Era una cosa dibattuta da anni, ma dai resti scheletrici non si poteva veramente dire se i Neanderthal e i Sapiens erano in grado di generare figli. Adesso lo sappiamo: era possibile ed è successo, perlomeno qualche volta.

Non so cosa ne pensate voi; ma è una cosa che a me fa immensamente piacere. I Neanderthal mi sono sempre stati simpatici: non erano affatto i bruti ignoranti che per tanti anni si è detto che erano (come ho scritto qui). Erano un po' diversi da noi, sicuramente più robusti, probabilmente meno bravi a costruire aggeggi. Ma erano perfettamente adattati al loro mondo.

Tutta la faccenda mi fa venire in mente la famosa storia dell'antico dibattito sull'evoluzione fra Thomas Huxley e l'arcivescovo Wilberforce. L'avete sentita raccontare tutti, immagino; c'è quel punto culminante in cui Wilberforce cerca di prendere in giro Huxley chiedendogli se è per parte di madre o di padre che sostiene di essere disceso dalle scimmie. E Huxley, a muso duro, gli risponde che preferisce avere una scimmia come antenato piuttosto che un arcivescovo che usa la sua intelligenza per raccontare fesserie. Bene, io preferisco di gran lunga avere dei Neanderthal come antenati piuttosto che certi Sapiens che vedo in giro oggi, mentitori patologici che passano la loro vita a imbrogliare la gente.

La storia dei Neanderthal non ha niente a che vedere con le fesserie che ci sembrano tanto importanti oggi, i politici, le crisi della borsa e tutto il resto. Ci preoccupiamo di sapere se il picco del petrolio sarà oggi o fra due anni. Quando parliamo di cambiamento climatico, quello che succederà fra cento anni ci sembra talmente lontano da non essere minimamente interessante. Ma quando parliamo dei Neanderthal, parliamo di una storia che è cominciata forse mezzo milione di anni fa e si è conclusa trentamila anni fa - un arco di tempo lunghissimo. Chi lo sa quante cose sono successe, quanto hanno girato per l'Europa (a quel tempo in gran parte ghiacciata) i nostri antenati. Si sono incontrati, osservati, picchiati, amati. Si saranno scambiati punte di freccia, pelli di orso, statuette della dea della fertilità, e chissà che altro. Di tutto quel tempo non è rimasto quasi niente; dei Neanderthal solo qualche osso e qualche tomba dove - forse - il corpo del defunto è stato seppellito coperto di fiori.

Cosa rimarrà di noi fra centomila anni? Non lo possiamo sapere. Ma è bello sapere che i Neanderthal vivono ancora. Viva Neanderthal!

domenica 9 maggio 2010

"Cassandra" su Springer



"Effetto Cassandra" riverbera su Springer, la casa editrice internazionale che una volta andava sotto il nome di "Springer-Verlag". Gli editori di Springer hanno accettato la mia proposta di scrivere un libro che sarà intitolato "The Limits to Growth Revisited" (la proposta originale del titolo era "The Cassandra Effect" ma gli editori hanno preferito una versione più "seria").

Il libro è una rivisitazione della storia e dei contenuti del libro noto in Italia come "I Limiti dello Sviluppo" che fu pubblicato per la prima volta nel 1972 a opera di un gruppo di autori del MIT sponsorizzati dal club di Roma. Osannato inizialmente, poi criticato e finalmente consegnato alla pattumiera della storia da una campagna propagandistica che ha generato la leggenda che fosse "sbagliato": Tuttavia, lo studio riemerge oggi come particolarmente profetico per via delle crisi finanziarie in atto. Sembrerebbero essere un segnale dell'inizio di quel collasso sistemico previsto già nel 1972 per i primi decenni del ventunesimo secolo.

Il libro non è a proposito del cambiamento climatico, ma conterrà un capitolo su come i metodi messi in atto negli anni 1980 per demonizzare i "Limiti" sono gli stessi di quelli oggi usati per demonizzare la scienza del clima - la differenza è che oggi sono metodi più raffinati. Ma è sempre la stessa storia: bugie e propaganda contro scienza e spesso le bugie vincono perché la gente si fa imbrogliare con gran facilità.

Pubblicare una monografia su Springer è un grosso successo personale, ma anche di una certa "visione" che io e altri stanno cercando di portare avanti; la visione "dinamica" del sistema economico che non si può continuare a considerare come svincolato dagli ecosistemi che gli forniscono materie prime. Infatti, il mio libro farà parte di una serie che si intitolerà "Springer brief in energy analysis". La serie è coordinata da Charles Hall e si preannuncia estremamente interessante.

Come avevo detto in un altro post, con "Cassandra" mi sto levando parecchi sassolini dalle scarpe. Con il libro su Springer, posso levarmi anche diversi pietroni. Il problema è che ora bisogna che mi metta a scriverlo. In più devo tenere un corso questo semestre, due il prossimo, devo occuparmi del mio laboratorio, cercare soldi per dare stipendi ai miei studenti, fare il presidente di ASPO-Italia..... Insomma ne avrò di cose da fare!

Questo vuol dire che dovrò ridurre l'impegno con "Effetto Cassandra". Finora ho pubblicato un post al giorno (sassolini, sassolini.....) ma, ovviamente, non posso tenere questo ritmo e scrivere anche un libro nel frattempo. Quindi, aspettatevi una diminuzione del flusso dei post, ma "Effetto Cassandra" non sparisce - assolutamente no!

Se poi qualcuno di voi vuole prendere in mano la torcia e scrivere su "Cassandra" - i vostri contributi sono benvenuti.

E vai.........................!!!!!

venerdì 7 maggio 2010

255 prestigiosi scienziati a sostegno della scienza del clima.

Gli scienziati si stanno accorgendo che la loro politica di comunicazione (anzi, la totale mancanza della stessa) rischia di distruggere i fondamenti stessi della scienza moderna. Mentre fino ad oggi il mestiere dello scienziato era "pubblicare o perire" (publish or perish), adesso bisogna cominciare a pensare in termini di "pubblicizzare o perire" o - meglio - "comunicare o perire".

Così, vediamo una reazione che si sta facendo anche abbastanza efficace contro la campagna di disinformazione messa in atto dalle lobby dei combustibili fossili. Oggi, la prestigiosa rivista "Science" pubblica un comunicato firmato da 255 membri dell'accademia delle scienze degli Stati Uniti. Un gruppo importante che arriva a dare sostegno ai climatologi sotto attacco. Arriva forse un po' in ritardo, ma - come la cavalleria nei film western - l'importante è che arrivi.

Questo testo arriva in anteprima da "Climate Progress".Ve lo passo prima in traduzione, poi nell'originale in inglese.

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Il cambiamento climatico e l'integrità della scienza

Climate Progress - 7 Maggio 2010
Traduzione di Ugo Bardi

Siamo profondamente scossi dal recente aumento degli attacchi politici contro gli scienziati in generale e contro gli scienziati del clima in particolare. Tutti i cittadini dovrebbero capire alcuni punti fondamentali della scienza. Esiste sempre una certa incertezza associata con le conclusioni scientifiche. La scienza non prova mai niente in termini assoluti. Quando qualcuno dice che la società dovrebbe attendere finché gli scienziati non sono assolutamente certi prima di fare qualcosa, è la stessa cosa di dire che la società non dovrebbe mai agire. Per un problema potenzialmente così catastrofico come il cambiamento climatico, non agire pone dei rischi pericolosi per il nostro pianeta.

Le conclusioni della scienza derivano dalla comprensione delle leggi fondamentali, con il supporto di esperimenti di laboratorio, osservazioni della natura e modelli matematici al computer. Come tutti gli esseri umani, gli scienziati fanno degli errori, ma il processo scientifico è progettato in modo da trovarli e correggerli. Questo processo è inerentemente conflittuale; gli scienziati si costruiscono una reputazione e guadagnano visibilità non soltanto con il supportare la saggezza convenzionale, ma anche di più dimostrando che il consenso scientifico è errato e che c'è una spiegazione migliore. Questo è quello che Galileo, Pasteur, Darwin e Einstein hanno fatto. Ma quando alcune conclusioni sono state provate, messe in discussione, e esaminate in modo completo e profondo, guadagnano la reputazione di "teorie ben assodate" e sono spesso descritte come "fatti".

Per esempio, esiste una forte evidenza che il nostro pianeta esiste da circa 4,5 miliardi di anni (la teoria dell'origine della Terra), che il nostro universo è nato da un singolo evento circa 14 miliardi di anni fa (la teoria del Big Bang), e che gli organismi che vivono oggi si sono evoluti da organismi che sono vissuti nel passato (la teoria dell'evoluzione). Anche se queste teorie sono largamente accettate dalla comunità scientifica, chiunque potesse provarle errate guadagnerebbe tuttavia una grande fama. Il cambiamento climatico si trova oggi in questa categoria: esiste evidenza forte, comprensiva, consistente e obbietiva che gli esseri umani stanno cambiando il clima in modi che minacciano la nostra società e gli ecosistemi da cui dipendiamo

Molti dei recenti attacchi contro la scienza del clima e - in modo più preoccupante - contro gli scienziati del clima da parte dei negazionisti climatici sono tipicamente generati da interessi particolari o da dogmi, non da uno sforzo onesto di fornire una spiegazione alternativa che soddisfi l'evidenza in modo credibile. Il Pannello Intergovernativo sulla Scienza del Clima (IPCC) e altri resoconti scientifici sul cambiamento climatico, hanno fatto, come ci si può aspettare normalmente, qualche errore. Quando gli errori vengono fatti notare, si correggono. Ma non c'è nulla nemmeno vagamente identificato negli eventi recenti che cambia le conclusioni fondamentali a proposito del cambiamento climatico:

(i) Il pianeta si sta scaldando a causa dell'aumento della concentrazione di gas climalteranti nella nostra atmosfera. Un inverno nevoso a Washington non cambia questo fatto.

(ii) La parte principale dell'aumento della concentrazione di questi gas nel secolo passato è dovuta all'attività umana, specialmente all'uso dei combustibili fossili e alla deforestazione.

(iii) Le cause naturali hanno sempre un ruolo nel modificare il clima terrestre, ma sono oggi sopraffatte dai cambiamenti causati dagli esseri umani.

(iv) Il riscaldamento del pianeta causerà il cambiamento di molti altri fenomeni climatici a velocità mai viste in tempi moderni, incluso aumenti nella velocità della crescita del livello del mare e alterazioni nei cicli idrogeologici. Le concentrazioni in aumento di biossido di carbonio stanno rendendo più acidi gli oceani.

(v) La combinazione di questi complessi cambiamenti climatici minaccia le comunità e le città costiere, le nostre risorse di cibo e di acqua, gli ecosistemi marini e di acqua dolce, le foreste, gli ambienti montani a grandi altezze e molto di più.

Si può dire molto di più, ed è stato detto, dalle società scientifiche mondiali, dalle accademie nazionali, ma queste conclusioni dovrebbero essere sufficienti per indicare le ragioni per le quali gli scienziati sono preoccupati per quello che le generazioni future dovranno fronteggiare se continuiamo nelle nostre pratiche senza cambiarle. Esortiamo i politici e il pubblico a muoversi immediatamente al riguardo delle cause del cambiamento climatico, incluso il consumo senza limiti dei combustibili fossili.

Chiediamo anche la fine delle minacce in stile McCarthy di incriminare i nostri colleghi basate su voci incontrollate e colpevolezza per associazione, all'intimidazione degli scienziati da parte di politici che cercano di sviare l'attenzione lontano dalla necessità di agire, come pure alla diffusione di pure menzogne sugli scienziati. La società ha due scelte: possiamo ignorare la scienza e nascondere la testa nella sabbia, sperando di essere fortunati, oppure possiamo agire nell'interesse pubblico per ridurre la minaccia del cambiamento climatico rapidamente e in modo sostanziale. Le buone notizie sono che esistono delle azioni intelligenti ed efficaci. Ma il ritardo non deve essere un'opzione.

P. H. Gleick,* R. M. Adams, R. M. Amasino, E. Anders, D. J. Anderson, W. W. Anderson, L. E. Anselin, M. K. Arroyo, B. Asfaw, F. J. Ayala, A. Bax, A. J. Bebbington, G. Bell, M. V. L. Bennett, J. L. Bennetzen, M. R. Berenbaum, O. B. Berlin, P. J. Bjorkman, E. Blackburn, J. E. Blamont, M. R. Botchan, J. S. Boyer, E. A. Boyle, D. Branton, S. P. Briggs, W. R. Briggs, W. J. Brill, R. J. Britten, W. S. Broecker, J. H. Brown, P. O. Brown, A. T. Brunger, J. Cairns, Jr., D. E. Canfield, S. R. Carpenter, J. C. Carrington, A. R. Cashmore, J. C. Castilla, A. Cazenave, F. S. Chapin, III, A. J. Ciechanover, D. E. Clapham, W. C. Clark, R. N. Clayton, M. D. Coe, E. M. Conwell, E. B. Cowling, R. M Cowling, C. S. Cox, R. B. Croteau, D. M. Crothers, P. J. Crutzen, G. C. Daily, G. B. Dalrymple, J. L. Dangl, S. A. Darst, D. R. Davies, M. B. Davis, P. V. de Camilli, C. Dean, R. S. Defries, J. Deisenhofer, D. P. Delmer, E. F. Delong, D. J. Derosier, T. O. Diener, R. Dirzo, J. E. Dixon, M. J. Donoghue, R. F. Doolittle, T. Dunne, P. R. Ehrlich, S. N. Eisenstadt, T. Eisner, K. A. Emanuel, S. W. Englander, W. G. Ernst, P. G. Falkowski, G. Feher, J. A. Ferejohn, A. Fersht, E. H. Fischer, R. Fischer, K. V. Flannery, J. Frank, P. A. Frey, I. Fridovich, C. Frieden, D. J. Futuyma, W. R. Gardner, C. J. R. Garrett, W. Gilbert, R. B. Goldberg, W. H. Goodenough, C. S. Goodman, M. Goodman, P. Greengard, S. Hake, G. Hammel, S. Hanson, S. C. Harrison, S. R. Hart, D. L. Hartl, R. Haselkorn, K. Hawkes, J. M. Hayes, B. Hille, T. Hökfelt, J. S. House, M. Hout, D. M. Hunten, I. A. Izquierdo, A. T. Jagendorf, D. H. Janzen, R. Jeanloz, C. S. Jencks, W. A. Jury, H. R. Kaback, T. Kailath, P. Kay, S. A. Kay, D. Kennedy, A. Kerr, R. C. Kessler, G. S. Khush, S. W. Kieffer, P. V. Kirch, K. Kirk, M. G. Kivelson, J. P. Klinman, A. Klug, L. Knopoff, H. Kornberg, J. E. Kutzbach, J. C. Lagarias, K. Lambeck, A. Landy, C. H. Langmuir, B. A. Larkins, X. T. Le Pichon, R. E. Lenski, E. B. Leopold, S. A. Levin, M. Levitt, G. E. Likens, J. Lippincott-Schwartz, L. Lorand, C. O. Lovejoy, M. Lynch, A. L. Mabogunje, T. F. Malone, S. Manabe, J. Marcus, D. S. Massey, J. C. McWilliams, E. Medina, H. J. Melosh, D. J. Meltzer, C. D. Michener, E. L. Miles, H. A. Mooney, P. B. Moore, F. M. M. Morel, E. S. Mosley-Thompson, B. Moss, W. H. Munk, N. Myers, G. B. Nair, J. Nathans, E. W. Nester, R. A. Nicoll, R. P. Novick, J. F. O'Connell, P. E. Olsen, N. D. Opdyke, G. F. Oster, E. Ostrom, N. R. Pace, R. T. Paine, R. D. Palmiter, J. Pedlosky, G. A. Petsko, G. H. Pettengill, S. G. Philander, D. R. Piperno, T. D. Pollard, P. B. Price, Jr., P. A. Reichard, B. F. Reskin, R. E. Ricklefs, R. L. Rivest, J. D. Roberts, A. K. Romney, M. G. Rossmann, D. W. Russell, W. J. Rutter, J. A. Sabloff, R. Z. Sagdeev, M. D. Sahlins, A. Salmond, J. R. Sanes, R. Schekman, J. Schellnhuber, D. W. Schindler, J. Schmitt, S. H. Schneider, V. L. Schramm, R. R. Sederoff, C. J. Shatz, F. Sherman, R. L. Sidman, K. Sieh, E. L. Simons, B. H. Singer, M. F. Singer, B. Skyrms, N. H. Sleep, B. D. Smith, S. H. Snyder, R. R. Sokal, C. S. Spencer, T. A. Steitz, K. B. Strier, T. C. Südhof, S. S. Taylor, J. Terborgh, D. H. Thomas, L. G. Thompson, R. T. TJian, M. G. Turner, S. Uyeda, J. W. Valentine, J. S. Valentine, J. L. van Etten, K. E. van Holde, M. Vaughan, S. Verba, P. H. von Hippel, D. B. Wake, A. Walker, J. E. Walker, E. B. Watson, P. J. Watson, D. Weigel, S. R. Wessler, M. J. West-Eberhard, T. D. White, W. J. Wilson, R. V. Wolfenden, J. A. Wood, G. M. Woodwell, H. E. Wright, Jr., C. Wu, C. Wunsch, M. L. Zoback

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Climate Change and the Integrity of Science

We are deeply disturbed by the recent escalation of political assaults on scientists in general and on climate scientists in particular. All citizens should understand some basic scientific facts. There is always some uncertainty associated with scientific conclusions; science never absolutely proves anything. When someone says that society should wait until scientists are absolutely certain before taking any action, it is the same as saying society should never take action. For a problem as potentially catastrophic as climate change, taking no action poses a dangerous risk for our planet.

Scientific conclusions derive from an understanding of basic laws supported by laboratory experiments, observations of nature, and mathematical and computer modeling. Like all human beings, scientists make mistakes, but the scientific process is designed to find and correct them. This process is inherently adversarial—scientists build reputations and gain recognition not only for supporting conventional wisdom, but even more so for demonstrating that the scientific consensus is wrong and that there is a better explanation. That’s what Galileo, Pasteur, Darwin, and Einstein did. But when some conclusions have been thoroughly and deeply tested, questioned, and examined, they gain the status of “well-established theories” and are often spoken of as “facts.”
For instance, there is compelling scientific evidence that our planet is about 4.5 billion years old (the theory of the origin of Earth), that our universe was born from a single event about 14 billion years ago (the Big Bang theory), and that today’s organisms evolved from ones living in the past (the theory of evolution). Even as these are overwhelmingly accepted by the scientific community, fame still awaits anyone who could show these theories to be wrong. Climate change now falls into this category: There is compelling, comprehensive, and consistent objective evidence that humans are changing the climate in ways that threaten our societies and the ecosystems on which we depend.
Many recent assaults on climate science and, more disturbingly, on climate scientists by climate change deniers are typically driven by special interests or dogma, not by an honest effort to provide an alternative theory that credibly satisfies the evidence. The Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) and other scientific assessments of climate change, which involve thousands of scientists producing massive and comprehensive reports, have, quite expectedly and normally, made some mistakes. When errors are pointed out, they are corrected. But there is nothing remotely identified in the recent events that changes the fundamental conclusions about climate change:

(i) The planet is warming due to increased concentrations of heat-trapping gases in our atmosphere. A snowy winter in Washington does not alter this fact.
(ii) Most of the increase in the concentration of these gases over the last century is due to human activities, especially the burning of fossil fuels and deforestation.
(iii) Natural causes always play a role in changing Earth’s climate, but are now being overwhelmed by human-induced changes.
(iv) Warming the planet will cause many other climatic patterns to change at speeds unprecedented in modern times, including increasing rates of sea-level rise and alterations in the hydrologic cycle. Rising concentrations of carbon dioxide are making the oceans more acidic.
(v) The combination of these complex climate changes threatens coastal communities and cities, our food and water supplies, marine and freshwater ecosystems, forests, high mountain environments, and far more.
Much more can be, and has been, said by the world’s scientific societies, national academies, and individuals, but these conclusions should be enough to indicate why scientists are concerned about what future generations will face from business-as-usual practices. We urge our policy-makers and the public to move forward immediately to address the causes of climate change, including the un restrained burning of fossil fuels.

We also call for an end to McCarthy-like threats of criminal prosecution against our colleagues based on innuendo and guilt by association, the harassment of scientists by politicians seeking distractions to avoid taking action, and the outright lies being spread about them. Society has two choices: We can ignore the science and hide our heads in the sand and hope we are lucky, or we can act in the public interest to reduce the threat of global climate change quickly and substantively. The good news is that smart and effective actions are possible. But delay must not be an option.

giovedì 6 maggio 2010

Questi scienziati sono proprio dei nerd


In un post precedente, non sono stato per niente tenero con gli scienziati dell'IPCC che ho definito dei nerd; bravi nelle loro cose, ma incapaci di comunicarle al pubblico. In questo post, parto da un articolo di George Monbiot per commentare ulteriormente su questo punto.

Dice Monbiot a proposito della crisi della scienza che:

La sfiducia è stata moltiplicata dagli editori delle riviste scientifiche, le cui pratiche monopolistiche fanno si che i supermercati sembrino degli angioletti, e che sono dovute da tempo per un'inchiesta da parte della Commissione alla Competizione. Gli editori non pagano per la maggior parte del materiale che pubblicano eppure, a meno che voi non siate membri di un'istituzione accademica, vi fanno pagare 20 sterline o più per accedere a un singolo articolo. In certi casi, fanno pagare alle biblioteche decine di migliaia di sterline per un abbonamento annuale. Se gli scienziati vogliono che la gente provi perlomeno a capire il loro lavoro, dovrebbero far partire una rivolta su larga scala contro le riviste che pubblicano i loro lavori.


Questo che dice Monbiot è perfettamente vero ed è anche perfettamente orribile. Come è possibile che gli scienziati facciano una cosa così scema? Prendono i loro stipendi dai fondi pubblici, ovvero dalle tasse della gente, ma se la gente vuole sapere che cosa viene fatto con i loro soldi, deve pagare dei privati ai quali gli scienziati hanno regalato il loro lavoro. Come poi si possono lamentare gli scienziati se c'è chi li tratta a pesciate in faccia? E non è pesce azzurro, sono proprio dei tonni interi che ricevono in faccia sbatacchiati con tutta la forza.

Su questo punto, vi posso raccontare una storia. Nel 1996 avevo pensato di poter fare qualcosa per rimediare all'assurda situazione che descrive Monbiot. A quell'epoca lavoravo principalmente in un campo di ricerca un po' astruso che va sotto il nome di "Scienza delle superfici". Con l'internet allora ancora una novità, ma che cominciava a consolidarsi, era parso a me e ai miei collaboratori di poter eliminare il costo delle riviste scientifiche pubblicando in un sito aperto al pubblico che chiamammo "Surface Science Forum". Nello stesso periodo, lavorai anche a qualcosa di simile che si chiamava il "Surface Web".

Per qualche ragione, mi è capitato abbastanza spesso nella vita di trovarmi un po' in anticipo rispetto al resto del mondo. Il "Surface Science Forum" - in particolare - era un prototipo di informazione scientifica libera sul web, una specie di precursore degli attuali "open journals." Ma i tempi non erano ancora maturi. Il Surface Science Forum ebbe un successo piuttosto modesto e non riuscì mai veramente a decollare. Nel 2000, cominciavo a occuparmi di cose diverse dalla scienza delle superfici e decidemmo di chiudere il sito. Lo potete ritrovare ancora, per vostra curiosità, a questo link.

Quali sono state le ragioni del fallimento del forum? Nei quattro anni in cui è esistito il Surface Science Forum ho fatto il possibile per interessare i colleghi e convincerli a pubblicare i loro lavori in un sito dove sarebbero stati visibili al pubblico. La risposta è stata, di solito, deprimente. Più che altro, è stata del tipo "abbiamo sempre fatto in un certo modo, perché dovremmo cambiare"?

L'inerzia del mondo accademico è qualcosa che va vista sul campo per crederci. Sono veramente dei nerd, incapaci di comunicare con il mondo esterno. Fra le altre cose, la carriera di un accademico all'università dipende quasi esclusivamente da un astruso sistema di punteggi che sono determinati da quanti articoli hai pubblicato, in quali riviste, quante volte sono stati citati dai colleghi; il tutto è rigorosamente circoscritto al mondo ristretto dell'accademia. Da notare che il valore di una rivista scientifica non è stabilito in base al numero di lettori, ma in base all' "impact factor", ovvero al numero di volte in cui i lavori della rivista sono citati su altre riviste scientifiche. L'idea non è sbagliata: somiglia molto al metodo che ha google per dare un "ranking" ai siti web che indicizza. Ma il mondo accademico non premia minimamente attività di diffusione della scienza fuori dal mondo accademico stesso.

Va da se che, in queste condizioni, fare divulgazione scientifica o cercare di sostenere la scienza (come viene fatto in questo modesto blog) conta zero, o anche punti negativi. Non c'è da stupirsi se i miei colleghi non si sono mossi a pubblicare sul "Surface Science Forum". Era solo una fatica in più che non gli portava nessun "punto accademico" in più. Il pubblico? Beh, quello.......

Non so come sia che gli accademici si sono ridotti a questa condizione. Si può capire il tentativo di non politicizzare l'accademia; cosa sicuramente buona e lodevole. Ma non si capisce perché regalare il proprio lavoro a delle imprese commerciali (le riviste scientifiche) le quali lo fanno poi pagare al pubblico. E il pubblico questi lavori li ha già pagati con le tasse. Il danno che l'accademia sta ricevendo da questa pratica assurda e stupida mi fa venire in mente quel film giapponese intitolato "Suicide Club." Magari è un club esclusivo, ma non credo che la maggior parte di noi vorrebbero farne parte.

Tuttavia, le cose stanno cambiando. Negli ultimi tempi ho avuto la soddisfazione di vedere la mia idea svilupparsi ed essere ripresa da altre persone che hanno avuto più successo di me. Gli "Open Access" journals sono oggi una realtà. Sono riviste come le altre, per esempio sono soggette a "peer review", soltanto che gli articoli sono liberamente disponibili al pubblico. Ovviamente, il lavoro degli editori deve essere pagato, e questo lo devono fare gli autori. Ma è comunque un costo piccolo rispetto al costo della ricerca e, alla fine dei conti, probabilmente si fa pari con quello che le biblioteche pagano per gli abbonamenti alle riviste.

Le riviste "open access," non hanno sostituito le riviste tradizionali, ma sono in netta crescita. Se avete un momento, date un occhiata al sito dell'mdpi, www.mdpi.com. Se dovete pubblicare un articolo, vi consiglio questa serie di riviste, gli editori sono amichevoli e professionali e il costo è molto ragionevole. C'è anche un sito che raccoglie tutte le riviste scientifiche "open" http://www.doaj.org/

A livello personale, cerco di pubblicare soltanto su riviste "open access". Non lo posso fare sempre, perché non è detto che io sia l'unico autore di un articol, o comunque quello che decide dove si pubblica. Ma faccio il possibile. Piano piano, la rivoluzione dell'open access si sta svolgendo. Il punto è se si svolgerà abbastanza alla svelta da evitare ulteriori danni alla scienza, oltre quelli che ha già ricevuto dall'attacco contro la scienza del clima in corso negli ultimi tempi.

martedì 4 maggio 2010

Le regole del gioco



Mi arriva ogni tanto la critica: "ma tu che non sei un climatologo di professione, come sta che tieni un blog sul clima?" Per rispondere, lasciatemi raccontare una piccola storia che ha a che fare con la mia esperienza di giocatore di scacchi.


Mio zio ingegnere mi ha insegnato a giocare a scacchi quando avevo, credo, sei anni. Da adolescente, ero un grande appassionato anche se, devo dire, non sono mai stato un grande giocatore. Tendevo ad essere interessato più che altro alla teoria - mi mancava la pratica e l'intuito che fanno il vero scacchista. Così, mi è capitato anche di giocare con persone abbastanza quotate a livello nazionale, ma il risultato è sempre stato che mi hanno stracciato con facilità irrisoria.

Da questo, ho imparato che c'è una differenza abissale fra un maestro e un dilettante. Contro un grande maestro, il dilettante non ha più possibilità di vincere di quante ne avrebbe Giacomo Leopardi combattendo a calci rotanti contro Chuck Norris. Ma giocare contro un maestro è un onore anche se sei un dilettante; lo sai che perderai, ma imparerai qualcosa.

Il fatto è che, negli scacchi, sia il maestro che il dilettante obbediscono alle stesse regole. Gli scacchisti fanno delle regole del gioco quasi un feticcio. A parte le regole sul movimento dei pezzi, ce ne sono altre che hanno a che fare con il comportamento dei giocatori. Ce n'è una ferrea che va sotto il nome di "pezzo toccato, pezzo mosso". In un circolo scacchistico, chiedere di "cambiare mossa" è considerato altrettanto di cattivo gusto come sarebbe oggi raccontare una barzelletta sui pedofili a un cardinale.


Avete capito, a questo punto, dove voglio arrivare. Nella scienza del clima, come negli scacchi, c'è posto per tutti purché si seguano le regole del gioco. Nel caso del clima, le regole sono quelle del metodo scientifico. La scienza del clima è basata su queste regole e chiunque può impararla; così come chiunque può imparare a giocare a scacchi. Se hai lavorato seriamente sul clima, anche se non sei un climatologo professionista, non farai mai la figura del fesso anche se ti capita di confrontarti con l'equivalente in campo climatico di un grande maestro scacchistico. Se vi mettete a discutere, è molto probabile che alla fine lui (o lei) ti dimostrerà che hai torto ma - se si discute secondo le regole - imparerai sicuramente qualcosa. E magari può succedere che anche lui (o lei) impari qualcosa da te; perché no? Anche un grande maestro di scacchi può perdere, occasionalmente, contro un dilettante.

Allora è tutto qui. Possiamo parlare di clima senza bisogno di essere dei climatologi professionisti. Alcuni di noi ci hanno studiato sopra più di altri e quindi ne sanno un po' di più; non importa. Facciamo del nostro meglio; se facciamo errori li possiamo correggere. Finché seguiamo le regole, possiamo sempre imparare qualcosa e andare avanti.

Invece, quelli che non rispettano le regole (ovvero i negazionisti climatici) sono come un bambino che non vuol perdere a scacchi e rovescia per terra la scacchiera dalla rabbia. Sono destinati a rimanere ignoranti e ben gli sta.

domenica 2 maggio 2010

Il supermercato della disinformazione


Il libro "Bending Science" ("Distorcere la Scienza") è dedicato più che altro a descrivere l'azione corruttrice delle lobby farmaceutiche nella ricerca medica. Però, le sue conclusioni si possono estrapolare anche ad altri campi della scienza. Dal libro, emerge come ci siano dei metodi consolidati e collaudati per demolire i risultati scomodi e distruggere la reputazione degli scienziati che li hanno ottenuti. Un vero supemercato della disinformazione dove chiunque abbia soldi e pelo sullo stomaco può fare la spesa. Funziona sia con il tabacco come con il riscaldamento globale


Nel 1981, Takeshi Hirayama, ricercatore giapponese aveva pubblicato sul "British Medical Journal" i risultati di uno studio che dimostrava gli effetti negativi sulla salute del "fumo passivo."

Come è ovvio, i risultati di Hirayama rappresentavano un grosso danno per l'industria del tabacco e la reazione fu quasi immediata. Oggi conosciamo tutti i dettagli di questa reazione per via dei risultati dell'azione legale ché il governo degli Stati Uniti aveva intentato contro l'industria del tabacco. Nel 1998, i legali dell'industria ottennero un accordo, il "Tobacco Master Settlement Agreement" (MSA) che prevedeva, fra le altre cose, la pubblicazione di tutti i documenti relativi all'azione di "lobby" dell'industria fino ad allora. Questi documenti sono oggi on line e li potete trovare qui, come pure nel libro di McGarity e Wagner, "Bending Science" ("distorcere la scienza"),

Quindi, sappiamo tutto oggi delle azioni dell'industria del tabacco e, in particolare, di come si è mobilitata per contrastare i risultati di Hirayama. Per prima cosa, l' US Tobacco Institute organizzò l'invio di una serie di lettere alle riviste scientifiche dove si criticava il lavoro di Hirayama. Erano tutte lettere scritte da consulenti e impiegati dell'industria del tabacco, che però non si identificavano mai come tali. Già questa era una tattica estremamente scorretta, ma certamente la lobby del tabacco non aveva intenzione di limitarsi a questo.

Poco dopo la pubblicazione dell'articolo di Hirayama, Marvin Kastembaum, il direttore della sezione di statistica del Tobacco Institute, cominciò ad analizzare il lavoro di Hirayama, cercando dei punti che fossero criticabili. Altri esperti di statistica da lui consultati arrivarono alla conclusione che era "possibile" che Hirayama avesse fatto un errore.

Questo risultato fu sufficiente per Kastenbaum per lanciare una campagna aggressiva di public relations contro Hirayama. Sei mesi dopo la pubblicazione dell'articolo di Hirayama sul fumo passivo, Kastembaum mandava un telegramma all'editore del British Medical Journal dove lo informava dell "errore molto grave" commesso da Hirayama, senza aver previamente informato Hirayama stesso.

Contemporaneamente, il Tobacco Institute aveva preparato una serie di comunicati stampa dove si dava per assodato che Hirayama avesse fatto un errore matematico nella sua analisi che ne inficiava completamente le conclusioni. L'istitituto inviava circa 100 videocassette e 400 audio cassette con la notizia già confezionata ad altrettante stazioni TV e radio. Gli inviati del Tobacco Institute visitarono personalmente più di duecento giornalisti per raccontare la storia.

Gli esperti di statistica consultati dal Tobacco Insitute si sono affrettati a prendere le distanze dalla campagna di stampa che, tuttavia, è stata molto efficace. Nel 1981, la notizia dell' "errore" di Hirayama è apparsa più o meno su tutti i giornali e su molte stazioni radio e TV negli Stati Uniti. Per diversi anni, si è continuato a definire il suo lavoro come "sbagliato" (per esempio, in questo libro del 1986, intitolato "the smoking scare debunked")

In seguito, Hirayama potè dimostrare che non aveva fatto nessun errore. Oggi il suo lavoro si definisce addirittura un "classico" nella ricerca scientifica. Ma il danno fatto allo studio e alla reputazione di Hirayama è stato molto forte. . Ancora oggi, c'è chi continua a sostenere che il fumo passivo non fa male a nessuno, criticando pesantemente sia gli studi sia il personale dell' Environmental Protection Agency (EPA) (vedi per esempio qui).


Ora, non so se a questo punto a voi è venuta in mente la stessa cosa che è venuta in mente a me. Personalmente, sono rimasto impressionato dal fatto che la storia che ho appena raccontato è praticamente identica a quella di un caso recente in campo climatico: quello dell "Hockey Stick", la "mazza da hockey". Sostituite "Michael Mann" a "Takeshi Hirayama" e "Steve McIntyre" a "Marvin Kastembaum" e avete esattamente la stessa storia: uno scienziato pubblica un suo lavoro, questo da fastidio a qualcuno il quale incarica uno statistico di trovarci degli errori. Che gli errori ci siano oppure no, il solo sospetto che ci possano essere è sufficiente per lanciare una campagna mediatica per screditare i risultati e lo scienziato che li ha ottenuti.

E' quello che è successo a Hirayama con il suo studio col fumo passivo; è quello che sta succedendo a Michael Mann e alla sua ricostruzione del clima negli ultimi 2000 anni. Ancora oggi, sebbene il lavoro di Mann sia stato ampiamente confermato e validato, gira su internet la diffusa idea che sia "sbagliato" e Mann stesso è stato soggetto a una campagna di denigrazione senza precedenti nella storia recente della scienza.

I dati riportati su "Bending Science" e sul sito "tobacco documents on line" sono veramente impressionanti e vanno ben oltre il caso di Hirayama e del fumo passivo. Se ne può dedurre l'esistenza di metodi standard e consolidati per screditare la scienza e gli scienziati scomodi. E' una specie di supermercato della disinformazione che, ufficialmente, non dovrebbe esistere ma che, evidentemente, è disponibile a lavorare per chi abbia le risorse per pagare.

Non è un caso che gli stessi propagandisti che si sono formati al tempo dello scontro sul tabacco sono oggi all'opera per screditare i climatologi. Questa storia ce la racconta in dettaglio Jim Hoggan nel suo libro "Climate Cover-up" - per i dettagli potete anche consultare il recente rapporto di Greenpeace. Per esempio, Fred Singer è uno dei propagandisti di professione che è passato dal libro paga dell'industria del tabacco a quella della lobby dei combustibili fossili.

In molti ambienti, a parlare di queste cose si passa da complottisti. Questa è anche un'accusa giusta per gente che vaneggia di allunaggi inesistenti e scie chimiche. Ma qui, purtroppo, ci sono le prove che questi metodi standard sono state usate in modo esteso dall'industria del tabacco fino al 1998. E abbiamo evidenza che li si continuano a usare oggi in campo climatico. La campagna di lettere mandate ai giornali, gli errori statistici in qualsiasi lavoro scientifico, le campagne di demolizione contro specifici scienziati; sono tutte cose che vediamo avvenire in tempo reale, davanti ai nostri occhi. Là fuori, è un gioco di specchi dove non sai mai con chi stai parlando. Quante delle persone che scrivono su internet contro la scienza del riscaldamento globale sono sul libro paga di qualcuno che ha interesse a screditare la scienza?

Insomma, quello che stiamo vedendo nella campagna contro la scienza del clima è, in realtà, una serie di strategie propagandistiche ben note e ben collaudate per chi le sta mettendo in pratica. Purtroppo, sembrano funzionare molto bene.