Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 27 giugno 2010

Chiodo non scaccia chiodo: il picco non ci salva dal riscaldamento globale



Picco del petrolio o riscaldamento globale, qual'è il problema più importante? Difficile dirlo, ma una cosa è sicura; non possiamo aspettarci di risolvere un problema con un altro. Ovvero: chiodo non scaccia chiodo.


Quello di Parigi, nel 2003, fu il primo convegno ASPO - l'associazione per lo studio del picco del petrolio - al quale partecipai. Erano tempi in cui tutto era ancora nuovo per me; la prima volta in cui incontrai i grandi maestri del petrolio in carne ed ossa: Jean Laherrere, Colin Campbell, Kenneth Deffeyes, Ali Morteza Samsam Bakthiari e tanti altri.

A quel convegno, non ero il solo che rimase impressionato dal messaggio di ASPO. Mi ricordo che a un certo punto qualcuno del pubblico prese la parola; evidentemente piuttosto scosso. Disse, più o meno, "non è possibile che abbiamo sprecato tanto tempo a preoccuparci del clima per poi accorgerci che il petrolio finisce e allora finisce anche il problema del riscaldamento globale".

Quel tale aveva torto marcio, come mi accorsi più tardi. Ma, in quegli anni, mi parve veramente che il picco del petrolio avesse tolto importanza al riscaldamento globale. Certo c'era stata la grande ondata di calore estivo del 2003  che provocò la morte di decine di migliaia di persone in Europa. Ma a me sembrò più che altro un evento speciale, non un sintomo di una tendenza. Gli scenari dell'IPCC indicavano un graduale riscaldamento che si stemperava all'orizzonte verso la fine del ventunesimo secolo. Invece, il picco del petrolio veniva previsto entro un decennio e il solo concetto di "picco" indicava qualcosa di drammatico, un cambiamento epocale. Sembrava veramente che fosse fuori luogo preoccuparsi di eventi lontani e poco definiti come le temperature della fine del secolo.

Eppure, via via che mi approfondivo l'argomento del petrolio, mi accorgevo che non potevo trascurare la questione del clima. Con gli anni, credo di aver capito bene come stanno le cose. Per centinaia di milioni di anni il clima è stato controllato (e tuttora lo è) dallo scambio di carbonio fra l'atmosfera e il sottosuolo. Quel carbonio che si trova sottoterra non è lì per essere bruciato da noi; è lì come risultato dei processi di controllo climatico che permettono la vita sulla terra. Tirarlo fuori, e bruciarlo è una cosa pericolosissima perchè andiamo ad alterare quei cicli che ci fanno vivere.

Messo il problema in prospettiva, mi è chiaro oggi che il riscaldamento globale non è da trascurare rispetto al picco. La fisica del riscaldamento è altrettanto chiara di quella dell'esaurimento del petrolio: come il petrolio si deve esaurire a furia di estrarlo, così il clima terrestre si deve scaldare a furia di immettere gas serra nell'atmosfera. Ma le incertezze sulle conseguenze del riscaldamento sono molto più grandi di quelle per l'esaurimento.

Del picco, in fondo, sappiamo tante cose. Tutte le previsioni che avevamo fatto nel 2003, al tempo del convegno ASPO di Parigi, si sono avverate o si stanno avverando: aumento dei prezzi petroliferi, produzione statica o in calo, recessione economica, guerre per il petrolio, crisi politica planetaria. Non sappiamo esattamente se il picco del petrolio sia già arrivato nel 2008, oppure debba ancora arrivare entro qualche anno. Ma non fa molta differenza. La strada è tracciata, sappiamo dove andiamo, sappiamo cosa dobbiamo fare: imparare a fare a meno del petrolio. Potremo riuscirci più o meno bene ma, di per se, il picco del petrolio non distruggerà la civiltà umana.

Ma per il riscaldamento globale, dove andiamo a finire, esattamente? E cosa possiamo fare nel caso si avverassero certi scenari estremi? L'IPCC parla di sei gradi in più come una possibilità reale per la fine del secolo. E' uno scenario fisicamente possibile dato che, nel remoto passato, ci sono stati periodi in cui alte concentrazioni di CO2 hanno portato a temperature del genere. Ma sei gradi in più sono sufficienti per distruggere quella cosa che si chiama "civilizzazione." Probabilmente ne bastano anche di meno per per distruggerci. Che danno ci possono fare i famosi "due gradi" in più che si cerca disperatamente di stabilire come limite massimo ammissibile? E in quanto tempo cominceremo ad avere questi danni? Chi ci dice che dovremo aspettare la fine del secolo?

Non c'è un limite preciso al danno che possiamo fare al pianeta e a noi stessi con il riscaldamento globale, e nemmeno un tempo preciso sul quale possiamo fare affidamento prima che arrivi il peggio. Questo fa paura, molta più paura di quanta non ne faccia la scarsità di petrolio.

Una cosa che abbiamo capito di recente è che il picco del petrolio non riduce le emissioni di CO2 nell'atmosfera; anzi, la ricerca disperata di "alternative" ci sta spingendo a tirar fuori combustibili "sporchi" (carbone, sabbie bituminose, eccetera) che fanno enormemente più danni. Insomma, chiodo non scaccia chiodo; il picco non ci salva dal riscaldamento.  Se non cominciamo a considerare entrambe i problemi insieme, non ci salveremo.

3 commenti:

  1. Non so quanto sia "famoso" questo libro (2006) del geologo Jeremy Legget
    http://www.ibs.it/code/9788806182489/leggett-jeremy/fine-corsa.html
    Io l'ho trovato veramente fatto bene, per come lega il tema dell'esaurimento del petrolio a quello dei cambiamenti climatici. Inoltre prologo ed epilogo con la "Storia della Perla Azzurra" e dei "Pensanti" sono imperdibili!
    L'unica cosa che non mi convince è la generica avversione finale verso le tecnologie CCS in cui io, invece, confido molto. Non vedo la CCS come la soluzione definitiva, ma come tecnologia ponte verso un mondo dove saranno necessariamente le rinnovabili la principale fonte di energia. Puntare su efficienza energetica e rinnovabili è fondamentale ma non sufficiente vista l'urgenza e l'entità della mitigazione. Si tratterebbe alla fine di rimandare al mittente (il sottosuolo) il carbonio estratto con gli idrocarburi...

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  2. Il CCS significa nascondere la polvere sotto il tappeto.

    Se mi si dimostrasse che si riesce a segregare la CO2 per più di qualche secolo forse potrei anche cambiare idea. Ma di fatto oggi il CCS è un bel acronimo e nulla più.

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  3. @Markogts

    Sì, il CCS sembra decisamente una pessima opzione, come emerge anche da un nuovo studio su Nature Geoscience:

    http://qualenergia.it/view.php?id=1471&contenuto=Articolo

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